Archivi del mese: febbraio 2012

“While my guitar gently weeps.”

Probabilmente si tratta più del gesto che d’altro.
L’andare a cercarla in giro per casa, scegliere il posto più comodo, raccolto, tranquillo. Tenerla in braccio, con fare quasi materno.
Ma, allo stesso tempo, fregarsene.
Della posizione, della luce, del trattarla con cura.
E’ il contatto, la cosa davvero importante.
Sentire la sua consistenza fragile e compatta contro la pancia. Lasciarmi tagliare le dita dalle sue corde.
La verità è che so farci ben poco, soprattutto perché sono troppo pigra per lavorarci su.
Ma va bene lo stesso, mi fa comunque raggiungere lo scopo. Sempre.
Dopo, la lascio riposare accanto a me, fino a sera.
Mi dà sicurezza anche quando non dà voce alle mie frivole ispirazioni.
La guardo e mi dico che, magari, domani potrei riprovarci sul serio.
“Domani è una bella parola”, come mi hai detto una volta, anni fa.
Peccato solo che finisca così in fretta.

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Music is my drug. YouTube is my dealer.

Ma perché io non ero a conoscenza dell’esistenza di tale Erica Mou che ha appena rapito le mie orecchie e il mio cuoricino alla costante ricerca di piccole, semplici, adorabili cantautrici da amare senza riserve?
Ma pensa te.
Ora posso anche tornare al mio triste e logorante lavoro di progettazione di cui, in realtà, non so assolutamente nulla.
Evviva.

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Once he said…

“She seemed dressed in all of me,
stretched across my shame.
All the torment and the pain
Leaked through and covered me
I’d do anything to have her to myself
Just to have her for myself
Now I don’t know what to do,
I don’t know what to do
when she makes me sad

She is everything to me
The unrequited dream
A song that no one sings
The unattainable,
She’s a myth that I have to believe in
All I need to make it real is one more reason
I don’t know what to do,
I don’t know what to do
when she makes me sad.

But I won’t let this build up inside of me
I won’t let this build up inside of me
I won’t let this build up inside of me
I won’t let this build up inside of me

A catch in my throat choke
Torn into pieces
I won’t, no!
I don’t wanna be this…

But I won’t let this build up inside of me
I won’t let this build up inside of me
I won’t let this build up inside of me
I won’t let this build up inside of me

She isn’t real
I can’t make her real
She isn’t real
I can’t make her real.”

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Would you, please?

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The reason why my cat’s name’s Morgan.

 

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Happy birthday, Kurt.

La situazione è la seguente:

  • Ho il raffreddore. Tanto raffreddore. Così tanto che potrei tranquillamente paragonarmi al tizio dello spot di non ricordo quale medicinale, che vive sommerso dai fazzolettini sporchi. Il problema è che io, i fazzolettini, sto per finirli. E poi saranno cazzi amari, come si suol (finemente) dire.
  • Mi fanno male le ossa. Non come succede agli anziani, direi più come succede a chi ha l’influenza ed ha ingurgitato l’ultima pastiglia di ActiGrip due giorni fa. Potrei ripescare dal cestino dell’immondizia quel mezzo blister di Tachipirina scaduta a Settembre… probabilmente mi passerebbe ogni sintomo influenzale, oltre alla voglia di vivere.
  • Sono povera. La Vodafone mi ha scalato quegli ultimi euro di credito superstiti sulla mia Sim e, quando ho provato ad inviare un sms, non solo non sono stata avvisata della cosa, ma il destinatario ha ricevuto un messaggio minatorio col quale lo esortavano ad informarmi e ricaricare! Umiliante. Della serie: evviva la privacy. Chiaramente il mio conto corrente è ai minimi storici (non voglio neppure sapere quanti soldi NON ho, quindi non lo controllo da settimane e settimane…), per cui non posso neppure pensare di ricaricare on line. E ho l’influenza, quindi non posso neppure uscire a buttare via le mie ultimissime monete per ovviare al problema con una ridicola mini-ricarica da 3 euro. Esistono ancora, tra l’altro? Temo di no. Ho scoperto di aver accumulato ben 497 punti grazie al programma VodafoneYou… devo specificare che la ricarica-premio si può avere solo con 500 punti? Vaffanculo, ecco.
  • Il cielo oggi è bianco. Sul serio, BIANCO. Ci sono ancora residui di neve sui tetti e pare che, da un momento all’altro, se ne possa aggiungere un nuovo strato. Almeno una nota positiva, in questa giornata maledetta.

Detto ciò, buon compleanno a te, anche se non ci sei più.

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Luko dixit.

“Ci vogliono 72 muscoli per fare il broncio, ma solo 10 per sorridere.
Per fare la cacca ne servono solo 13.
Quindi andate a cagare che è meglio.”

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“Late morning lullaby”, Brandi Carlile.

“As soon as my eyes shut the slide show begins
Yesterday is gone now and panic sets in
With a weight upon my chest
and a ghost upon my back
And the numbing sensation of everything
I lack that leaves me
Dreaming, dreaming, dreaming,
Your real world away

Only beautiful, beautiful bright eyes, lie
Only beautiful, beautiful bright eyes cry
Late morning lullaby

The first sign of morning is gray and alarming
It’s so disappointing the day has come so soon
While the rest of the world greets the day and feels new
I will push it away just like I always do, I will be
Dreaming, dreaming, dreaming,
Your real world away

Only beautiful, beautiful bright eyes, lie
Only beautiful, beautiful bright eyes cry
Late morning lullaby
Late morning lullaby

I would darken my window so I can fall asleep
While the critics frown down on the hours
I keep that leave me
Dreaming, dreaming, dreaming,
Your real world away.”

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I Baci Perugina me fanno ‘n baffo.

Mi vanto di non essere una ragazza appiccicosa, possessiva ed eccessivamente smielata (ho detto “eccessivamente” perché, un po’, lo sono comunque, n.d.r.).
Eppure quando il bip-bip (che poi non fa assolutamente così, è più tipo dlin-dlon!) del cellulare è seguito dalle tue parole, che siano molte o poche, serie o stupide, importanti o futili… perdo il controllo dei sorrisi e me ne scivolano troppi sul maglione.
Abitiamo e viviamo (sono cose ben diverse) insieme da un anno e mezzo, ma ogni volta che ti sento girare la chiave nella toppa mi si ferma il respiro, penso velocemente a come accoglierti, a quale gag idiota inventarmi per spaventarti o farti ridere.
Non sono mica normale, eh.
E’ un sabato mattina (anche se “mattina” è una parola grossa) bianchissimo e silenzioso, profumato di caffè.
Morgan sonnecchia arrotolato accanto ai miei piedi nudi e l’aria, fuori, è carica di fiocchi gelidi, veloci, fitti e senza voce.
Eppure, guardandoli, sembra quasi di sentir cantare il mondo.
Torni presto, vero, M.?

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Essere esperti di tecnologia è troppo mainstream. (parte 2)

Che poi se provo a scrivere “fischio”, il T9 mi suggerisce “disagio”… qualcosa vorrà pur dire.
Che sia un modo di mandarmi un SOS?

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