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You made me a monster cause you’re a monster.

Mi ero ripromessa di bere meno caffè, ma poi la Primavera ha deciso di fare la diva tardando ancora un po’ e mi sono ritrovata a galleggiare in questa settimana di grigi intensi e pioggia timida, e allora niente. Non si possono affrontare giornate così poetiche senza una tazza di caffè a scaldare le dita, si sa.
Ho trascorso gli ultimi sei mesi a lamentarmi della vita da pendolare e adesso che me ne sono liberata per qualche giorno inizio a sentirne la mancanza. Sarà che, da lontano, tutto sembra più semplice, meno definito, meno minaccioso.
Ho un sacco di storie colorate che mi ballano in testa, ma le dita sono ancora troppo pigre per sceglierne una e chiederle di insegnarmi i passi per buttarmi in pista.
Così me ne sto qui a guardarle volteggiare, mentre si intrecciano in racconti impossibili e diventano confuse, intangibili, fino a sparire.
Seduta a guardare il cielo che cade, mi aspetto.

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Lo so che…

…questo post dovrebbe iniziare con una serie di improbabili scuse per giustificare la mia assenza degli ultimi millemila mesi, ma in realtà non me ne frega niente, quindi opterò per un atteggiamento vago e disinvolto, procedendo ad un semplice elenco di coseaccaso che serve più a me che a voi, ché ormai sono anziana e mi fa bene scrivermi le cose.

  • Sono in ferie dal lunedì prima di Pasqua e tornerò al lavoro solo il prossimo lunedì. Due settimane tonde tonde di nullafacenza (quasi) totale che, in parte, mi sono state imposte per questioni logistiche.
    Se vi state chiedendo se io stia impiegando questo tempo prezioso per portare a termine tutti i progetti a cui non posso dedicarmi quando lavoro… ah! Siete proprio degli ingenui! Naturalmente spreco buona parte delle mie giornate a recuperare i settecento episodi arretrati delle serie TV che seguo, bevendo litri di tè. In pigiama.
  • Ad essere onesta, ho iniziato il lungo periodo OFF con un doveroso quanto necessario ritorno nella mia amata, unica e sola London.
    Pochi giorni e molte emozioni contrastanti, ma alla fine non mi sono gettata nel Tamigi, come invece temevo andasse a finire, per cui posso considerarlo un successo.
    Ho avuto momenti di disperazione totale, lo ammetto, ché Londonsicklastsforevah, lo sappiamo tutti, ma mi sono consolata ingozzandomi con i magici rainbow bagels e la vista dal 32esimo piano dello Shard mi ha spento i pensieri per un bel po’ (nonostante le occhiatacce delle cameriere dell’Aqua che mi hanno sicuramente scambiata per una barbona, quando ho ordinato la cosa meno costosa di tutto il menu, quasi piangendo lo stesso per il prezzo.).
    Sono giunta alle ennesime conclusioni sulla mia benedetta vita, ho spinto via le lacrime sul sedile di un bus e sono tornata qui sana e salva, dopo diciottomila ore di viaggio a causa di vari imprevisti.
    Bene così, per ora.
  • Ho deciso che i miei capelli devono tornare arancioni. Ma potrei cambiare ancora idea, prima di quel giorno.
  • La prossima settimana inizierò a fare qualche presentazione di “Una specie di ragazza”, il che va un po’ contro le mie convinzioni. Un pittore espone i propri quadri, un musicista suona i propri pezzi… perché diavolo uno scrittore deve PARLARE dei suoi libri? E’ una cosa che mi infastidisce enormemente, mi chiedo perché alla gente debba fregare qualcosa di ciò che ho da dire. Leggete il libro, punto.
    Eppure è la sporca legge del marketing che me lo impone. Ossia, la gente è troppo pigra per cliccare su “aggiungi al carrello” su un qualunque store online e se non gli preparo un tavolino con su i libri e dietro la mia faccia imbarazzata non comprerà mai il romanzo ma continuerà a chiedermi imperterrita “Ma lo voglio leggereee! Come faccio??”.
  • La cosa positiva, in tutto ciò, è che ne farò anche una a Roma. Di presentazione, intendo. A fine maggio. Insomma, Nana e Debh (anche se ormai fai finta di non essere più romana), ESSETECI please, ché in realtà è tutta una scusa per (ri)vedere ggente!
  • A proposito di vedere ggente, dopo mirabolanti disavventure, tempeste di neve, epidemie mortali e sfighe di varia natura, HO INCONTRATO FIRESIDECHATS nella ridente Torino e lo posso dimostrare! Egli esiste, nonostante io non ci credessi molto. Ho le prove fotografiche (che userò per ricattarlo da qui all’eternità). Sono cose belle, anche se è un po’ snob col caffè. ma nessuno è perfetto.
  • Per la prima volta nella Storia delle Pasquette, ho trascorso una Pasquetta davvero figa. Nonostante la dirompente Primavera piemontese si sia manifestata in tutto il suo grigio splendore, minacciando di mandare tutto all’aria fino all’ultimo minuto. Insieme ad una decina di persone (mia band, band di M. e rispettivi consorti) ho messo su un palco improvvisato nel “giardino” (le virgolette sono d’obbligo, ve lo assicuro. E’ più un mezzo bosco.) della casetta di campagna dei genitori di M., in mezzo al nulla (un luogo che su google maps non esiste, per intenderci. Perfetto covo per un criminale.). Abbiamo montato una batteria, sparso qualche amplificatore, casse audio e microfoni e poi via al casino, per tutto il giorno, senza dar fastidio ad anima viva, essendo tra i campi.
    Poteva essere l’inizio di un brutto film horror, mi aspettavo che qualcuno andasse a fare pipì tra gli alberi per non tornare mai più, o che dei ghiri zombie ci facessero a pezzi, ma invece niente, solo tante cose buone da mangiare (che sto ancora pagando a caro prezzo, essendo marcia dentro.) e un sacco di musica, compresa una cover di Ricky Martin. Sì, avete letto bene.
  • Comunque la mia nuova band (r)esiste ancora, abbiamo qualche pezzo nostro e prima o poi spero di riuscire a suonare di nuovo in giro, perché è l’unico contesto in cui io riesca a divertirmi senza vergogna pur essendo al centro dell’attenzione e, insomma, non è roba da poco per una che si fa problemi anche a starnutire in pubblico.
  • Ho ricevuto 14 libri in regalo, tra Natale e compleanno, e gli unici 2 che mi siano piaciuti davvero sono quelli che non facevano parte della mia wishlist. Inizio a dubitare della mia stessa conoscenza dei miei gusti, a questo punto. M., in compenso, sembra conoscermi benissimo e non sbaglia un colpo. (Però dice anche che, forse, sono io il problema, e non i libri. Ché magari sono in un periodo NO, libristicamente – parola che esiste perché lo dico io – parlando e quindi qualunque libro mi sembra un po’ meh.)
  • Sono povera e la cosa mi disturba parecchio. Ho gusti costosi, io!

Voi come ve la passate? Leggerei volentieri i vostri elenchi!

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Duemilaquindicidiamountaglio.

Domani finirà questo anno difficilissimo ed io sono ancora in piedi, ancora intera, più serena che mai.
Consapevole di ciò che ho in mano, di ciò che mi è scivolato tra le dita e soprattutto di ciò che con loro posso costruire, inventare, curare, scrivere.
E’ solo una data, un tramonto che scurissimo inghiotte l’ultimo ennesimo giorno, un’alba gelida che assonnata ne sputa fuori un altro, solo un altro, uguale a quello prima eppure unico, irripetibile.
Le mie mani, solo le mie mani, possono trasformarlo in un inizio indimenticabile o nel più nero dei fallimenti, o lasciarlo passare e basta, come uno qualunque, uno dei tanti.
Il punto è che adesso lo so, non l’ho mai saputo e capito bene come ora, come dopo questi 365 giorni a cui domani appiccicherò un’etichetta simbolica che dice solo “FINE”.

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Cos’ho imparato nelle ultime settimane.

Che se nel 2009 già scrivevo certe canzoni, forse avrei dovuto anche ascoltarle, ascoltarmi, farle ascoltare. Perché qualcosa vorrà pur dire, se le suono adesso trovandole incredibilmente attuali.

Che non basta un esercito di SignorNo a togliermi la gioia pura di questo periodo dell’anno, perché è mia, è me, è il riflesso luminoso ed esagerato di quella Speranza che mai lascerò andare. Mai. Al diavolo il resto.

Che i dolci vegani sembrano semplicissimi da realizzare, sulla carta, ma magari un po’ di pratica in più non mi farebbe male!

Che forse sono pronta per dire addio ai capelli rossi, almeno mentalmente. Il che la dice lunga su tante cose.

Che l’Amore – qualunque cosa significhi – è sempre, da sempre, comunque, il più importante dei miei valori, il più alto dei miei obiettivi.
Anche l’Amore per me stessa, finalmente.

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Di lunedì.

Quelle giornate in cui aspetti solo di tornare a casa per scoppiare finalmente a piangere senza nasconderti dietro ai capelli, con la rabbia dei fazzoletti che non sono mai in borsa quando dovrebbero e i pensieri che ronzano e ronzano e ronzano dentro alla scatola pesante che ti trascini sulle spalle.
Il quarto compleanno di questo blog che capita in un giorno così è un po’ il colmo, ché qui ci ho versato più risate che lacrime, negli anni.
Ma non oggi.
Oggi è un po’ più difficile e non voglio farci niente.
Me lo merito un giorno di riposo dalla consapevolezza di poter sopravvivere a tutto, di avere a portata di mano la forza e la capacità di essere felice, o tristissima, o arrabbiata, o serena.
Non ne parlo (quasi) mai perché non mi piace, mi annoia, mi fa sentire pesante, ma non sto bene.
Non ne parlo, ma non significa che vada meglio, o che sia meno reale.

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Se solo mi volessi di più.

A volte vorrei non avere alcun legame, nessun rapporto più profondo di quello che si può avere con chi incontri per caso in un pub una sera soltanto e poi mai più.

Vorrei essere una comparsa nelle vite degli altri e l’unico personaggio a colori nella mia.

A volte vorrei non avere un posto in cui voler tornare, così non dovrei più fermarmi a svuotarmi le tasche scoprendo che dentro non sono rimasti che ricordi.

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Interrogazione a sorpresa.

Mi rivedi dopo circa dieci anni e non mi chiedi come sto, come mai sono qui, che ne è stato delle amicizie comuni che un tempo ci univano. Mi scocchi un sorriso un po’ sbilenco e mi chiedi solo se scrivo ancora. Senza preamboli,non un convenevole, mi lanci solo quel “scrivi ancora?” , pretendendo io lo afferri al volo senza barcollare. Resto in equilibrio, ma anche in silenzio. Non so la risposta, non ho studiato, tutto mi aspettavo da questa giornata ma non una domanda così. Non da te, soprattutto. Tu che mi sedevi di fronte, dieci anni fa, sciorinando con leggerezza i motivi per cui avrei dovuto prendere quel manoscritto, rilegato con tutto l’amore di cui solo a diciassette anni si è capaci, e farlo a pezzi, per renderlo più plausibile.

Plausibile.

Avrei voluto chiederti come si possa chiedere ad una storia d’amore di essere plausibile, ma non l’ho fatto. Neppure allora sapevo la risposta, anche allora ho lasciato cadere sul tavolo un silenzio imbarazzato. Lo stesso tavolo dietro al quale te ne stai stasera, dopo tutti questi anni. Uguale a sempre.

“Mmh… no.”, dico alla fine. Per evitare ogni altra domanda, soprattutto. Aggiungi “Peccato. C’era del talento.”, e forse un po’ di stizza la provo. Perché in fondo che ne sai di me, che ne hai mai saputo, poi. Porto i toni su frivolezze collaudate e tu no, non vuoi, ti va di riprovarci. “Magari hai qualcosa nel cassetto,non si può mai sapere,non ci credo che hai smesso”. Credici, invece. Ho smesso eccome, di darmi in pasto a chi tratta le parole come merce. Lo penso soltanto, continuo a sorridere ma sempre di meno, sempre più piano, ormai lontanissima.

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“I am a revenant”.

A volte vorrei dimenticare quello che so. Un colpo di gomma e quella decisione non sarebbe altro che un’ombra grigiastra sul foglio. Non saprei più di non avere scadenze, mi affannerei a vivere gli istanti con la fretta di chi non vuole sprecare neppure uno sguardo, conserverei tutto.

Vorrei ricordare la sensazione vivida che ad un certo punto mi ha spinta a dire basta. Sembra così fumosa, adesso, così piccola e trascurabile in confronto al resto. Se la sentissi di nuovo, una volta al giorno, magari appena sveglia, potrei scrollarmi di dosso questo senso di errore fatale che a volte mi insegue.

Affondo le scarpe in un metro di neve, quando chiudo gli occhi. Annuso il silenzio e mi canta certezze. Ad occhi chiusi si sceglie meglio, non si può sbagliare, non ci sono distrazioni. Ho una presa sicura a non farmi cadere. La mia.

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Happiness is a choice.

“…because I’m better than this…”

Ieri sera ho cantato questa frase tra me e me per ore, credendoci fermamente.

È stata una Vigilia strana. Non per le cose diverse, ma per via di quelle uguali.

I nervi scoperti, i soliti difetti, le ferite aperte… ieri era tutto più evidente, ai miei occhi. Ho occhi stranieri, adesso, non solo estranei, e penso che questo aggiunga sfumature al quadro d’insieme.

Sono grata, immensamente e profondamente grata, per i tesori ricevuti, conquistati, o trovati per caso lungo i sentieri della mia avventura. Grata per tutto.

Anche se il mio giorno, la mia festa, il mio Natale, lo immagino diverso, ho capito che non è qui che potrò trovarlo e non è dagli altri che posso pretenderlo.

Va bene essere tristi, non è come essere infelici, è molto diverso.

Ieri ero triste, nonostante gli sforzi per evitarlo, nonostante quello che ci si potrebbe aspettare da me alla Vigilia di Natale. Ero triste e l’ho accettato, non è una colpa, né una vergogna.

L’ho accettato perché so cosa fare per non esserlo più, lo so perfettamente ormai, dopo tutti questi anni e tutti questi viaggi. So dov’è l’interruttore e so come raggiungerlo per riaccendere la gioia.

Clic.

Buon Natale, ogni volta che lo VORRETE.

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Un tranquillo weekend di follia.

Arrivata alla fine di questo luuungo weekend, posso dire senza paura di essere più stanca di prima.
Non che sia andata a lavorare nei campi, eh, ma diciamo che non sono stati giorni proprio rilassanti.
Ci sono stati operai in casa fino a ieri sera, con musica di Rihanna a tutto volume ed un’incontenibile voglia di fare gli amiconi ogni volta osassi materializzarmi nelle loro vicinanze, e già questo ha reso meno paradisiaco l’avere la casa tutta per me.
A dirla tutta, anzi, in casa ci sono stati più loro che io, in totale.
Domani, una delle tedesche se ne andrà forevah e così sabato sera abbiamo pensato di far festa in suo onore.
Cena spartana a casa e poi di corsa verso un locale proposto dalla rumena, dove il suo ragazzo è lo chief bartender (motivo per il quale tutte le altre hanno accettato subito: ragazzo barista=alcool gratuito, si sa!).
Locale carino, con musica non troppo fastidiosa, staff disponibile e cocktail buonissimi a prezzi onesti.
Peccato fosse a Pinner.
Ossia a Nord Ovest.
E noi tutte abitiamo a SUD Ovest.
E in una città grande come Londra, non è un partcolare da sottovalutare, ecco.
Dopo un treno, tre metro ed un autobus, siamo giunte a destinazione e siamo state accolte da shottini gratuiti, così, tanto per iniziare in bellezza.
Dopo qualche ora, le tedesche sono andate via ed io sono rimasta a far compagnia alla rumena, fino a chiusura.
Errore madornale!
Mi sono ritrovata a dover riportare un’ubriaca tendente al triste dall’altra parte della città, in piena notte, con un clima invernale (i vetri delle auto erano ghiacciati, non so se mi spiego.) e vestiti troppo leggeri addosso.
Per farla breve, potrei riassumerla così: cab companies che non rispondono al telefono/non conoscono l’indirizzo/non servono la zona; cab a caso (non quello che, dopo ripetuti tentativi di comunicazione col tizio arabo del centralino, ero riuscita infine a prenotare.) fino alla fermata del notturno; perdita del notturno; attesa di quaranta minuti tra gente poco raccomandabile; notturno per TRENTANOVE fermate seduta accanto a tipa pazza che urlava da sola; altro notturno; rendersi conto di essere su quello sbagliato; notturno giusto per un’altra decina di fermate; gelo totale; una cosa come 3 o 4 km (ma forse di più. Sì, decisamente di più.) a piedi, a quel punto ridendo di cuore dalla disperazione e tremando per il freddo; tratto finale in mezzo al parco con tanto di “sticazzi se ci ammazzano, di qua è più veloce!” (Cappuccetto Rosso non mi ha insegnato niente, a quanto pare.); arrivo alla porta di casa alle 04.33; lavare piatti invece di andare a letto (“ché tanto lo so che domani poi non mi va!”); raggiungere il letto ed aver voglia di piangere dalla gioia!
Ecco, il giorno dopo avrei voluto trascorrerlo a dormire e dormire e poi ancora dormire.

Invece no.

Perché avevo promesso all’amico De. che ci saremmo visti e lui si è fatto fissare un giorno off appositamente per me, potevo mica abbandonarlo?
Ebbene, avrei dovuto!
L’idea era quella di andare a visitare la zona di Highgate e, ovviamente, anche il famoso cimitero, così ho iniziato la lunga traversata, provando a non scoraggiarmi. (Highgate è a Nord: ero DI NUOVO lontana millemila km da casa e sapevo che non avrei rivisto il letto se non dopo ore.)
Ho dovuto fare i conti con alcune stazioni metro chiuse per lavori ed alcuni autobus deviati, ma ce l’ho fatta e stavo quasi per recuperare il buonumore.
Ma il peggio doveva ancora arrivare.
L’amico De. è una cara persona, ma ha un grave difetto: non si informa.
Esce di casa e basta, senza chiedere al fidato google dove diavolo debba andare, senza chiedere al maledetto TFL quali siano le linee funzionanti e quali quelle bloccate (dato che in questa città c’è SEMPRE qualche lavoro in corso, qualche festa, qualche manifestazione. Un po’ come a Roma, solo che qui hanno la cortesia di avvisare la gente e, magari, offrire alternative. A Roma puoi pure morire lì dove ti hanno mandato. Cioè nel nulla. Cioè a Quintiliani. Ma questa è un’altra storia.), senza chiedere a CityMapper quale sia il percorso più veloce o anche solo quello giusto.
Così ha iniziato a mandarmi messaggi a raffica comunicandomi di non sapere e proprio mentre cercavo una soluzione, si è infilato in metro (sempre a caso) e non l’ho mai più sentito.
Le ore passavano ed io avevo già visto tutto il quartiere, scovato il MERAVIGLIOSO Holly Village (vi prego, cercate HOLLY VILLAGE LONDON su google immagini e vi renderete conto di cosa parlo.) dove ho deciso di andare a vivere, coccolato un gruppo di morbidini ciccioni e desiderato ardentemente di uccidere l’amico De.
Mentre guardavo con tristezza l’ingresso dell’Highgate Cemetery constatando che entrarci da sola senza di lui sarebbe stata un po’ una bastardata, il cartello degli orari mi ha confermato che no, non ce l’avrei fatta a visitarlo, dato che l’altro era ancora in alto mare.
Una serie di surreali telefonate dopo (“Sono all’ingresso dei Parliament Hill Fields.”, “Quale?”, “L’ingresso.”, “QUALE?”, “L’ingresso grande.”, “Pure io, in teoria, ma ce ne sono duecento!”. Ecc.), siamo riusciti ad incontrarci ed abbiamo pensato di insultarci a vicenda davanti ad un pessimo milkshake ed una orrenda fetta di cheesecake al cioccolato.
Alla fine abbiamo optato per una passeggiata a Parliament Hill Fields, appunto, rassegnandoci alla sfiga della giornata.

Oggi è l’ultimo Bank Holiday prima di Natale e chiaramente piove a dirotto da stamattina, per la mia gioia e per il dispiacere di tutti gli altri.
Questo non mi ha fermata dall’andare a fare un giro al Notting Hill Carnival, armata di stivali di gomma gialli ed ombrellino a pois.
A me il concetto di Carnevale sfugge un pochino, ad essere sincera.
Non comprendo l’allegria immotivata ed in realtà non me n’è mai fregato più di tanto.
Tranne che per la parte del travestirsi, io adoro travestirmi!
Solo che questo non è un Carnevale di quel tipo; non principalmente, almeno.
Si tratta più che altro di una marea (ripeto: UNA MAREA) di gente ubriaca marcia dalle 11 del mattino (in poi) che urla e si dimena a ritmo di musica caraibica e/o hip hop per le strade di un’irriconoscibile area che di solito è abbastanza tranquilla ed anche piuttosto costosa.
Ci sono banchetti di cibo (soprattutto carne alla brace di ogni tipo) in ogni singolo angolo ed un sacco di palchi improvvisati con gente che suona (per lo più percussioni) e/o mette musica a palla.
Più la parata (a cui puoi partecipare solo se sei mezzo nudo, a quanto pare.) che va avanti per ore, naturalmente.
Chi vive e/o lavora da quelle parti, la ritiene più una scocciatura che altro, considerando il blocco del traffico ed il casino fino a tardi per (almeno) due giorni, ma è una tradizione molto famosa in questa città ed ogni anno attira centinaia e centinaia di giovani vogliosi di far festa per strada.

Ho resistito un paio d’ore, non di più.

Sarà che non ero ubriaca e quindi non sono riuscita ad entrare pienamente nello spirito, sarà che ho deciso di andarci da sola, sarà che una giornata di pioggia così perfetta è fatta per essere ascoltata in silenzio.

Comunque ormai i gatti del quartiere mi conoscono tutti e sanno che quando passo io ci sono coccoline in arrivo!

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