Archivi del mese: aprile 2014

Day 18 – Feedback.

Ho fatto la cameriera per molti anni, quando ero GIOVANE (sempre per tornare a quanto io mi senta vecchia, in confronto alle giovincelle conosciute qui fino ad ora.), e sono stati davvero pochi i clienti che non avrei voluto accoltellare subito dopo il conto.
Adesso che sono dall’altro lato, provo in ogni modo ad essere gentile, educata e ben predisposta nei confronti di chi fa quel lavoro ed ha a che fare quotidianamente con perfetti imbecilli.
E non parlo solo dei clienti.
Ormai vado al Caffè Nero sotto casa almeno una volta al giorno (diventerò una CICCIONA BONTEMPONA – cit. – nel giro di un paio di settimane, finché non mi ritroverete a correre al Common con gli altri esaltati atletici per provare a rimediare al danno, già lo so.) e, come ho già scritto, è un posto davvero accogliente, tranquillo, in cui è piacevole fermarsi a godersi le ore libere.
Una delle cose che mi piacciono di quel locale, è il personale.
Sono 4 o 5 ragazze sempre sorridenti, veloci, gentili ed attente ai bisogni del cliente, da quello che ho potuto vedere in queste settimane.
Per questo, quando ieri ho assistito ad una scena assurda ai danni di una di loro, ho provato a fare qualcosa, nel mio piccolo.
Ero seduta su una poltroncina a bere il mio espresso, quando ho notato una donna, con una pila di scartoffie sotto al naso, che chiamava le bariste a turno al suo tavolino, scribacchiando qualcosa di tanto in tanto mentre parlavano.
Ho pensato che si trattasse di un supervisore e penso di averci azzeccato.
Ad un certo punto, la donna si alza ed inizia a bussare pesantemente su una porta che dà sul retro del locale.
Si siede, guarda l’orologio con aria nervosa.
Torna a bussare più forte e tutti i clienti si girano a guardare.
Esce un’altra barista, di corsa, e la donna le sbraita contro, sostenendo che ci avesse impiegato troppo tempo a cambiarsi, “ti ho cronometrata!”.
La ragazza, mortificata, ha spiegato qualcosa a voce bassa (giustamente) e la donna, sempre più inopportuna, ha replicato urlando: “L’assorbente potevi cambiartelo a casa!”, per poi continuare a sottolineare quanto non sia accettabile un simile comportamento.
A parte che ho visto personalmente la ragazza entrare nello spogliatoio ed uscirne un paio di minuti dopo, quindi non era neppure fondata l’accusa, ma la cosa peggiore è stata farle la ramanzina a voce alta davanti ai clienti.
L’ho trovata maleducata, arrogante ed ingiusta.
Ho continuato ad osservarla mentre trattava con sufficienza lo staff, riempiendo i suoi moduli, lanciando occhiatacce tutt’intorno, finché non ho notato i cartelli appesi in ogni Caffè Nero della città.
Cartelli che chiedono ai clienti di connettersi al sito per dare una valutazione personale della propria esperienza con l’azienda, con promesse di premi ad estrazione per invogliare la gente.
Così ho afferrato il cellulare e, dopo aver risposto alle domande standard, indicando punto vendita, giorno della visita, fascia oraria (per la serie: non potete sbagliare.), ho raccontato brevemente l’accaduto nell’apposito spazio per i commenti personali ed i suggerimenti, sottolineando quanto sia stata inopportuna quella scenata e, soprattutto, priva di fondamenti, dato che in quella caffetteria non ho mai avuto problemi con il personale che, a mio avviso, è impeccabile, nonché parte dell’atmosfera accogliente del posto.
Spero che la mia segnalazione non cada nel dimenticatoio e che chi di dovere prenda provvedimenti nei confronti di quella tizia odiosa.

Detto ciò, volo per l’Italia prenotato: morbidini, arrivooo!

IL MOMENTO FELICE: Gli anatroccoli al lago del Common.

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Passing by.

Così, solo un post veloce per comunicarvi che ho scoperto di essere vecchia.

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Day 17 – Neighbours.

Il vicinato è un covo di giovani tate provenienti da tutto il mondo, una piccola setta le cui esponenti spuntano come funghi non appena esco di casa.
Basta un saluto veloce e mi ritrovo, non si sa come, con un nuovo numero in rubrica, una richiesta d’amicizia su facebook, un playdate per lo stesso pomeriggio e la promessa di girare insieme tutti i pub della zona.
Non so se sentirmi lusingata o spaventata, forse si fingono simpatiche e socievoli solo per rubarmi gli organi e rivenderli al mercato nero.
Che poi non farebbero un grande affare, eh. Magari con i polmoni sì, chissà.
Insomma, volente o nolente, farò molte nuove conoscenze, qui. 🙂

IL MOMENTO FELICE: la sensazione di iniziare ad ingranare sul serio.

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Day 16 – Why don’t you get a job?

Chi dice che lavorare con i bambini sia facile e che “non si fa niente tutto il tempo”, chiaramente non ha MAI avuto a che fare con dei bambini per più di un’ora nella sua intera vita.
Ho avuto la fortuna di lavorare in asili nido, ludoteche, scuole dell’infanzia, micronidi, doposcuola e presso privati (come in quest’ultimo caso), con bambini dai 3 mesi ai 12 anni e credo, quindi, di saperne qualcosina.
Anzi, è una delle poche cose per cui mi sento davvero portata e capace, a dirla tutta.
E sì, ho scritto “fortuna”, perché questo, nel mucchio, è davvero un bel lavoro, a mio avviso.
E no, non sono AFFATTO una di quelle persone che si sciolgono alla vista di un qualsivoglia cucciolo di umano, emettendo versi imbarazzanti e facendo ridicole vocine. Quelle sono cose che riservo ai gatti, soprattutto.
A me i bambini non piacciono così a prescindere solo perché sono bambini.
Alcuni li trovo davvero insopportabili, altri li adoro tantissimo, esattamente come mi succede con qualunque persona io incontri sul mio cammino.
Ma amo, davvero, AMO lavorare con loro, a diversi livelli.
Ho cambiato una quantità incalcolabile di pannolini dal contenuto radioattivo (e a me fanno un po’ senso le persone in generale, con tutte quelle cose disgustose che il corpo umano contiene, eh. Quindi non andare nel panico ogni singola volta è segno di grande professionalità da parte mia.); ho organizzato laboratori creativi; ho sedato liti violente; ho insegnato parole nuove; ho inventato giochi e scritto canzoni; ho asciugato lacrime, muco e bava, da bambini ed oggetti; ho alzato la voce; ho mangiato cibo inesistente; ho ripetuto lo stesso identico scherzone di dubbia comicità per centinaia di volte…
Ecco, voi che pensate che sia facile, che non sia un vero lavoro, che noi che lo facciamo veniamo pagati per niente… FATELO VOI.
Provateci, dai.
Mostratemi quanto ci mettete a conquistare la fiducia ed il rispetto della mini persona che vi sta davanti e non vi ha mai visti prima.
Fatemi vedere come riuscite a spiegargli cosa è giusto, cosa è sbagliato, cosa è pericoloso, cosa è importante, prima che faccia davvero male a se stesso, agli altri, o a qualcosa di costoso che non vi appartiene.
Sono curiosa di osservare come farete a soddisfare i bisogni di mini persone che, spesso, neppure parlano. O parlano male. O dicono bugie per il gusto di farlo.
Ah, e ricordate che non dovrete dar conto a loro, alla fine della giornata.
Ché con un bambino può diventare semplice fare la parte del “io sono grande, quindi si fa come dico io”, ma non è stato lui ad assumervi e non sarà lui a pagarvi. O a decidere che ve ne dovete andare perché il vostro lavoro non va bene.
I bambini possono essere pedanti, pesanti, difficili.
Ma saranno i loro genitori il vostro vero problema.
E’ a loro che dovrete raccontare come mai sia apparso un graffio sul naso che al mattino non c’era, come mai la maglietta è un po’ strappata, come mai gli state chiedendo un certo materiale, come mai non si trova più il cappellino e così via.
Questo vi sembra facile? Vi sembra niente?
Lavorare con i bambini non è come andare a zappare la terra, o fare il turno di notte in fabbrica, o servire ai tavoli per tutto il giorno.
Ma alla fine della giornata, la schiena fa male, i timpani pulsano e probabilmente ti sarà anche andata via la voce.
Avrai i vestiti così sporchi da sembrare appena usciti dalla spazzatura e sicuramente rischierai di spaccarti una gamba scivolando su qualcosa lasciata fuori posto.
Hai a che fare con delle spugne umane che assorbono tutto ciò che dici, tutto ciò che fai, anche quando sembra che non stiano ascoltando o guardando.
Sei tu l’adulto in carica, in quelle ore, e il modo in cui ti comporterai verrà notato e ricordato, per molto tempo.
Per quanto possa essere stimolante, piacevole, anche divertente, è pur sempre un LAVORO.
E come tutti i lavori, è soggetto ad orari ben precisi, ad obiettivi da raggiungere a fine mese, ad imprevisti e fastidi.
Sarebbe una pacchia, un passatempo, se potessi alzarmi domani e decidere di non farlo perché semplicemente non mi va, magari rimando.
Chi pensa di poter fare questo lavoro tranquillamente, senza prepararsi prima, senza un minimo di formazione a riguardo, si accomodi pure, magari mi sbaglio io.

Questa riflessione è ciò che farei leggere a chi ha fatto un commento inappropriato, qualche giorno fa, di cui ho saputo soltanto ieri, da un amico.
Peccato che certe cose non si dicano mai ai diretti interessati, però.

Ieri è stata una giornata di cheesecake scadente (pensavo di aver ritrovato il locale in cui ne avevo mangiata una FANTASTICA tanti anni fa, ma mi sbagliavo decisamente.), scarpe perfette che ovviamente non erano del mio numero, pioggia a sprazzi, film horror ridicoli, ali di pollo speziate e patatine dal sapore di gesso.
Ma almeno ho passeggiato in Charlotte Street, come la ragazza di un libro che ho tanto amato un paio di estati fa.

IL MOMENTO FELICE: essere d’aiuto ad una famiglia di italiani spaesata a Victoria Station.

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Day 15 – Down the streets.

Credevo fermamente che andare al Victoria&Albert Museum di sabato mattina non fosse una buona idea e che sarei stata schiacciata dai turisti.
Invece no.
Proprio no.
A parte la piccola folla che si aggirava al piano terra, nella sala dedicata al Rinascimento, il resto delle gallerie era colmo di un silenzio innaturale, spezzato solo dalla musica classica in filodiffusione e dai miei passi da imbranata.
Non mi spiego il perché.
Il V&A è ben organizzato, ben fornito, ben posizionato, ben tenuto.
E’ proprio il classico bel museo in cui è facile perdersi per delle ore, tra le raffigurazioni scultoree dei miti greci, tra gli enormi dipinti di Raffaello, tra gli affascinanti abiti d’epoca (di OGNI epoca), tra gli oggetti di arredamento e design dall’800 ai giorni nostri (con tanto di dischi di Bowie e Sex Pistols esposti in vetrina, giustamente).
C’è tanto, ma non è overwhelming, non confonde con tutti i suoi stimoli, come succede al British Museum o alla Tate, perché le stanze sono più piccole, più intime, per poi esplodere in atrii luminosi, ampi, inondati di luce e spazio libero, in cui respirare prima di rituffarsi a capofitto nella storia.
Proprio in questo periodo, tra l’altro, il V&A ospita un’esposizione dedicata alla moda italiana (mi chiedo perché non farlo in Italia, appunto, ma tant’è.), ma non avevo molta voglia di andarci, quindi ho rimandato, per ora.
NOTA: Anche il V&A è gratuito, a parte le esposizioni temporanee.
Dato che ero in zona, ho pensato di fare un salto al National History Museum, che è proprio lì accanto, da cui mancavo da circa 7 anni.
E lì ho capito perché il V&A fosse vuoto.
TUTTO IL MONDO si trovava al NHM!
Tutto il mondo con i pargoli al seguito, tra l’altro.
Allora, c’è da dire che il NHM è un posto davvero figo in cui portare dei bambini, questo è vero.
Tutto (o quasi) è interattivo, si può toccare, si può guardare da vicino, ci si può arrampicare ovunque, ci sono gli scheletri dei dinosauri (che sono sempre fighissimi da vedere, a qualunque età), si può sperimentare in prima persona quanto sia affascinante la natura e per accedere al primo piano si entra in un grosso pianeta attraverso una scala mobile.
Insomma, lo capisco.
Ma i bambini nei musei li odio lo stesso, non c’è niente da fare.
Motivo per il quale ho saltato a piè pari tutta la parte su vulcani, terremoti (anche se sono rimasta bloccata dalla folla proprio nella zona in cui c’è la simulazione di un forte terremoto in un supermercato, cosa che mi ha messo parecchia ansia, considerando le mie esperienze passate…), cambiamenti climatici, ecc, per dedicarmi direttamente al mondo degli insetti ed affini, che non ricordavo affatto, e che aveva delle novità aggiunte negli ultimi anni.
Bene, se siete paranoici e/o germofobici, non ci andate. Mai.
C’è la ricostruzione di una mini casa in cui si possono ammirare le creature immonde che si nascondono in ogni stanza, senza che noi ce ne rendiamo neppure conto, nella vita di tutti i giorni.
Una cosa disgustosa e terrificante, non dormirò mai più sonni sereni!Dopo quello, ho evitato di andare a visitare il padiglione con centinaia di farfalle vive, perché probabilmente avrei trovato orribili anche loro (ché da vicino non sono poi così belle, eh.) e sono uscita direttamente all’aria aperta, in cerca di un caffè.

Ecco, non so perché, ma ho sempre evitato COSTA, a prescindere.
Invece ce n’era uno proprio lì sulla strada, stava iniziando a piovere (per 10 secondi, almeno) e mi ci sono rifugiata, con riluttanza.
Non lo so, davvero non lo so il perché, considerando che non ci siano poi tutte queste sostanziali differenze tra COSTA, Starbucks, Caffè Nero e così via.
Fatto sta che mi sbagliavo di grosso.
Ho optato per un “caffè caramella” che mi ha cambiato la giornata!
Buono, ma proprio buono di quel buono buono.
La cremina in cima sapeva davvero di caramella! Non caramellO, proprio caramellA!
Lo so che mi esalto con poco, lo so.

Dopodiché è stata la volta di Harrods, sempre perché ero in zona e sempre perché non ci andavo da anni.
Ecco, Harrods mi ha fatto capire quanto io sia cambiata negli ultimi anni.
Appena 7 anni fa, avrei comprato ogni singolo articolo dei peggiori negozietti “dark-punk” di Camden, senza pensarci due volte.
Ieri, avevo gli occhi a forma di cuore di fronte agli abiti bon ton floreali e pieni di merletti e tulle del primo piano di Harrods.
Dentro di me, ormai, batte il cuore di una bambina dell’alta società.
E sottolineo “bambina”, perché mi sono innamorata di abiti in stile bambola, mica di quelli complicati e preziosi che proprio non capisco quando e dove dovrebbe indossare una donna!
Ho anche trovato un paio di abiti che indosserei tranquillamente al mio matrimonio, anche se non devo affatto sposarmi, ma per cose così lo farei domani!
(Anche se non ho 10.000 sterline per comprarne anche solo uno, eh. E non sto scherzando, i prezzi erano quelli sul serio.)
Ho sbavato un po’ (un bel po’) sul cibo profumatissimo e colorato del piano terra e poi mi sono diretta senza pensare al Toy Kingdom, da sempre la mia area preferita.
Inutile dire che anche lì avrei comprato tutto, dai libri di fiabe ai pupazzi giganti, dai costumi da principessa al casco di Darth Vader.
Ma mi sono trattenuta, ché c’è un ritorno imminente in Italia da pagare, se tutto fila liscio.
(Un ritorno di un weekend che mi costerà l’iradiddio, dato che è spuntata fuori la possibilità all’ultimo minuto.)

Ieri sera ho anche assaggiato la mia prima pizza da supermercato (Waitrose), dato che era in casa e non avevo voglia di cucinare.
Faceva un po’ schifo, ma non tantissimo, io mica mi formalizzo.
In fondo sono una che saluta i bambini dal finestrino dell’autobus, mentre la lista di posti che evito di visitare finché non ci sarà M. diventa sempre più lunga, come una promessa.

IL MOMENTO FELICE: il caffè caramella!

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Day 14 – Sitting.

A quanto pare la voce sta girando e così eccomi al mio secondo babysitting serale nel quartiere.
O non hanno capito che ero proprio quella che stava dando fuoco alla casa qualche sera fa o, peggio, non gli importa!
Oggi c’era un grigio denso a tagliare di netto il verde brillante del parco, ma niente può fermare il popolo del Common!
Sgambettando velice sotto al mio ombrellino a pois, ho incontrato decine e decine di esaltati intenti a correre, fare addominali, pilates ed altri strani metodi di tortura per me inconcepibili già in palestra, figuriamoci alle intemperie.
E poi loro, gli accompagnatori di cani.
Qui intorno, CHIUNQUE ha un cane.
E mica il meticcio salvato dal canile, eh.
No, cani di ogni razza esistente, spesso anche brutti, poverini, ma sicuramente costosissimi e delicati.
Sono ovunque: al parco, al semaforo, in caffetteria, in treno.
E puntualmente rivolgo loro un sorriso, ignorando totalmente i padroni.
Forse non è il modo giusto per fare nuove conoscenze, ora che ci penso… mmh…
A casa, ho sentito racconti del terrore di cui non voglio scrivere ora, così magari evito di nutrire le mie già grasse paranoie al riguardo.
So solo che devo farmi curare.
Prima o poi.
Quando sarò ricca, ecco.

Parlando d’altro, il mio album del momento è sicuramente “Two of a Crime” dei Perma.
Se amate la semplicità e ci sentite romantici, lasciatevi rapire dalle voci di Sherri (Eisley) e Max (Say Anything), perfettamente in sintonia a casa e sul palco.
Li amo tantissimo e da grande voglio avere una famiglia figa come la loro, o anche solo la metà.

IL MOMENTO FELICE: guardare la pioggia oltre i vetri della caffetteria, con la mente totalmente sgombra.

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Day 13 – What I want.

Ricevere la spesa a casa, dopo aver scelto i prodotti comodamente on line, è un lusso che non mi sono mai potuta permettere, prima d’ora.
Invece oggi si sono materializzati davanti alla porta i beni di prima necessità che dovrò provare a razionare in un lasso di tempo piuttosto ampio, evitando di ingozzarmi di tutto subito, come invece vorrebbe il mio primo istinto.
Sto passando un sacco di tempo con i miei nuovi mostriciattoli e li trovo interessanti come persone, cosa che con i bambini mi capita raramente.
Poiché, per citare Ken Brockman: “Anche i bambini sono persone. Persone incomplete ed inutili!”. 😀
Sono stata piuttosto casalinga, oggi, in tutti i sensi possibili, ma non ho avuto il tempo di annoiarmi.
Ho piccoli progetti che mi saltellano tra i pensieri e grandi traguardi in fondo ad altre strade, quelle più solide e lunghe, percorribili solo dopo miglia e miglia di bosco fitto.

IL MOMENTO FELICE: entrare in un asilo e sentire distintamente la nostalgia del mio vecchio lavoro.

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Day 12 – C’mon, slow down!

INTRODUZIONE: mi sono accorta che ho stupidamente omesso, fino ad ora, la parte cruciale di tutta la questione #100happydays, con la quale vi sto fracassando i cosiddetti da un po’, ossia, appunto, menzionare il momento felice del giorno, volta per volta.
Ho iniziato questa piccola avventura con le parole e non le con le fotografie (come mi pare di aver capito sia nata) anche e soprattutto per darmi un motivo (in più) per buttare giù anche solo due righe, tutti i giorni, per darmi la possibilità di conservare, ricordare e scoprire i tesori che sto imparando a vedere qui.
E quando dico “qui” non parlo di Londra, ma di me stessa, di come sono, di come mi vedo, di come vorrei diventare.
Long story short: rimedierò modificando i precedenti posts e cercherò di ricordarmi questo piccolo particolare, da adesso in poi.

 

I bambini hanno un particolarissimo modo di dire le cose più grevi con semplicità, come se nulla fosse.
E’ una cosa con cui ho a che fare quotidianamente da anni, ormai, ma mi stupisce ogni volta e prima o poi dovrò inventarmi una qualche risposta standard di circostanza che sia un po’ più di “oh…”.
I “miei” nuovi marmocchi sono abituati ad avere intorno sconosciuti e lo si capisce dalla tranquillità con cui si adattano ad una nanny mai vista prima, ma anche dall’ambivalenza dei loro atteggiamenti nei confronti di quest’ultima (me medesima, se non si fosse capito, ndr).
Sarà dura, ma per fortuna sono belli, il che mi porta automaticamente a sopportare più grane da parte loro.
Voglio dire, sei già un bambino e QUINDI un discreto rompicoglioni per natura, giusto?
Se sei anche brutto, abbi almeno la decenza di essere educato e simpatico!
Ai belli, si sa, sono concessi più difetti caratteriali.
(Sì, sono una persona orribile e non dovrebbero permettermi di lavorare con i minori, ma tant’è.)
Avevo qualche ora off, oggi, e poche forze fisiche per affrontare grandi mete.
Ho optato per Chelsea, girovagando per Sloane Square e dintorni sotto ad un cielo incerto che, a sprazzi, lasciava sfuggire qualche goccia, finché non è spuntata la Saatchi Gallery, che proprio non conoscevo, a colorare il pomeriggio.Ci ho messo poco a visitare tutte le stanze ed ancora meno a restare affascinata dalle opere dei giovani artisti che vi erano esposte.
Confesso, però, di aver trascorso un sacco di tempo allo shop verso l’uscita, dove avrei comprato quasi tutto, perché certi quaderni li ho trovati davvero bellissimi, divertenti e pieni di ispirazione.
Ma anche i post-it, i biglietti d’auguri, i planning e così via… un altro posto da aggiungere alla lista di quelli dove NON andare in giorno di stipendio!
Ho adocchiato diversi posticini interessanti dove vorrei provare ad assaggiare qualcosa quando M. sarà da queste parti.
Ne ho talmente tanti in mente, che probabilmente tornerà in Italia con 20 kg in più in corpo, ma non penso se ne lamenterà!
La mia doccia adesso dovrebbe essere a posto (prima avevo a disposizione due temperature: bollente e lava.), mentre ancora non riesco a capire cosa diavolo non vada nel termostato, quindi mi attendono altre notti torride, temo.
La piantina che ho trovato sulla cassettiera al mio arrivo, sta già morendo inesorabilmente e non capisco perché.
Stavolta mi sono ricordata di darle da bere e sembrava felice fino a ieri.
Oggi è accartocciata su se stessa, a dimostrazione di quanto io abbia il pollice nero, inutile girarci attorno!
Tra le altre cose, ho assistito ad una lite furiosa tra un automobilista ed uno scooterista (ma esiste questa parola? No, eh?).
Il secondo ha seguito il primo fino ad un semaforo, gli ha aperto la portiera ed ha provato a trascinarlo per strada tirandogli pugni.
Poi mi chiedono perché io non guidi, ecco.
Vorrei riuscire a dormire e riposare allo stesso tempo, in tutto ciò, ma pare impossibile, quindi mi aggiro per la città come un mini zombie e scrivo orribili posts inutili qui.

IL MOMENTO FELICE: la corsa al piano superiore di un double decker bus, godendomi la vista del quartiere con lentezza.

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Day 11 – Reminders.

Sgranocchio cereali senza sosta nella casa ormai silenziosa.
Ho mangiato cose buone, oggi, a tutti i pasti.
Alla faccia di chi dice che in Inghilterra il cibo fa schifo, insomma.
In Inghilterra, nella “mia” Inghilterra, fa schifo che non ci sia anche M., che non ci siano anche i morbidini.
Questo fa schifo sul serio, ecco.
Ma riesco a sopportarlo così bene solo perché sono in Inghilterra, appunto, ché in ogni altro posto al mondo, probabilmente, non sarebbe così fattibile.

Il parco sotto casa nasconde tesori ed oggi sono andata a cercarli.
Avevo addosso pochi vestiti per combattere il troppo vento, ma ho saltato con attenzione da una macchia di sole all’altra, nei prati verdissimi disseminati di petali svenuti.
Ho incontrato un piccolo castello e mi sono fermata a lungo ad osservarlo, accoccolata in un punto comodo della sua ombra maestosa.
C’erano quelle macchine da lavoro che conosco bene, tutt’intorno.
Il loro rumore familiare ha provocato un piccolo dolore pungente, come di capelli tirati forte dalla mano di un bambino.
Ho guardato tutto quel lavoro e tutti quei lavoratori ed ho pensato a come una certa persona facesse quasi tutto da sola, con quegli aggeggi che io definivo infernali.
Per un istante, ho pensato che sarebbe stato gentile, carino, perfino giusto, scrivere una frase qualunque, inviare anche solo uno smile, qualcosa che potesse far intendere “abbiamo chiuso, ma comunque ogni tanto ti penso, non ti ho cancellato dalla lista di quelli a cui tengo, eh”, ma poi ho ricordato certi discorsi, certe incomprensioni, certi episodi… ed ho capito che sarei stata fraintesa di certo, allora niente.

Sto imparando a muovermi in fretta, in questa casa, ed è bello.
Ora devo solo capire come farlo al buio.

IL MOMENTO FELICE: il buonissimo muffin raspberry&white chocolate!

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Day 10 – Green.

La St George’s Feast a Trafalgar Square, Green Park, Buckingham Palace, Hyde Park, Kensington Gardens… non potrei immaginare miglior modo di trascorrere una Pasquetta alternativa, ecco.
Ho incontrato un’ex collega che vive qui da un po’ ed abbiamo camminato a lungo tra il verde, i cigni, i turisti e la parata di conigli pattinatori. (Davvero, immaginate una cinquantina di persone travestite da coniglio che sfrecciano per i parchi pattinando a tempo di musica dance!)
Tante chiacchiere, un pranzo veloce in riva alla Serpentine, le nuvole gonfie a rendere opaca la luce del pomeriggio.

Domani si comincia sul serio.

IL MOMENTO FELICE: riconoscere certi sentieri e ricordare esattamente la sensazione della prima volta in cui li avevo calpestati.

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