Archivi del mese: gennaio 2014

Are you happy with them?

Sono scesa dall’autobus di fretta, perché era da tanto che non passeggiavo tra il caos di colori di Trafalgar Square, così ho voluto concedermi il lusso di essere lenta, di dosare i passi e respirare il momento.
Una voce giovane, delicata, ha attirato la mia attenzione e, voltandomi, ho notato che c’era un sorriso dolcissimo attaccato dietro.
Questa ragazza gentile, bella, un po’ timida, mi ha raccontato la sua storia nel giro di poche frasi, riempiendomi gli occhi di tenerezza.
Mi ha parlato del suo ragazzo che vive in Russia e della sorpresa che gli sta preparando per San Valentino, per abbattere un po’ la difficoltà della distanza.
Ferma gli estranei per le strade di Londra, gli affida un cartello che recita “She is happy with you.” e li fotografa, uno per uno, così che lui capisca.
Far parte di questo piccolo progetto così romantico mi ha resa felice, mi ha fatto pensare a quanto possono essere tristi, a volte, le telefonate su Skype o le foto dei propri pasti che non possono, per forza di cose, essere accompagnate dall’invito a prenderne un boccone.
Mi ha fatto riflettere su quanti piccoli modi possiamo inventarci per tenere vivo l’amore, anche da lontano.

Se qualcuno vi rende felice, diteglielo. Oggi, subito.

Categorie: Ordinary li(f)e, Somebody told me | 10 commenti

In contropiede.

Io dico solo che avrei bisogno di un giorno, ALMENO un giorno, per favore.
24 ore per dire a presto.

Categorie: io dico solo | 9 commenti

So beautiful it hurts.

“Shadows settle on the place, that you left.
Our minds are troubled by the emptiness.
Destroy the middle, it’s a waste of time.
From the perfect start to the finish line.

And if you’re still breathing, you’re the lucky ones.
‘Cause most of us are heaving through corrupted lungs.
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong.

We are the reckless,
We are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we’ll reveal the truth
That one will die before he gets there.

And if you’re still bleeding, you’re the lucky ones.
‘Cause most of our feelings, they are dead and they are gone.
We’re setting fire to our insides for fun.
Collecting pictures from the flood that wrecked our home,
It was a flood that wrecked this home.

And you caused it,
And you caused it,
And you caused it

Well I’ve lost it all, I’m just a silhouette,
A lifeless face that you’ll soon forget,
My eyes are damp from the words you left,
Ringing in my head, when you broke my chest.
Ringing in my head, when you broke my chest.

And if you’re in love, then you are the lucky one,
‘Cause most of us are bitter over someone.
Setting fire to our insides for fun,
To distract our hearts from ever missing them.
But I’m forever missing him.

And you caused it,
And you caused it,
And you caused it.”

Categorie: Imagine, Somebody told me | 2 commenti

“…since you’ve been gone my life has moved along quite nicely actually…”

C’è quel certo film, in TV, stasera.
Uno di quei film che, senza di me, non avresti mai visto, probabilmente.
Mi sentirei orgogliosa di averti fatto guardare certi film, di averti fatto leggere certi libri, di averti fatto ascoltare certa musica, se solo fossi sicura che tu ne abbia fatto tesoro, dopotutto.

Ho scritto questo, un po’ di sere fa, poi ho lasciato perdere, ho deciso di spegnere il pc e di cambiare canale.
Un altro, ennesimo punto.
E’ che WordPress ha questa ambivalente abitudine di salvare in bozze anche i pensieri che pensavo di aver cancellato e basta, così eccolo qui, ripescato appositamente per l’occasione.
Penso di aver fatto un sogno in cui c’eri anche tu, la scorsa notte.
Non ricordo molto, ma la sensazione di averti visto in qualche angolo della fase REM è rimasto ad aleggiare nell’aria per tutto il giorno.
Mi è capitato di passare sotto casa tua, di recente, e mi sono chiesta come sarebbe incontrarsi per caso, senza display di mezzo, senza accuse premeditate da sputarci addosso a vicenda.
Ho immaginato solo silenzio, da parte mia.
Il silenzio è la risposta che ho scelto di darti, alla fine, perché fosse la fine sul serio, dopo anni grondanti di parole grosse, che avevano perso ogni significato.
La verità è che ci siamo raccontati milioni di bugie. Tu le dicevi a me, io a me stessa.
Non fa male, il silenzio; è sincero.
Se ci incontrassimo per strada, forse mi troveresti diversa.
Ho cambiato il colore dei capelli (ne ho cambiati almeno 2 o 3, dall’ultima volta, in effetti), ho cambiato lavoro, casa, progetti.
Non prendo più il caffè macchiato.
Sto bene e non ho più voglia di raccontartelo.

Categorie: Beyond, Somebody told me | 4 commenti

Post lungo, polemico e serio. Insomma, magari ve lo potete evitare.

Ho una sorellina che il prossimo Settembre dovrà iscriversi al primo anno di superiori (il che mi fa sentire incredibilmente vecchia e fuori luogo nel chiamarla “sorellina”, ma tant’è.) e sentir parlare dell’argomento, al momento della telefonata serale con i miei, mi fa sempre un certo effetto.
Mio padre era ragazzo quando lo erano i Beatles, per dire, e mia madre ha ancora nell’armadio dei vestiti che farebbero invidia a qualunque maledetto hipster su questo pianeta. (Ma almeno lei, a differenza degli hipster, ha il buon gusto – e il buonsenso – di non indossarli più.)
Vengono entrambi da famiglie numerose ed unite nonostante le difficoltà economiche, i traslochi, i matrimoni e la prole.
Mio padre era una specie di terribile Gian Burrasca, da bambino, e quando mi capita di trovarmi a tavola con lui ed i soliti due amici di sempre, non è raro assistere a racconti di aneddoti esilaranti relativi ai loro anni di Ragioneria.
Mia madre ha passato parte della sua infanzia “al Nord” e ne parla come se quello, proprio quel Nord in cui è finita la sua secondogenita (me medesima, ndr) sia un universo parallelo con usi e costumi che lì al Sud, dove ha poi costruito il suo nido, possono essere veramente compresi solo da pochi.
Lei è nata già adulta, per quello che ne so io, ha sempre dato una mano in casa, ha cresciuto i suoi fratelli minori, ha guardato in faccia piccoli orrori quotidiani di cui ora parla col sorriso, come se nulla fosse stato, e che in quest’epoca sarebbero cose da Servizi Sociali.
Mia sorella maggiore ed io siamo arrivate alla fine degli anni ’80 e siamo state cresciute in un clima sereno, fatto di regole sottintese, imparate semplicemente osservando loro due, e che mai ci è venuto in mente di infrangere, prima dell’adolescenza inoltrata.
Non abbiamo mai usato parole volgari, in casa, e ricordo perfettamente il momento in cui ho provato a dire “cavolo” a tavola, commentando qualcosa alla TV, trattenendo il respiro, segretamente eccitata all’idea di aver usato un termine “da grandi”, proibito, in attesa di una reazione da parte di tutti.
Lei ed io abbiamo caratteri molto diversi, ma siamo state educate allo stesso modo ed abbiamo avuto le stesse opportunità, condividendo sempre tutto.
Per me la scuola è stata uno scherzo per l’intero ciclo di elementari e medie, tanto che i miei avevano smesso di andare ai colloqui con gli insegnanti perché, puntualmente, si sentivano dire, con un sorriso: “Beh, cosa possiamo dirvi? Tutto benissimo, naturalmente!”.
Credo che quel “naturalmente” sia stato gran parte della rovina della mia autostima nel corso della mia vita, ma questa è un’altra storia.
Quando mia sorella ha deciso di iscriversi all’Istituto Magistrale, mio padre ha pensato che sarebbe diventata maestra, come una nostra zia.
L’anno successivo, però, quella scuola è magicamente diventata un Liceo delle Scienze Sociali, che ancora oggi non mi è ben chiaro che cosa voglia dire di preciso.
Ad ogni modo lei, inutile dirlo, non è mai diventata una maestra.
Così, quando è arrivato il mio turno, hanno sospirato con rassegnazione di fronte alla strana scelta (strana prima di tutto per me) del Liceo Scientifico (io che della matematica so a malapena fare lo spelling, per intenderci.), ma senza aprir bocca a riguardo.
Molti (ssimi) anni dopo, sta per tornare quel momento e mi rendo conto di quanto loro due siano rimasti legati alla concezione della scuola e del mondo del lavoro che avevano già più di 20 anni fa.
Mi fa sorridere sentire frasi come “la Ragioneria ed il Geometra ti danno un titolo spendibile subito, mentre dopo i licei devi per forza andare all’università, altrimenti non puoi lavorare” uscire ancora oggi dalle loro bocche.
Mi fa sorridere in modo amaro, ecco.
Perché, per quanto loro stessi non abbiano mai navigato nell’oro, abbiano dovuto (e debbano ancora) affrontare sacrifici e stringere la cinghia tutti i santi giorni della loro (e nostra) vita, sembra che proprio non riescano a concepire quanto non sia AFFATTO automatico trovare un lavoro solo grazie ad un titolo di studio.
Parlano di figli di amici e parenti senza neppure dire i nomi, ma semplicemente appellandoli come “un laureato in Ingegneria”, “una studentessa di Chimica”, “una laureata in qualsivogliarobafiniscainLOGIA”.
Senza rendersi neppure conto di quanto sia triste, perché tutti questi ragazzi sono “solo” questo, “solo” laureati e NON Ingegneri, Chimici, qualsivogliarobafiniscainLOGI.
Perché hanno il libretto pieno di firme di professoroni e nient’altro, in mano.
Escono di lì e poi chissà.
Perché viviamo in un’epoca in cui i laureati non sono pochi e, diciamocelo, ci sono in giro possessori di laurea con le capacità intellettive e la cultura di un termosifone.
I miei genitori questo non lo capiscono sul serio.
Per loro avere una laurea appesa al muro di casa è un inequivocabile segno di bravura, di adeguata istruzione, di indubbie capacità spendibili nel proprio settore lavorativo preferito.
Se ne stanno ben fermi in questa convinzione, sperando segretamente che la più piccola di casa scelga “bene”, ché “se nemmeno con la laurea si trova lavoro, a questo punto meglio puntare su una scuola che ti dia una qualifica e ti permetta di far qualcosa, intanto“, come se poi fosse davvero così.
Siamo incastrati in un sistema che ci vuole studenti per sempre, stagisti a vita, apprendisti fino alla pensione… altrui, ché noi molto probabilmente non la vedremo affatto.
Ci dicono che siamo obbligati a frequentare la scuola fino ad una certa età, ma in fondo è raro che un ragazzo, oggi, non arrivi al diploma.
E dopo il diploma che fai? Non ti iscrivi all’università?
L’università: i fantomatici migliori anni della nostra vita! (Se non si fosse ancora capito dal mio tono sarcastico, per me non lo sono stati affatto, ma questa è un’altra storia.)
Anni in cui non facciamo altro che vivere sotto costante pressione, parlando quasi esclusivamente dei libri che, di esame in esame, affollano le nostre squallide stanze da fuorisede (e, probabilmente, fuoricorso) ed imparando molte date inutili, moltissimi concetti astratti che MAI ci serviranno davvero nel lavoro che vorremmo fare.
E che probabilmente non faremo.
Perché dopo la triennale vuoi mica fermarti? A che serve la triennale, iscriviti alla magistrale, ormai ci sei!
Via, altri 2 anni (se stai nei tempi giusti).
Bene, sei laureato, sei “specializzato” (purtroppo è raro che sia davvero utile a “specializzarsi” in qualcosa di concreto, la magistrale.)… pronto per lavorare?
Ma no, dai, iscriviti ad un master! Magari di 3 o 4 anni, spendendo millemila euro.
Ricorda che con un master sul curriculum (il tuo lungo curriculum in cui, alla voce “Esperienze Lavorative”, puoi scrivere solo cose come “cameriere” o “aiuto compiti”, se sei stato così fortunato da avere il tempo e la dritta per trovare un lavoretto part-time, durante i tuoi anni di studio.) può fare la differenza, in ambito di colloquio di lavoro!
Colloquio che spesso neppure arriva, dopo l’invio di centinaia di CV dappertutto, ma per il quale almeno sarai pronto.
Magari mentre aspetti puoi provare a fare un dottorato o iscriverti ad un master di livello superiore o…
E se poi riesci davvero ad entrare in una qualche azienda? Dopo tutti questi anni di studio, dopo i tirocini, le specializzazioni, gli stage… sarai preparatissimo, giusto?
NO!
Nel migliore dei casi, ti dovrai sorbire un periodo di formazione; nel peggiore, semplicemente, non saprai da che parte cominciare perché di pratico ti avranno insegnato ben poco, per cui passerai i primi tempi a sguazzare nel panico più totale.
E’ frustrante, no?
Ci chiamano “generazione 1000 euro”, ma la verità è che io (e molti – quasi tutti – miei coetanei) non ho MAI visto una busta paga da 1000 euro, in questi anni di lavoro.
Ed anzi, paradossalmente, se mi proponessero 1000 euro di stipendio “fisso”, accetterei al volo, senza neppure pensarci.
Mi ritengo una persona fortunata, perché in fondo non ho mai dovuto cercare il cibo nella spazzatura e, in un modo o nell’altro, sono sempre caduta in piedi.

Mi piacerebbe pensare che siamo parte di un sistema in cui ce la fai se ti impegni, che dopo la fatica c’è sempre la soddisfazione, che si ottiene quello che ci si merita.
Il bello è che, in alcuni casi, è davvero così.
Il brutto è che si tratta di casi davvero rari e che nelle situazioni restanti non è AFFATTO così.
Sono cresciuta con la ferma convinzione che una buona istruzione sia la chiave della maggior parte dei sogni.
Il mio prof di Filosofia diceva che “l’istruzione è quello che ti resta quando hai dimenticato ciò che ti hanno insegnato a scuola”.
E allora a volte mi domando: cosa ci resta effettivamente, quando quello che ci insegnano è per lo più legato alla mera verifica da superare?
Cosa resta, dopo le interrogazioni, i compiti, gli esami?
Cosa abbiamo da offrire, dopo, sul serio?
Ci vogliono giovani e con esperienza, quando non possiamo essere nessuna delle due cose, per ovvi motivi.

Non so davvero che scuola sceglierà la mia sorellina, né se questo potrà fare la differenza in qualche modo, nella sua futura vita professionale.
Magari per allora le cose saranno cambiate.
Magari io.

Categorie: Ordinary li(f)e, Somebody told me | 13 commenti

Sbam!

“[…] Si scoprì a non sapere più che forma avesse un pensiero solitario, di quelli senza il sottofondo di nessuna voce ben nota, senza le parole che la facevano sorridere tra un’e-mail e l’altra, senza nessuno a scompigliarle i ricordi. All’improvviso, sentì il vuoto e cercò di immaginarsi la sua vita così come l’aveva interrotta, ma scoprì che l’altro capo del filo si era ficcato a fondo in qualche parte […] così prese a sciogliere i nodi che le legavano il corpo […] e ad ogni piega si liberò di una lacrima per una vita vissuta costantemente altrove, credendo di appartenere altrove e ricevendo in cambio solo distanze. […]”

(Tratto da “Il filo”, uova di gatto )

Categorie: Somebody told me | Lascia un commento

Ogni riferimento è puramente intenzionale.

Every single story has an end
this could be the one we always wanted.

It’s our last chance to win this fight
wake up to survive.
Til the last second we’ll play this game
never wonder why.

Now I see what we have never been
so easily leaving all of this
promises you made were so infected
it’s just that I’m tired to be honest
growin’ old you happen to seem smaller
I don’t need you.

It’s our last chance to win this fight
wake up to survive.
Til the last second we’ll play this game
never wonder why.

You would keep on lyin’ for memories
to keep alive what’s never been
but we’d only live discontented
it’s just that I’m tired to be honest
growin’ old you happen to seem smaller
I don’t hear you.

It’s our last chance to win this fight
wake up to survive.
Til the last second we’ll play this game
never wonder why.

Don’t follow me
we’d waste time.

Categorie: Beyond | Lascia un commento

Ten days left.

Ho avuto tanta neve, nelle ultime settimane.
Non l’ho vista cadere, ma era tutt’intorno, a neppure un’ora di macchina dal punto in cui sono seduta ora.
Era bianchissima, senza confini, soffice tappeto per le mie cadute da imbranata e solido supporto per le forme buffe che ho aggiunto al paesaggio.
Sono andata a trovarla perché lei non vuole proprio venire da me, nonostante di solito le piacesse starsene da queste parti per molto tempo, prima che io mi ci trasferissi.
Comincio a pensare di essere troppo appiccicosa con lei, di averle fatto pressione e di averla caricata di troppe aspettative, negli ultimi anni.
Forse ha influito anche il fatto che lei fosse, puntualmente, lo sfondo di momenti cruciali nell’assurdo rapporto con un certo amico.
Non dev’essere stato bello, per lei, sentirsi responsabile di certi discorsi, di certa rabbia, di certe promesse.
Vorrei che potessimo far pace, io e la neve.
Vorrei ricordarle di quante poesie abbiamo condiviso.

Oggi il countdown diventa ufficiale, ché 10 giorni fai in fretta a contarli, ti bastano due mani e di colpo sei in cima, con l’aria buona che fa male al viso, perché non sei abituato a tutto quell’ossigeno, a quella bellezza insostenibile.
So a memoria gli orari, so quale strada prendere, so bene i nomi di chi ci sarà ad aspettare.
So cosa indosserò, perfino.
Eppure non ho idea di come sarà davvero, di cosa sarà.
Non so proprio cosa saprò, dopo.

Categorie: Beyond, Ordinary li(f)e | Lascia un commento

Believe.

Così è quasi Febbraio (ché tanto lo sappiamo tutti che dopo Natale il tempo accelera percettibilmente) e le cose si stanno muovendo sul serio.
Io mi sto muovendo sul serio, con la valigia, gli strani dolori ai polsi che non mi vogliono proprio lasciare, i capelli quasi neri per l’ennesimo errore di tinta e la paura stretta sotto al cappotto, come un segreto prezioso.
Non ho fatto bilanci, né liste di improbabili buoni propositi, per questo nuovo anno.
Mi sono fatta soltanto una promessa ed io prendo molto sul serio le promesse.
GO WITH THE FLOW. Nient’altro.
Che non è solo un gran bel pezzo dei QOTSA, ma anche il miglior modo che io abbia trovato di guardare alle cose che verranno.
Senza (troppi) drammi, senza prendermela (troppo) se non riesco ad ottenere subito quello per cui sto lavorando.
Senza fingere di non essere terrorizzata dalle possibilità che mi sono disegnata davanti, con fatica, con tratto incerto, e che adesso iniziano a prendere colore, a muoversi da sole, a camminarmi incontro.
Sto per partire, infine, ma non ho ancora ben capito verso dove, né per quanto tempo.
So solo che è la cosa giusta, perché altrimenti non mi farebbe tremare così.

1546004_10202025554374423_1412089237_n

Categorie: Beyond, Imagine, Ordinary li(f)e | 2 commenti

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.