Archivi del mese: maggio 2013

IF.

“Are you really here or am I dreaming?
I can’t tell dreams from truth
for it’s been so long since I have seen you,
I can hardly remember your face anymore.
When I get really lonely and the distance causes only silence
I think of you smiling with pride in your eyes, a lover that sighs.
If you want me satisfy me.
Are you really sure that you believe me
when others say I lie?
I wonder if you could ever despise me
when you know I REALLY TRIED
TO BE A BETTER ONE TO SATISFY YOU
for you’re EVERYTHING to me
.
And I’ll do what you ask me
If you let me be free…”

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Mayvember.

Non riesco neppure a far finta di essere infastidita dalle finestre della camera che, dopo non aver battuto ciglio durante tutto l’inverno, adesso si riscoprono improvvisamente incapaci di tener fuori l’acqua.
E’ che questi temporali magnifici, queste tempeste istantanee, questi diluvi inaspettati e feroci… mi scaldano le giornate.
La voce prepotente dei tuoni vicinissimi sembra invitarmi a metter su un bollitore per il tè, così obbedisco, lasciando cadere carezze sui morbidini lungo il tragitto.
Il cielo ha consistenza fumosa e densa, in giorni così. e quando esplode in milioni di coriandoli d’acqua sembra che renda più leggeri anche i miei ingarbugliati gomitoli mentali.
Le strade si colorano di caos, ritorni frettolosi e ripari improvvisati, solo per pochi minuti, il tempo di preparare la scena allo spettacolo inarrivabile del silenzio che resta, pieno di musica.
Il Maggio più Novembre della storia, per quanto mi riguarda.
Non ho mai apprezzato così tanto la Primavera!

 

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La prima volta.

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Ieri ero qui.
Primo concerto con la nuova band.
Non ho idea di come sia andata, perché, sul palco, il suono non era dei migliori, come sempre accade in queste manifestazioni.
Ma abbiamo ricevuto un sacco di complimenti, da personaggi impensabili.
Diciamo che mi fido e mi vanterò di aver fatto una gran figura per qualche settimana… fino alla prossima data! 🙂

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Bother.

There’s ALWAYS a girl.
It’s just that I don’t know anymore if that’s me.

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“Sei bella, qui nel tramonto.”

Non indosso calzini spaiati per sbadataggine, è una scelta ben precisa.
E’ che “cammino male”, ho una postura terribile, a quanto pare, così rompo le scarpe di tela e le calze sempre negli stessi punti, in poco tempo.
Allora i calzini integri restano vedovi, tristi e soli nel cassetto, inutilizzati per mesi.
Da qualche tempo, ho deciso di cambiar loro il destino, accoppiandoli a caso, ché tanto chi dovrebbe mai guardarmi i piedi, a parte chi mi conosce già abbastanza da aspettarsi piccole cose bizzarre così, da me?!
A volte mi piaccio.
Non tantissimo e non tante volte, ma capita.
Ci sono brevi istanti in cui, risollevando la testa dall’ultimo risciacquo al sapor di dentifricio, guardo dritto negli occhi la sconosciuta che vive nello specchio, trovandola piacevole, perfino carina.
Every time I feel so pretty, there’s noone looking at me… , però.
Nell’ultimo anno, ho sprecato quasi tutta la bellezza rubata a stento, incapace di conservarla intatta per quel “poi” che probabilmente non arriverà affatto.

Ma non ha importanza.
Non è nulla di serio, in fondo.

Ieri la casa profumava di pasta frolla e sembrava che i giorni dovessero diventare più dolci e lenti.
Ho ripensato alla mamma della mia Luce, che un giorno ha promesso a se stessa che ci sarebbe sempre stato odore di dolci appena sfornati, nella sua casa, ed è riuscita nell’intento.
Quando ho sentito questo aneddoto per la prima volta, mi sono segretamente appuntata lo stesso proposito tra i pensieri, ma non penso che la mia proverbiale incostanza saprà renderlo reale.
Dovrei raggirare la parte del “sempre”, per riuscirci.

Questo venerdì sera è confuso e vociante, dentro la testa e fuori dalla finestra.
Lo avevo pensato diverso, ma lo innaffierò di tisana ed altrui vite sullo schermo, per dargli un senso.

Ero bella, ieri. Me l’hanno detto.
Ma non c’è tempo per fermarsi a guardarmi.

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Tu ed io siamo una bomba ad orologeria puntata sul persempre.

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“…I should be over all the butterflies,
but I’m into you.
And, baby, even on our worst nights
I’m into you.
Let them wonder how we got this far
cause I don’t really need to wonder at all.
And after all this time
I’m still into you.
Some things just make sense
and one of those is you and I…”

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Vorrei un paio di scarpe gialle per correre incontro al prossimo fallimento.

Se uscissi di casa, adesso, dovrei indossare il cappotto.
Perché, nella foga dell’estate improvvisa di qualche settimana fa, ho messo via i maglioni e le felpe, ma non i cappotti, per dimenticanza o solo per pigrizia.
Poi l’Autunno ha deciso di tornare a far capolino, con temporali degni del Vecchio Testamento e temperature a capofitto verso i numeri ad una sola cifra.
Sono riuscita a ripescare un vecchio pile da uno scatolone pronto per il trasloco da almeno un mese, incastrato malamente tra la porta d’ingresso e quella del ripostiglio, dove i morbidini adorano intrufolarsi in piena notte, producendo rumori apparentemente impossibili da replicare alla luce del sole, per individuarne l’origine ed, eventualmente, provare ad eliminarla.
Potrei semplicemente spostare lo scatolone, ma la verità è che questa casa è talmente piccola da non avere neppure nascondigli.
Sembrava che i giorni andassero a rilento e invece mi ritrovo a contarne 4, oggi.
Voglio dire: QUATTRO.
Riesco a tenerli tutti insieme in una sola mano, non è cosa da poco.
Ed è vero che ho ancora tutta l’estate (quella da calendario, almeno) davanti, per dire addio a questa casa ed arrivederci ai contorni di questo anno che, nonostante tutto, mi sembra quasi appena iniziato.
Nel mio abituale circo di nomade ossessivo-compulsiva, arriva sempre, puntuale, questo momento… caratterizzato da una frenetica voglia di impacchettare la mia vita immediatamente, per spostarla altrove e posizionarla in modi nuovi, magnifici, idealizzati per mesi, che si rivelano, nel giro di pochissimo, irrealizzabili.
In questo particolare momento della storia, cerco di non guardarmi indietro ed intorno e, contemporaneamente, non posso farne a meno.
Istintivamente, prendo le distanze da posti e relazioni, sminuendoli, trovando difetti, autoconvincendomi di non averli mai amati…
Pur sapendo, segretamente, che arriverà la “serata-no” in cui tutto questo tornerà a galla con prepotenza, rovesciandomi addosso la mia inaudita incapacità di gestire il distacco.

Da sempre, so restare solo continuando ad andarmene.

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“In questa stanca domenica di Novembre”.

Vorrei fermarmi a scrivere qualcosa in più di qualche riga frettolosa, perché in fondo sta tornando a galla quel bisogno, in questi giorni.
Nonostante il senso di spossatezza, lo sguardo invecchiato di 10 anni nel giro di pochi giorni, l’agenda lasciata a sonnecchiare in borsa per far finta di non doverci scrivere troppe cose in ogni pagina…
C’è un pensiero sbagliato che viene giù insistentemente da settimane, come questa pioggia autunnale che si è persa tra le pieghe del calendario, regalandomi una replica di Novembre… ma non voglio ascoltarlo, per paura che diventi pericoloso sul serio, presente, reale.
Ho deciso di andare al cinema, oggi.
Tra pochissimo, perché so già che in serata diventerebbe troppo impegnativo, troppo vicino a domani.
Dopo aver cercato ogni sorta di rimedio naturale in giro per il web, ho scoperto che la soluzione ideale per combattere le occhiaie era dormire.
Per ore, tutta la notte, tutta la mattina, con i gatti addosso, con le coperte ben strette attorno al corpo rilassato, con il naso freddo e la testa sgombra, senza appuntamenti.
Ho canzoni non scritte che mi pendono rumorosamente tra gola e mani… saprò aiutarmi a raccoglierle?

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Ultimamente mi esprimo solo per citazioni, insomma.

“To come home from another home is a weird feeling, because people expect you to be the person you were when you left, and that’s impossible. You expect things to be exactly the same as when you left, and that’s impossible. Maybe it’s impossible to even truly come home once you’ve gone away because of those changes. Coming home is strange, because now that place is just a tiny bit less of a home.”

(Alex Brueckner)

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Feeling like this.

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In the middle of myself.

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