Archivi del mese: agosto 2014

Currents.

La connessione internet di casa non funziona per motivi misteriosi ed io ODIO profondamente scrivere posts da questo maledetto cellulare che è già totalmente andato dopo un misero anno di vita.
Ecco spiegato il mio recente silenzio, anche se non penso qualcuno se lo stesse chiedendo.
Domani è Settembre, finalmente.
Il mio mese più atteso, l’inizio degli inizi, il momento per discorsi importanti che non posso più rimandare.
Il 10 ricominceranno le lezioni ed il 24 tornerò in Italia, nel profondo Sud, per un evento che non pensavo potesse arrivare così presto.
La prima a sposarsi, tra Noi.
Quella che ha sempre scommesso su di me, tra l’altro.
Rivedrò i miei per la prima volta da Natale e già prevedo forti scompensi emotivi che spero di riuscire a gestire con eleganza, ché ormai dovrei essere “grande”, porca miseria!
Ho anche un nuovo lavoretto part-time per riempire le pause ed il portafogli.
La mia nuova capa è una dolcissima labrador tutta nera di 5 anni, mica male!
Stiamo affrontando lunghi discorsi, io e Londra, ultimamente.
Ci sono segreti che stiamo imparando a dire ad alta voce, ormai, nonostante facciano un po’ male.
Ma va bene.
Se fa male, vuol dire che qualcosa inizia a smuoversi, che non ci sono più censure, che si avvicina il sollievo.

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Un tranquillo weekend di follia.

Arrivata alla fine di questo luuungo weekend, posso dire senza paura di essere più stanca di prima.
Non che sia andata a lavorare nei campi, eh, ma diciamo che non sono stati giorni proprio rilassanti.
Ci sono stati operai in casa fino a ieri sera, con musica di Rihanna a tutto volume ed un’incontenibile voglia di fare gli amiconi ogni volta osassi materializzarmi nelle loro vicinanze, e già questo ha reso meno paradisiaco l’avere la casa tutta per me.
A dirla tutta, anzi, in casa ci sono stati più loro che io, in totale.
Domani, una delle tedesche se ne andrà forevah e così sabato sera abbiamo pensato di far festa in suo onore.
Cena spartana a casa e poi di corsa verso un locale proposto dalla rumena, dove il suo ragazzo è lo chief bartender (motivo per il quale tutte le altre hanno accettato subito: ragazzo barista=alcool gratuito, si sa!).
Locale carino, con musica non troppo fastidiosa, staff disponibile e cocktail buonissimi a prezzi onesti.
Peccato fosse a Pinner.
Ossia a Nord Ovest.
E noi tutte abitiamo a SUD Ovest.
E in una città grande come Londra, non è un partcolare da sottovalutare, ecco.
Dopo un treno, tre metro ed un autobus, siamo giunte a destinazione e siamo state accolte da shottini gratuiti, così, tanto per iniziare in bellezza.
Dopo qualche ora, le tedesche sono andate via ed io sono rimasta a far compagnia alla rumena, fino a chiusura.
Errore madornale!
Mi sono ritrovata a dover riportare un’ubriaca tendente al triste dall’altra parte della città, in piena notte, con un clima invernale (i vetri delle auto erano ghiacciati, non so se mi spiego.) e vestiti troppo leggeri addosso.
Per farla breve, potrei riassumerla così: cab companies che non rispondono al telefono/non conoscono l’indirizzo/non servono la zona; cab a caso (non quello che, dopo ripetuti tentativi di comunicazione col tizio arabo del centralino, ero riuscita infine a prenotare.) fino alla fermata del notturno; perdita del notturno; attesa di quaranta minuti tra gente poco raccomandabile; notturno per TRENTANOVE fermate seduta accanto a tipa pazza che urlava da sola; altro notturno; rendersi conto di essere su quello sbagliato; notturno giusto per un’altra decina di fermate; gelo totale; una cosa come 3 o 4 km (ma forse di più. Sì, decisamente di più.) a piedi, a quel punto ridendo di cuore dalla disperazione e tremando per il freddo; tratto finale in mezzo al parco con tanto di “sticazzi se ci ammazzano, di qua è più veloce!” (Cappuccetto Rosso non mi ha insegnato niente, a quanto pare.); arrivo alla porta di casa alle 04.33; lavare piatti invece di andare a letto (“ché tanto lo so che domani poi non mi va!”); raggiungere il letto ed aver voglia di piangere dalla gioia!
Ecco, il giorno dopo avrei voluto trascorrerlo a dormire e dormire e poi ancora dormire.

Invece no.

Perché avevo promesso all’amico De. che ci saremmo visti e lui si è fatto fissare un giorno off appositamente per me, potevo mica abbandonarlo?
Ebbene, avrei dovuto!
L’idea era quella di andare a visitare la zona di Highgate e, ovviamente, anche il famoso cimitero, così ho iniziato la lunga traversata, provando a non scoraggiarmi. (Highgate è a Nord: ero DI NUOVO lontana millemila km da casa e sapevo che non avrei rivisto il letto se non dopo ore.)
Ho dovuto fare i conti con alcune stazioni metro chiuse per lavori ed alcuni autobus deviati, ma ce l’ho fatta e stavo quasi per recuperare il buonumore.
Ma il peggio doveva ancora arrivare.
L’amico De. è una cara persona, ma ha un grave difetto: non si informa.
Esce di casa e basta, senza chiedere al fidato google dove diavolo debba andare, senza chiedere al maledetto TFL quali siano le linee funzionanti e quali quelle bloccate (dato che in questa città c’è SEMPRE qualche lavoro in corso, qualche festa, qualche manifestazione. Un po’ come a Roma, solo che qui hanno la cortesia di avvisare la gente e, magari, offrire alternative. A Roma puoi pure morire lì dove ti hanno mandato. Cioè nel nulla. Cioè a Quintiliani. Ma questa è un’altra storia.), senza chiedere a CityMapper quale sia il percorso più veloce o anche solo quello giusto.
Così ha iniziato a mandarmi messaggi a raffica comunicandomi di non sapere e proprio mentre cercavo una soluzione, si è infilato in metro (sempre a caso) e non l’ho mai più sentito.
Le ore passavano ed io avevo già visto tutto il quartiere, scovato il MERAVIGLIOSO Holly Village (vi prego, cercate HOLLY VILLAGE LONDON su google immagini e vi renderete conto di cosa parlo.) dove ho deciso di andare a vivere, coccolato un gruppo di morbidini ciccioni e desiderato ardentemente di uccidere l’amico De.
Mentre guardavo con tristezza l’ingresso dell’Highgate Cemetery constatando che entrarci da sola senza di lui sarebbe stata un po’ una bastardata, il cartello degli orari mi ha confermato che no, non ce l’avrei fatta a visitarlo, dato che l’altro era ancora in alto mare.
Una serie di surreali telefonate dopo (“Sono all’ingresso dei Parliament Hill Fields.”, “Quale?”, “L’ingresso.”, “QUALE?”, “L’ingresso grande.”, “Pure io, in teoria, ma ce ne sono duecento!”. Ecc.), siamo riusciti ad incontrarci ed abbiamo pensato di insultarci a vicenda davanti ad un pessimo milkshake ed una orrenda fetta di cheesecake al cioccolato.
Alla fine abbiamo optato per una passeggiata a Parliament Hill Fields, appunto, rassegnandoci alla sfiga della giornata.

Oggi è l’ultimo Bank Holiday prima di Natale e chiaramente piove a dirotto da stamattina, per la mia gioia e per il dispiacere di tutti gli altri.
Questo non mi ha fermata dall’andare a fare un giro al Notting Hill Carnival, armata di stivali di gomma gialli ed ombrellino a pois.
A me il concetto di Carnevale sfugge un pochino, ad essere sincera.
Non comprendo l’allegria immotivata ed in realtà non me n’è mai fregato più di tanto.
Tranne che per la parte del travestirsi, io adoro travestirmi!
Solo che questo non è un Carnevale di quel tipo; non principalmente, almeno.
Si tratta più che altro di una marea (ripeto: UNA MAREA) di gente ubriaca marcia dalle 11 del mattino (in poi) che urla e si dimena a ritmo di musica caraibica e/o hip hop per le strade di un’irriconoscibile area che di solito è abbastanza tranquilla ed anche piuttosto costosa.
Ci sono banchetti di cibo (soprattutto carne alla brace di ogni tipo) in ogni singolo angolo ed un sacco di palchi improvvisati con gente che suona (per lo più percussioni) e/o mette musica a palla.
Più la parata (a cui puoi partecipare solo se sei mezzo nudo, a quanto pare.) che va avanti per ore, naturalmente.
Chi vive e/o lavora da quelle parti, la ritiene più una scocciatura che altro, considerando il blocco del traffico ed il casino fino a tardi per (almeno) due giorni, ma è una tradizione molto famosa in questa città ed ogni anno attira centinaia e centinaia di giovani vogliosi di far festa per strada.

Ho resistito un paio d’ore, non di più.

Sarà che non ero ubriaca e quindi non sono riuscita ad entrare pienamente nello spirito, sarà che ho deciso di andarci da sola, sarà che una giornata di pioggia così perfetta è fatta per essere ascoltata in silenzio.

Comunque ormai i gatti del quartiere mi conoscono tutti e sanno che quando passo io ci sono coccoline in arrivo!

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Here.

Indosso un maglioncino.
Il 21 agosto.
Un maglioncino leggero, ok, anche con le maniche a tre quarti, ma sotto c’è una maglietta di cotone a maniche lunghe, consideriamolo.
E ad un certo punto, in mezzo al vento, ho dovuto aggiungere una giacca.
Ripeto: il 21 agosto.
Non so se mi spiego.
Mentre passeggiavo senza meta e senza orario per il Common, dopo aver ricevuto il dono miracoloso di altri ben 6 giorni di vacanza grazie a cause di forza maggiore, non potevo fare a meno di sorridere “ad alta voce”, non solo con la bocca, con gli occhi, con tutta la faccia, ma anche col respiro, con quei sospiri forti che non sono ancora risata, ma che sfuggono alle labbra, impertinenti ed emozionati.
Sorridevo forte perché l’aria è più fredda, le giornate più corte, i prati costellati di foglie svenute, gialle, marroni, ambrate, alcune sfinite, altre croccanti sotto ai passi.
Sorridevo senza pensieri perché avevo un buon libro in borsa ed un bel po’ di batteria da scaricare in decine di scatti.
Mi ha interrotto una voce che, in un sussurro sorpreso, ha esclamato: “Guarda dove sei arrivata!”.
Mi ha interrotto una voce incredula, consapevole, serena.
La mia.

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Out now!

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Ho rotto le scatole a tutti per mesi (soprattutto al povero M.) ed infine eccolo qui.
Sono cinque pezzi semplici, ma ho avuto comunque bisogno di aiuto  per finirli, perché da sola mi sarei persa in mille inutili crisi da drama queen come ho, effettivamente, fatto per anni, da quando ho scritto la prima nota nel 2008.
Non è perfetto, non è originale, ma è mio e spero che un po’ possiate volergli bene.
Il mio primo EP da solista, per voi:

http://www.soundcloud.com/vcoffeegirl

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La sottile differenza tra l’arrivare ed il tornare.

Ieri sera ho comprato il primo regalo di Natale di quest’anno.
A Ferragosto, sì.
Che poi, a dirla tutta, sto realizzando soltanto adesso che fosse Ferragosto; Sono uscita con giacca e pasticche per il mal di gola in borsa, del resto.
Leicester Square era affollata come al solito ed incontrare un amico di Roma dopo una cosa come 6 anni, per puro caso, a due passi da lì, ancora adesso mi lascia incredula.
Dopo mesi, mi sono procurata un portachiavi (ma, soprattutto, dopo l’ennesimo furto di chiavi da parte della capa rincoglionita.) e pare che io abbia anche superato il blocco dell’acquisto di tazze dato che, oltre ad averne comprata un’altra appena tornata dalle ferie, ne ho già adocchiate altre 2 o 3 negli ultimi giorni.
Il volo del ritorno è stato finalmente tranquillo, senza turbolenze, come non mi capitava da tantissimo, così ho potuto godere della vista della Manica scintillante ad un bel po’ di piedi di distanza dal mio finestrino.
L’Inghilterra del Sud, dall’alto, è una trapunta patchwork che tiene al sicuro milioni di sogni, promettendone altrettanti a chi la vede da vicini per la prima volta.
Lo avverto, sempre, nel tono di voce di chi occupa i sedili intorno al mio e freme all’idea di calpestare quelle strade proprio uguali a come le descrivono le canzoni.
La manovra d’atterraggio mi ha portata dritta in mezzo a nuvoloni spumosi, grossi come giganti bianchissimi che non ti potranno mai afferrare, perché la tua corsa è più forte delle loro dita di fumo.
Sono tornata da neppure una settimana ed è come non essere andata via affatto; come se tutto quello che mi ha riempita di vita a centinaia di chilometri da qui fosse stato soltanto un lunghissimo sogno di cui, ora, sto già perdendo i profumi.

Ieri sera ho comprato il primo regalo di Natale di quest’anno ed ho pensato a Dicembre, inevitabilmente.
Mi sono chiesta quanto sarà grande la mia valigia, a chi dovrò dire addio e a chi a presto.
Mi sono sentita stupida, incontentabile, troppo felice.
Seduta sui gradini di Trafalgar Square, sotto ad un cielo che di notte non ha motivo di essere chiamato cielo, mi è sembrato tutto imminente ed ho avuto paura.
Perché no, non è ancora il momento di andare, voglio riposare, c’è tempo.
Londra è perfetta, le mancano solo le montagne.
E il cielo, quello vero.

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Cose (relative alle ultime settimane) di cui potrei scrivere…

… se solo ne avessi la forza:

  • le giornate bucoliche;
  • la gita breve alle Cinque Terre;
  • gli sconvolgimenti emotivi dovuti a certe telefonate genitoriali e le conseguenti epifanie;
  • il ritorno a Londra e le idee per le prossime settimane;
  • l’EP, anche se ho già sufficientemente rotto i maroni a riguardo;
  • le mie malattie;
  • cose serie come vestiti e capelli.

Quasi quasi lascio scegliere al pubblico a casa!

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Pensieri importanti.

C’è una profonda crudeltà nell’avere capelli perfetti in giornate in cui non devi fare assolutamente niente, o lo penso solo io?

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Further is the only way.

Quest’Agosto pigro che mi si affaccia in casa con grandi occhi grigi mi dà il permesso di metter su un tè caldo alla vaniglia, come nel più classico dei miei pomeriggi Autunnali.
È il mio penultimo giorno italiano e niente sembra pronto per la partenza.
A tratti, neppure io.

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Passeggiando tra le nuvole.

La giornata promette montagne e, per il momento, so solo quali scarpe indossare, il che non è da sottovalutare.
Soprattutto considerando tutte le Converse All Star che ho DISTRUTTO durante le mie escursioni in alta quota degli scorsi anni, prima di capire che, FORSE, ci si dovrebbe attrezzare come si deve, prima di improvvisarsi stambecchi.
Ad ogni modo, adesso ho le mie belle scarpe da montagna rosa shocking (non è colpa mia, me le hanno regalate! Certo, certo…) e sono pronta a lasciarmi inghiottire dal panorama senza pari che certe altezze sanno dipingere.

Ho anche trovato un titolo per il famigerato EP.
E’ arrivato da solo, mentre lasciavo ondeggiare un braccio fuori dal finestrino dell’auto, correndo verso mete che conosco benissimo.
E’ spuntato in un istante, facendo capolino da una nebbia fitta di pensieri contrastanti, nitidissimi, eppure fumosi.
“SINCE I FOUND HOME” è il risultato.
Che ci sta tutto, considerando il momento esatto in cui ho iniziato a scriverle, queste canzoni, nel 2008.
Canzoni che hanno sempre avuto sapore Autunnale, sulla lingua, ma che mi ritrovo a registrare in piena estate, come mai avrei pensato.
Estate atipica e decisamente tendente al cupo, ok, ma pur sempre estate.
Mentre ho ricevuto l’ultima traccia in regalo da altri, decidendo di lasciar andare – per il momento – quelle nate a Londra negli ultimi mesi, vi lascio un altro pezzetto di quello che mi sta tenendo impegnate le mani, la bocca, la mente, in queste ferie stranissime.
Un po’ più allegro e vagamente retrò, stavolta.
Link sotto, ecco a voi l’ultima e definitiva versione della primissima canzone scritta nel momento esatto in cui ho capito di aver, finalmente, trovato Casa. E non era tra quattro mura.

All of him

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