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Cose che capita(ro)no.

Dunque, sabato vi siete persi uno dei miei eventi annuali preferiti, ossia il pazzo, rumoroso, colorato, assurdo SantaCon!
Per chi non fosse informato: si tratta di una sorta di parata di centinaia di persone travestite da Babbo Natale (e no, non intendo solo il classico costume che tutti conosciamo, ma davvero ogni più incredibile interpretazione voi possiate immaginarne.) o da altre creature natalizie, che se ne vanno in giro per la città a fare un sacco di casino, fondamentalmente.

Tappa a Buckingham Palace.

                                      God save the queen!

Ai turisti allibiti che mi chiedevano, di tanto in tanto, che diavolo stessimo facendo, io rispondevo automaticamente: “We’re spreading the joy!”, ma devo dire che i più erano lì per avere una scusa per ubriacarsi vergognosamente alle 11 del mattino.
Ad ogni modo, non potevo di certo mancare, così ho trascinato un’amica a Clapham Common, dove il gruppo South London aveva appuntamento per partire alla conquista della città.

I primi arrivati.

                                  I primi arrivati.

La passeggiata fino a Brixton è stata anche piacevole, dato che stranamente era una giornata di sole (ma comunque gelida, a giudicare dal prato ghiacciato sotto casa.), ma il breve viaggio in treno fino a Victoria è stato davvero surreale. Tutto quel Natale ha letteralmente invaso ogni vagone, cercando di coinvolgere i poveri passeggeri ignari di cosa stesse accadendo.
Da lì, tappa a Buckingham Palace, dove la polizia non ha potuto impedire ai più folli di scalare (letteralmente) le statue per sistemarvici a cavalcioni a cantare Christmas Carols incitando la folla.
Mi sono divertita talmente tanto che quasi non mi sono resa conto dell’ipotermia che intanto reclamava la mia vita, finché non ho ceduto e mi sono diretta verso Trafalgar Square, dove mi aspettava un amico.
La cosa divertente è che i tre gruppi (Sud, Nord, Est) di Santa-folli avevano dei percorsi ben precisi da percorrere e nessuno di questi copriva la zona centralissima, per cui non è stato proprio semplicissimo passeggiare per quelle strade vestita così:

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In realtà uso questi vestiti più spesso di quanto si     possa pensare.

Una signora mi ha chiesto se il cappello fosse fatto a mano (non si capisce bene da questa foto, ma vi assicuro che è bellissimo, ed ha un sacco di mini campenelli!); una bambina ha detto alla madre “No, mum, she MUST be a real elf!”; un ubriaco mi ha fatto i complimenti per lo spirito natalizio; due tizi mi hanno intervistata riguardo l’influenza che possono avere sulle persone i videogames violenti.
Sì, voglio dire, in mezzo alla folla di Trafalgar, tu scegli una conciata in questo modo per parlare di un argomento serio… dei geni del male, devo dire. Ho farfugliato qualcosa di confuso lottando contro me stessa per non scoppiare a ridere nel microfono peggiorando la situazione e poi sono fuggita via.
Comunque sono giustificata: sto dando sfogo così alla mia Natalite (per gli anglofoni: O.C.D., Obsessive Christmas Disorder) solo perché non ho ancora potuto fare il mio gigantesco albero che mi aspetta in Italia, ossia uno dei moivi per cui sto facendo un febbrile conto alla rovescia a metà tra l’eccitazione e la disperazione.
Emozioni semplici nella mia testa, mai.

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‘twas a cold day in December.

Mi piace quando un nuovo mese inizia di lunedì, mi dà l’illusione che le cose abbiano un senso preciso, sembra tutto più ordinato.
Se poi è un lunedì grigio, grigissimo, ma proprio che più grigio non si può (e insomma, il color “fumo di Londra” dovrà pur aver preso il nome da qualcosa, no?) e nonostante questo (anzi, diciamo PROPRIO PER questo!) me ne vado in giro con un grosso sorriso appeso alla faccia… non ci sono dubbi: sarà un gran mese.
Come ha scritto la tenera Emily, è l’ultimo capitolo del libro 2014, per cui sarà meglio renderlo speciale.
Sono stata brava a concludere il capitolo precedente, poiché l’ultimo weekend di Novembre è stato talmente figo da avermi lasciato addosso un senso di euforia difficile da nascondere.

Cominciamo col dire semplicemente questo: THE WORLD’S LARGEST CAKE SCULPTURE (prego cliccare qui: https://www.youtube.com/watch?v=yQq1o8k8GrM).
Sì, avete letto bene. Sì, l’avete vista.
Sì, l’ho mangiata!
Cioè, non tutta, eh, nemmeno io avrei potuto, ma avrei volentieri fatto la fila più e più volte tipo Peter Griffin in quel famoso sketch al supermercato (che poi in realtà erano davvero suoi sosia, ma questa è un’altra storia.), invece mi sono limitata a due sole fettone, a distanza di qualche ora, per non destare troppi sospetti.
Tutto ciò è avvenuto al Westfield Shopping Centre di Shepherd’s Bush (che di solito non mi cago minimamente, soprattutto perché quello di Stratford è più grande, più figo e decisamente più affordable.), accanto alla pista di pattinaggio sul ghiaccio, con gente assurdamente brava che si susseguiva sul palco.
C’era questa grossa pedana protetta da pannelli trasparenti, il gigantesco paesaggio di torta (che potete ammirare nella sua interezza nel video linkato sopra) ed un sacco di volontari intenti a servire fette di dolce e raccogliere donazioni per Make a Wish UK, che ha organizzato il tutto.
Il record sarà valido solo se la torta verrà mangiata interamente, ho sentito il dovere morale di partecipare, mica è stato per ingozzarmi!
Tra l’altro, l’iniziativa era sponsorizzata dal detersivo Fairy, quindi mi hanno anche regalato uno strofinaccio che attesta la mia partecipazione a questa dolce impresa.
Sì, mi sento orgogliosa e non importa se proprio il giorno prima avevo comprato un’intera New York Cheesecake (piccola, ma pur sempre intera e pur sempre solo per me) per consolarmi dato che stavo male.
Beh?! Cosa sono quegli sguardi di disapprovazione?? u_u

Ecco, grazie, Lorelai!

                Ecco, grazie, Lorelai!

E comunque no, non ho passato tutto il sabato con la faccia dentro ai dolci, sono anche stata al bel mercatino di Natale di Northcote Road (del quale non sapevo nulla, ma mi ci sono trovata in mezzo per caso e allora l’ho preso come un segno del dio Grappos! Se non cogliete la citazione, siete delle persone male.) e alla pista di pattinaggio sul ghiacchio del National History Museum.

Ma ieri.
Ieri è stato il trionfo ultimo di questo Novembre che io davvero non ho idea di come diavolo abbia fatto a passare così velocemente.
Dopo la delusione della scorsa domenica, con il diluvio, il malumore e tutto il resto, sono finalmente riuscita a tornare, dopo 5 anni, al Winter Wonderland!!!
Se non sapete cos’è (siete, di nuovo, delle persone male.): si tratta di una specie di grande fiera che appare magicamente ad Hyde Park ogni anno, con una marea di bancarelle natalizie, bar a tema (compreso quello interamente di ghiaccio), giostre per grandi e piccini, cibo tedesco a go go (perché, si sa, le fiere natalizie tedesche si battono difficilmente), mulled wine e spiced cider come non ci fosse un domani, l’immancabile pista di pattinaggio, ruota panoramica, musica live e tante, taaante, tantissime luci e decorazioni.
Per farla breve: un Paradiso in Terra, per un’elfa come me!
Le amiche con cui ci sono andata, probabilmente non mi rivolgeranno più la parola, ne sono consapevole. (Sì, andavo in giro ad abbracciare la gente senza motivo cantando a ripetizione “Deck the halls”, con le mie calze candy canes e il berretto di Santa Claus. E vabbè…)
In realtà eravamo un bel gruppo (comprese amiche di amiche, mai viste prima) e, di conseguenza, è stata un po’ un’impresa riuscire a muoverci senza perderci continuamente, così ad un certo punto abbiamo semplicemente accettato la cosa e amen, ogni fazione per la sua strada.
Inutile dirlo, mi sono ingozzata di nuovo, ma stavolta di bratwurst e pan fried potatoes, ma il mulled wine era talmente costoso (maledetti approfittatori!) da costringermi a berne un decimo di quanto avrei voluto.
La ciliegina sulla torta, però, ossia quello che aspettavo da settimane, è stato il Magical Ice Kingdom!
Ebbene, immaginate un capannone con temperatura tenuta costantemente sottozero per preservare un paesaggio magico fatto di NEVE VERAAAH (lo scrivo così come l’ho urlato, ndr) e meravigliose statue di ghiaccio, a creare l’illusione di una foresta incantata, con lupi, orsi, cerbiatti, cavalieri, castelli e draghi, UNICORNIIIII (lo scrivo così come l’ho urlato, ndr), specchi magici, FATEEEE (lo scrivo così come l’ho urlato, ndr) , alberi animati e perfino dei troni su cui ci si poteva effettivamente sedere (mi sono sentita proprio come una delle regine di Narnia, inutile dirlo.).
Mi stavano per cadere le dita di mani e piedi, ma ne è valsa la pena e fortunatamente ero in buona compagnia, con le due compagne di corso più “into Christmas” che sia riuscita a scovare nel mucchio, per cui non sono stata additata come pazza psicopatica, almeno in quel frangente. Cioè, credo. Spero.

Se poi aggiungiamo la gioia incontenibile per il teaser trailer di Star Wars (di cui il mondo ha già ampiamente parlato, quindi eviterò di farlo anche io.) e la consapevolezza di trovare uno dei miei posti preferiti già pieno di neve, quando tornerò in Italia… direi che ho tutti gli strumenti per affrontare queste ultimissime settimane di lavoro, scuola ed esami, prima dire goodbye, ma soprattutto thank you, a questo incredibile 2014.

Siate gioiosi, è lui che ve lo ordina!

Siate gioiosi, è lui che ve lo ordina!

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Un post assolutamente inutile.

Non sono proprio malata, né mi sento male; è più uno stato di debolezza generica che mi spinge a tenere una coperta sulle spalle e ad annullare gli impegni per la mattinata, optando per qualche ora di niente assoluto.
Sono di quell’umore un po’ lento e coccoloso, da fusa sul divano (se solo i miei morbidini non fossero in un’altra nazione, sigh.) e musica in sottofondo; di quell’umore che non ha fretta e non ha voglia.
La mia TV è finalmente di nuovo funzionante e costantemente sintonizzata su Sky Christmas, True Christmas e Christmas 24. Sembro ossessionata? Lo so (no).
Il bello è che, per ora, stanno trasmettendo solo film brutti (in stile canale 5, per intenderci) con trame inconsistenti e ritrite di cui si può prevedere perfettamente il finale già solo dal titolo. Ma sono film a tema natalizio, e allora li guardo lo stesso, magari con aria distratta, facendo altro, ma non cambio canale.
Tra una settimana esatta ho l’ultimo esame orale e sono ben consapevole di avere davvero poche possibilità di passarlo con un votone, ma a dire il vero voglio solo che quella giornata finisca “e chi s’è visto s’è visto!”.
Sto perfino partecipando ad incontri di studio di dubbia utilità con un paio di compagne, ma finiscono tutti, inevitabilmente, con risate di disperazione e tazze di caffè strabordanti.
Sarà un successo, me lo sento!
Tra le cose belle della settimana, posso includere l’aver ceduto alla tentazione di decorare un po’ la mia stanza, così ora una grossa serie di lettere in feltro recita “MERRY CHRISTMAS” proprio sopra al mio letto, mentre il davanzale della finestra ospita un vaso rosso pieno di candycanes di diverse misure (che non resteranno lì a lungo, temo.).
In realtà, ho comprato una confezione da 34 di quelli piccoli da utilizzare in modo generoso, per una volta. Un paio di giorni fa, ho impacchettato tutti i regali presi fino ad ora, ma quest’anno ho deciso di farlo in modo semplice. Ho optato per due soli tipi di pacchetto: carta da pacchi semplice marrone con nastro rosso, oppure carta rossa a pois bianchi con nastro dorato. Il tocco finale, su tutti, è un mini candycane annodato al nastro ed un bigliettino d’auguri con diverse immagini a tema.
Sono molto fiera di me, devo dire, anche se mancano ancora gli ultimissimi regali, ogni anno i più difficili: quelli per i miei!
In tutto ciò, giusto per non farmi mancare niente, ogni volta che metto il naso fuori casa, uso la scusa del freddo per ingurgitare litri di: Gingerbread Latte (Starbucks; Costa), Praline Cappuccino (Caffè Nero; Costa), Peppermint Mocha (Stabucks), Sticky Toffee Latte (Costa), Amaretto Latte (Caffè Nero), Toffee Nut Latte (Starbucks), Eggnogg Latte (Starbucks), Black Forest Hot Chocolate (Costa), Honey and Almond Hot Chocolate (Starbucks), White Hot Chocolate (Costa)… sono inarrestabile, davvero, che qualcuno mi aiuti!
A questo proposito, vorrei aprire una polemica.

[SPAZIO POLEMICA.]
Perché, perché, PERCHE’ in Italia esistono rarissimi posti che offrano la possibilità di bere qualcosa di diverso dal classico espresso o cappuccino?
Perché???
Perché partiamo dal presupposto che a noi italiani non piacerebbe entrare in una caffetteria e chiedere un Americano, invece che un espresso?
“Non è vero caffè!”, già vi sento.
Ma chi lo decide cos’è il “vero” caffè? Chi ha detto che l’espresso sia l’unica possibilità e che debba piacere per forza a tutti?
Conosco (ebbene sì) molte persone a cui il caffè semplice, nero, così come lo si versa dalla moka, non piace e che, invece, bevono di buon grado le varianti offerte in questi (e non parlo solo delle grandi catene) posti, come ad esempio il Flat White o il Mocha, ecc.
Non parliamo di cose di chissà quale difficoltà tecnica, eh, si tratta di ingredienti facilmente reperibili e, probabilmente, già presenti in ogni bar, per cui manca solo la volontà di utilizzarli in modo diverso dal solito.
Perché, se vado al bar, non posso decidere (non in ogni bar, almeno) quanto caffè voglio nel mio cappuccino, che tipo di latte e in una tazza di che dimensione, per esempio?
Perché non posso aggiungere un filo di sciroppo al caramello, se mi sento particolarmente golosa?
Perché non è contemplato che io, il mio maledetto caffè, possa volerlo portare via, senza rischiare di ustionarmi con un ridicolo bicchierino di plastica con un tovagliolino poggiato sopra???
C’è un posto, a Torino, chiamato Busters Coffee (ce ne sono un paio in giro per la città, in realtà), che è palesemente ispirato al famoso Starbucks.
La qualità di bevande (sia calde che fredde) e cibo, a mio parere, è ottima, i prezzi adeguati ed il posto molto carino, dall’atmosfera semplice ed accogliente.
Ecco, ogni volta che mi ci sono trovata a passare, l’ho sempre, SEMPRE, trovato pieno.
Questo a dimostrazione del fatto che, una caffetteria sul genere, in Italia, può funzionare.
Hanno, sul menu, una serie di varianti del classico caffè/cappuccino/frappè/tè ed una bella scelta di torte/muffin/croissant/biscotti.
Il tutto può essere consumato ai tavoli (in estate anche all’esterno) leggendo un libro o lavorando al pc, oppure “to go”, con appositi semplicissimi bicchieri di carta con coperchio, così come li vediamo nei film.
NIENTE DI PIU’ SEMPLICE E COMODO, NO???
Non capisco perché dobbiamo ostinarci a vedere la pausa-caffè come una cosa frettolosa, di passaggio.
Il caffè, per me, è un rituale, un momento di relax da condividere con amici o con i miei pensieri, con calma, se posso. E se sono di fretta, perché devo negarmi quel piacere? Perché non posso entrare in un bar, ordinarne uno e portarmelo via senza che il barista mi guardi come se gli avessi appena chiesto di sacrificare sua moglie a Odino??
So che a Firenze esiste un posto simile ed anche a Roma ce n’è di sicuro uno, ma la cosa è ancora poco diffusa. Creiamo un comitato di liberalizzazione delle caffetterie open-minded??

[FINE POLEMICA.]

Un’altra cosa che Christmas 24 manda in onda, di tanto in tanto, è un caminetto.
Sì, avete letto bene: un caminetto.
Sullo schermo appare questo fuoco scoppiettante e nient’altro, per almeno 10 minuti buoni (ma forse anche di più, dovrò farci caso) e devo ammettere che mi fermo a guardarlo.
Suono ancora più pazza di prima? Temo di sì, ma io non ho mai avuto un caminetto in vita mia, in nessuna delle duemila case in cui ho abitato! (Ad onor del vero, qui ce n’è uno, ma non viene mai acceso e comunque non è nella mia zona della casa.)
Quando vado a trovare qualcuno che ce l’ha (tipo mia zia o i genitori di M.), passo metà del tempo ad arrostirmi lì davanti, e poche cose come il caminetto fanno Inverno, dai, è risaputo!
Quella luce, quel tepore, gli scricchiolii del legno, l’odore… e poi si possono fare le caldarroste!
E insomma, non so voi, ma io comincio a sentire prepotentemente il bisogno di un po’ di neve… e allora domenica vado a prendermela!

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Beyond words.

Non scrivo tanto perché sono felice.
E’ incredibilmente Natale, qui, tutto intorno e sulla mia faccia e nell’armadio e per le strade.
E allora lo vivo e basta, non posso fare altro.
Non ho parole per descrivere, né tempo, né bisogno di.
Vivo questo mese che, lo so già, mi sfuggirà dalle tasche talmente in fretta da lasciarmi la sensazione di non aver fatto abbastanza, di aver tralasciato particolari fondamentali, di aver sprecato occasioni ed istanti e poesie perfette.
Per questo, voglio provare ad afferrarlo sul serio, a tenerlo stretto il più possibile, questo Novembre umido di nebbia da fiaba che mi arruffa i capelli.
Voglio giocare la partita perfetta, battere ogni colpo con passione, guardare dritto negli occhi il traguardo che non è mai stato tanto nitido.
Non sono pronta e non lo sarò mai, probabilmente, ma questo non ha mai fatto andare le cose diversamente.
Facciamo che ci provo, mi tuffo in campo e basta, quel che succede succede.
Andrà bene, alla fine. Senza bisogno di dirlo.

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In the dark, in the dark, in the dark.

Se fossi una persona meno pigra e, soprattutto, dotata di attrezzature e capacità adatte, vi mostrerei con un reperto fotografico quanto è buia e tempestosa questa mattina.
Immaginate l’oscurità più totale e il rumore costante e fitto del temporale che infuria su questo venerdì che attendevo con ansia.
Tra un paio di minuti dovrò affrontare tutto ciò per andare a lezione, quindi se non mi leggerete nei prossimi giorni sarà perché sono stata colpita da un albero, o da un fulmine, o perché sono annegata in una pozzanghera.
Vi lascio con un pezzo che amo e non ascoltavo da un po’, così almeno mi ricorderete per qualcosa di bello.

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Winter trouble.

Che Google sia Dio, è già stato ampiamente dimostrato da gente più colta di me, per cui io mi limiterò a venerarlo e basta. Soprattutto oggi, dopo che mi ha salvata dall’ipotermia fornendomi il libretto d’istruzioni dettagliato del mio maledetto termostato che, neanche a dirlo, era l’unico in tutta la casa a non essere ancora funzionante.
Non canto ancora vittoria, perché magari l’ho programmato male, ma sono fiduciosa e mi sembra già di sentire un leggero ronzio, quindi spero presto di camminare su un pavimento più caldo.
Anche perché io sono una che, di solito, i riscaldamenti li accende davvero poco (l’anno in cui vivevo in un appartamento col riscaldamento centralizzato, settato su temperature equatoriali per duemila ore al giorno, è stato terribile!), perché mi piace usare maglioni, coperte, calze morbidose e gatti e, soprattutto, perché sono povera.
Il problema è che ho fatto male i miei calcoli, stavolta.
L’ultima volta che sono stata in Italia, ho scelto cose assolutamente inutili, lasciandomi alle spalle quelle vitali tipo i vestiti DAVVERO invernali (leggi: cose che non siano vestitini e calze colorate.), dicendo a me stessa che tanto quelle le avrei fatte mettere in valigia ad M., ad Ottobre.
Certo.
Peccato che, anche in quel caso, io gli abbia chiesto giusto quattro stronzate e che, di quelle quattro, lui ne abbia trovate solo tre (di cui una sbagliata), in mezzo al caos primordiale che è il mio guardaroba italiano.
Il risultato è che ho un armadio pieno di vestiti che a stento andavano bene per l’Autunno soleggiato che sta sparendo in fretta, e nessuna intenzione di spendere i miei pochissimi averi per fare shopping di maglioni qui.
Per farla breve: sarò temprata contro le temperature artiche alle quali aspiro per le mie prossime avventure, vediamola così.
La mia situazione economica è molto precaria, al momento, considerando le spese folli a tema Natalizio in cui mi sono tuffata da mesi (e che ancora mi tentano!) e il dramma che mi trovo ad affrontare tutti i santi anni in questo periodo: la lunga e travagliata traversata dell’Italia in occasione delle feste “comandate”. (AKA l’unico aspetto del periodo Natalizio che proprio non mi piace per niente.)

C’è da premettere che io vengo dalla Terronia e la mia è la tipica famiglia “di giù” che nei giorni di festa raggiunge numeri spaventosi.
Come ho sicuramente già accennato negli scorsi anni, per tradizione, noi ci sediamo a tavola il 24 Dicembre e ci rialziamo (forse!) il 27.
Dico sul serio.
E’ una maratona di cena-pranzo-cena-pranzo, con un cambio di location e commensali nel mezzo, ma praticamente senza pause. Perché il pasto in sè è una mera scusa per fare casino, diciamolo.
Ora, tutto questo fa parte della nostra tradizione ed è una cosa che amo davvero molto, nonostante la mia sia una famiglia TUTT’ALTRO che perfetta. E’ che si verifica quel classico miracolo del Natale grazie al quale sembra tutto più allegro, più soffice, più tollerabile e più dolce.
Insomma, tornare “giù” in quel periodo, è una cosa che faccio volentieri.
E’ l’atto in sè, il vero e proprio “tornare”, il vero problema.
Trenitalia è il Male assoluto e questo lo sappiamo. Ma Trenitalia a Dicembre è qualcosa di indescrivibilmente malefico che farebbe saltare i nervi a Confucio in persona.
Come accennavo prima (e come ormai i miei lettori più longevi saprianno più che bene), quando si tratta di regali Natalosi, sono inarrestabile.
Io sono nata elfa di Babbo Natale, c’è poco da fare. Farei un regalo anche all’autista stronzo dell’autobus, pure ai piccioni per strada, al nonno del mio ex fidanzato delle medie… davvero, è un istinto che riesco a frenare solo ed unicamente perché SO che quei soldi dovrò, alla fine, per forza gettarli sulle rotaie.
Ma la cosa è davvero frustrante.
Centinaia e centinaia di euro per uno stramaledetto viaggio ai limiti della realtà, considerando la folla, la puzza, la bolgia di cui si riempiono i treni in quel periodo.
E per quanto io provi a prenotare il prima possibile, con mesi di anticipo, le offerte “convenienti” (sempre secondo loro) sono sempre, puntualmente, guarda caso, esaurite.
Immagino la gente insonne pronta a cliccare sul tasto “ACQUISTA” sul sito di Trenitalia ad agosto, neanche fossero i biglietti di un festival metal.
Diciamo che ci credo poco e che vedo più plausibile l’altra opzione: i posti “in offerta” saranno circa due per ogni tratta, tutto il resto è pubblicità ingannevole.
Trenitaliadevimorire, è risaputo.

Però oggi ho bevuto il primo Gingerbread Latte della stagione e insomma, ecco, aww! ❤

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“She loves you, yeah yeah yeah!…”

Sono in esilio.
Alla fine, sono stata costretta a rivolgermi a dei professionisti, così oggi il mio povero bagno è stato preso d’assalto da due idraulici giovani e aitanti (a quanto pare, esistono!), i quali mi hanno gentilmente consigliato di fuggire il più lontano possibile per tutto il giorno, poiché il problema è molto più grave di quanto pensassi.
Sono arrivati alle 8 del mattino, li ho salutati per andare incontro a questioni lavorative e personali, sono tornata qualche minuto fa e sono ancora qui, con i loro macchinari da cartone animato e quel fare sexy da operaio di telenovelas.
L’intera casa, attualmente, puzza di morte, nonostante ogni singola finestra sia spalancata.
Loro, poverini, continuano a sorridermi gentilmente e a chiacchierare come se un lavoro tanto disgustoso sia una cosa del tutto normale.
Mi sa che meritano ogni singolo centesimo di ciò che guadagneranno a fine giornata.

Ma passando ad argomenti meno viscidi… la capa è apparsa con una tazza di tè per me proprio al momento giusto, evitandomi di sprofondare, per l’ennesima volta nel giro di un paio di settimane, nella più nera spirale di autolesionismo mentale.
Qualche giorno fa, ho detto una cosa molto saggia, alla Batuffola. Le ho detto una cosa che suonava più o meno come: “Se ci sono il rispetto, l’onestà ed il sentimento, tutto il resto è fuffa. Cazzate. Solo cazzate. E la dobbiamo smettere, tutte e due!”.
E’ un concetto in cui credo fermamente, ma che riesco a dimenticare sistematicamente ogni due giorni, quando la vita quotidiana mi sbatte in faccia quei minuscoli particolari malefici di certe situazioni, di certi discorsi, di certe persone, che mi fanno scivolare pericolosamente sul sentiero di Pace interiore che sto cercando di costruire faticosamente, un sassolino dopo l’altro.

Se c’è una cosa che ho capito in quest’avventura Londinese, nell’ultimo (quasi) anno, è che sono stanca. Delle mie dinamiche di rifiuto della Felicità; del mio puntuale autosabotaggio; della fuga costante da ciò che è importante e che, quindi, potrebbe distruggermi. Sono stanca di inventare pretesti per confermare la mia paura di bambina secondo la quale tutti, ad un certo punto, mi abbandoneranno. Sono stanca, davvero stanca, di appioppare a chi mi sta intorno un ruolo, di appiccicare ad ognuno dei pensieri, come se potessi davvero sapere cosa c’è dentro alle altrui vite, come se ogni cosa mi riguardasse ed ogni azione fosse pensata appositamente per ferirmi.

La cosa più importante che io abbia imparato, fino a qui, è che la paura, in fondo, è una scelta.

L’altra, è che posso vivere benissimo senza chi Amo, ma il punto è che non voglio farlo.

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Hymn.

Con questi 13°, la coperta sulle spalle, una tazza fumante di tè limone&zenzero, il risultato incredibile dell’esame, la pioggia costante, i colori d’Autunno, i messaggi inaspettati della Fiaba, M. che arriva tra quattro giorni, le mid-term holidays tra due, la Batuffola tra sei, i biglietti “magici” prenotati, un libro in borsa, uno che – pian piano, dopo anni di attesa – sta nascendo dalle dita, la nebbia che rende cupo il mattino, le foglie sotto ai passi, le canzoni nascoste tra le corde, l’armadio gonfio di Natale per me e per tutti, le prime luci ad Oxford Street, le occasioni al Camden Lock, Halloween affacciato alla finestra, il pigiama morbidissimo, i capelli che si arricciano sotto al berretto, gli stivali di gomma…

COME SI FA A NON ESSERE FELICI?

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(Ap)punti.

Cose rilevanti dell’ultima settimana, così, a caso:

  • Lo sapevate che oggi è lo Zombie Day? Ecco, io no, ne ero proprio all’oscuro, purtroppo. (Anche perché non so proprio chi è che si prenda la briga di assegnare un tema ad un determinato giorno e, soprattutto, ignoro il modo in cui questo si possa poi venire a sapere nel mondo. Ma tant’è.)
    Ad ogni modo, sono stati loro a trovare me. Gli zombies, intendo.
    Me ne stavo tranquillamente seduta in un’aiuola di Leicester Square a digerire un paio di brioches cinesi GIGANTI, quando ho iniziato a notare un paio di tizi dall’andatura trascinata e con la faccia in evidente decomposizione. Li ho osservati per un po’, incuriosita, ma poi sono tornata a concentrarmi sul nulla, ché cose del genere si vedono tutti i giorni, da queste parti, in fondo.
    Ma, nel giro di un paio di minuti, mi sono ritrovata accerchiata. Erano CENTINAIA, di ogni tipo, con costumi assurdi o semplicemente ricoperti di sangue, urlanti o rantolanti o ringhianti, in gruppi lenti o in corsa solitaria.
    I turisti li fotografavano, i bambini piangevano ed io, a quel punto, mi sono sentita in dovere di chiedere ad uno di loro che diavolo stesse succedendo.
    A saperlo prima, maledizione, avrei impiegato meno tempo a cercare di coprire le occhiaie, stamattina!
  • In mezzo a tutto ciò, un tizio ha chiesto di poter fotografare ME.
    Non ho capito se mi abbia effettivamente scambiata per una persona in costume o se abbia trovato interessante la mia postura da barbona, ma in ogni caso non mi ha dato il tempo di rispondere ed era già lì a scattare da ogni angolazione, immortalando la mia espressione attonita.
    Mi ha anche lasciato l’indirizzo del suo flickr, ma credo che non andrò mai a vedere che diavolo ne è uscito.
  • Giorni fa, passavo davanti ad uno di quegli hotel talmente fighi che ti viene automaticamente da pensare chi possa permettersi di starci anche solo per una notte senza andare in bancarotta.
    Proprio mentre rimuginavo su questo, ne è uscita una coppia in tenuta da gran sera e lei, praticamente una modella superfiga che anche senza i tacchi impossibili che indossava sarebbe più alta di me di almeno mezzo metro, mi si è avvicinata per chiedere un accendino.
    Era talmente bella che mi sono sentita in colpa perché non avevo l’accendino ed ero pure vestita malissimo e temevo di rovinare la sua aura da star standole accanto.
    (Complessi d’inferiorità: livello esperto.)
  • Continuo ad imbattermi in persone che mi sorridono senza motivo o mi salutano o addirittura si fermano a chiacchierare con me con estrema gentilezza.
    Inizio a chiedermi se io non abbia l’aria di un’orfanella spaurita, altrimenti la cosa non si spiega.
  • Alla fine l’ho fatto. L’ho comprato. E’ proprio qui accanto a me. Il mio bellissimo ukulele rosa!!!
    Ho passato giorni un po’ scuri e il bisogno di corde sotto le dita si è fatto pressante, così mi sono decisa e allora amen, sono pronta a lanciarmi in questa nuova avventura musicale!
  • Ho fatto il passo che il resto del mondo, apparentemente, ha compiuto ormai anni fa: ho iniziato a guardare anche io Game of Thrones.
    Ho rimandato per così tanto tempo perché l’idea di una serie fantasy mi suonava un po’ tamarra, ma ho deciso di concedere una possibilità e non è malvagio, in fondo,
    Certo, tra intrighi, parentele e sotterfugi, sembra Gossip Girl versione fantasy, ammettiamolo.
    Ma io Gossip Girl l’ho guardato fino alla fine, che diamine!
  • Lunedì ho il primo esame di questo quadrimestre e cazzeggio allegramente invece di studiare, ollé!
  • Ormai mancano pochissimi regali di Natale da comprare, sto superando me stessa, quest’anno!
  • Ho l’impressione che Ottobre stia correndo più veloce di Settembre e questo vuol dire che ho davvero poco tempo. Se solo capissi PER COSA, precisamente…

    Un po’ di FALLing Playlist, per concludere.

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Why so serious?

Ieri ho avuto momenti di debolezza, dopo molto tempo, dopo moltissima serenità.
Mi sono imbattuta in un pupazzetto a forma di Charlie Brown ed ho pensato che sarebbe stato un regalo perfetto per qualcuno che non vedo da un anno, ormai, e che probabilmente non rivedrò più, se non per puro caso.
Ho ripensato a certe storie condivise, a certi modi drastici di prendere la vita, ed ho provato tenerezza, malinconia.
Ho quasi preso in mano il telefono per azzardare un saluto, ma poi ho fatto qualche passo in più, fino al cortile immenso della Somerset House, per guardare i saltelli gioiosi delle ragazze tra gli zampilli della fontana che dal pavimento si tuffa verso il cielo.
Ho camminato ancora un po’, a lungo, senza cercare nulla in particolare, tra i sentieri puliti dei Whitehall Gardens fino a scoprire il tramonto rosa dritto contro il Tamigi: gli edifici da fumetto futuristico da un lato, l’eterno profilo delle Houses of Parliament dall’altro.
Il Big Ben mi ha ricordato che ad Ottobre si fa presto a ritrovarsi nel bel mezzo del buio, ma non l’ho ascoltato. Sono rimasta ancora lì, in silenzio, a contare le lucine rotte del perimetro perfetto del London Eye, provando a scacciare quella sensazione di sottofondo di aver messo un punto irrevocabile a cose che, forse, mi mancheranno per sempre, anche solo in certi giorni un po’ più vuoti degli altri.

Così, oggi, ho deciso di regalarmi parole. Parole vere, d’inchiostro fitto che sulle mani diventa pesante.
La British Library mi è sembrata la scelta più ovvia e non ho potuto fare a meno di emozionarmi di fronte alla grafia di persone come Jane Austen, Charles Dickens, Sylvia Plath, Geoffrey Chaucer; accanto agli spartiti di Beethoven, Mozart, Chopin ed ai testi dei Beatles scritti dal pugno di Lennon, McCartney ed Harrison; nella stessa stanza in cui sono conservati testi antichissimi come la Bibbia di Gutenberg, e gli appunti di Leonardo Da Vinci.
Ora, sul serio, a parte ogni questione legata alla comodità ed alla presunta ecologia della cosa… ma come si può anche solo lontanamente pensare di paragonare un e-book a tutto questo?
Davvero, cosa ne sarà della letteratura contemporanea tra cinquant’anni? Avremo musei con kindle e kobo in vetrina?
Ma basta divagare.
Il punto è che, mentre osservavo la torre di vetro proprio al centro dell’edificio, contenente la collezione di centinaia di migliaia di libri del Re Giorgio III, ho ripensato al pupazzo di Charlie Brown che sarebbe un regalo perfetto per una persona che, quando l’ho incontrata, non sapeva neppure chi fosse tutta quella gente che, per me, è un rifugio sicuro fatto di carta e racconti e Poesia che va oltre l’ultimo lembo di copertina, inondando il reale.
Non aveva idea di chi fosse Sylvia Plath, la mia Sylvia. Neppure Bukowski, o la Yoshimoto.
E allora ho sorriso, ché in fondo almeno questi nomi preziosi glieli ho lasciati, glieli ho insegnati, glieli ho regalati, alla fine. E il resto, pazienza.

[FINE POST SERIO.
INIZIO POST EASY.]

Il mio shopping natalizio è ormai senza controllo, sia per gli altri che per me stessa.
Ormai mi mancano solo i regali per i miei ed altre persone di famiglia, gli amici sono tutti più che a posto e se non la smetto di guardarmi attorno rischio di portare a tutti una quantità di doni che basterebbe per un paio d’anni.
Ho il cappello da elfo che ho sempre sognato, finalmente!
Non di quelli da travestimento di carnevale, di quel brutto tessuto fintissimo, per intenderci. Di quelli ne ho già visti e sorpassati a dozzine, negli anni.
Questo è fatto a maglia ed ha anche dei mini campanelli ed uno più grande sulla punta… una cosa meravigliosa che non so per quanto ancora riuscirò a tenere nell’armadio!! *__*
Mi sono anche procurata una tazza termica con un motivo di fiocchi di neve e renne ed ho adocchiato un pigiama e degli stivaletti-ciabatte (anche questi da elfo, neanche a dirlo!) che non sono ancora miei solo perché ho avuto il buonsenso di uscire con pochi soldi, conoscendomi.
Continuo a macinare libri e so che dovrei ascoltare la vocina nella mia testa che mi consiglia di comprare la stramaledetta valigia GIGANTE da buttare in stiva a Dicembre, se non voglio rischiare di ritrovarmi a dover spedire settemila pacchi spendendo il patrimonio che, per allora, non avrò più, se continuo di questo passo.
Oggi ho visto il primo banchetto di caldarroste della stagione e non ho potuto fare a meno di fermarmi lì accanto ad annusare l’aria piena di quel profumo che ha tutto l’Autunno dentro.

Vi lascio la track 04 della FALLing Playlist con un annuncio: ho capito che quest’anno mi sarà difficile postarne una al giorno, quindi diciamo che lo farò quando mi sentirò particolarmente ispirata, sperando in un Autunno Autunnosissimo!

Categorie: Beyond, FALLing Playlist, Imagine, Ordinary li(f)e, TheLondonAdventures | Lascia un commento

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