Archivi del mese: giugno 2012

Paint My Life.

Quando ero bambina (anagraficamente parlando, intendo.), trascorrevo moltissimo tempo disegnando.
In alcuni periodi ho anche pensato di essere bravissima a farlo (cosa assolutamente non vera, lo confermo col senno di poi.) e, in ogni caso, è sempre stata una di quelle cose su cui non ho mai ricamato improbabili fantasie legate al futuro.
Non ho mai sognato di farne un lavoro o un’arte, voglio dire, il che ha permesso a quel gesto di restare “puro”, in qualche modo.
Ero piuttosto monotematica, se devo essere sincera.
Ricordo che mi piaceva copiare le immagini dei miei cartoni animati preferiti dalle pagine del TV Sorrisi e Canzoni (soprattutto quelle delle guerriere Sailor, ovviamente.) e che, per circa un anno, ho avuto una vera e proria ossessione per un clown.
Era appeso in alto, nell’aula della scuola materna che frequentavo al mattino, durante il mio anno di primina da privatista ad una scuola pomeridiana.
Era colorato ed aveva forme morbide, semplici, molto facili da replicare.
Un giorno ho deciso di disegnarne uno uguale, nell’intervallo di tempo in cui i miei compagni andavano alla mensa ed io dovevo aspettare che mia madre venisse a prendermi.
Mi ci sono messa d’impegno, ho iniziato ad usare gli stessi identici colori, osservando attentamente i particolari… ma lei è arrivata prima che potessi terminare il mio lavoro, così mi sono detta che l’avrei ripreso il giorno seguente.
Ora, sinceramente non ricordo bene di chi sia stata la colpa, ma quello che è certo è che OGNI MALEDETTISSIMO GIORNO ricominciavo DA ZERO quel dannato disegno, senza MAI riuscire a finirlo!
Non so se fossi io a perdere il mio foglio col clown a metà o se fossero le maestre ad essere idiote e a gettarlo ogni volta, vallo a ricordare, ormai.
Probabilmente, questo trauma ha contribuito alla mia attuale avversione per i pagliacci, che trovo tristi ed inquietanti.
Quando non ero intenta a copiare immagini già esistenti, le cose andavano anche peggio.
Per un lungo periodo della mia giovane vita (tra la fine della scuola materna e l’inizio delle elementari, se non erro), ho riempito quaderni interi con un unico, monotono, terrificante scenario…
Ossia il seguente: un palazzo molto alto, visto dall’esterno, con una grande finestra all’ultimo piano, dalla quale erano visibili due bambine di profilo, una di fronte all’altra, con aria preoccupata e/o triste (la chicca erano i nasi: una specie di slash che spuntava a metà faccia, praticamente.) e un ascensore con dentro un fantasma (tipico lenzuolo bianco, per intenderci.) arrabbiato.
Giuro che l’avrò disegnato centinaia di volte, ma non saprei assolutamente spiegare il perché. O_o
E, sinceramente, mi chiedo come mai i miei genitori non mi abbiano fatto due domande a riguardo, all’epoca. Ah beh.
Al liceo, invece, disegnavo per lo più creature alate (fate, angeli, demoni et similia.) o deformi, con grosse teste oppure occhi a spirale, facce tra i denti e così via… sempre soggetti molto rassicuranti, devo dire.
Tutto ciò, per dire che oggi mi sono imbattuta in questo:

ed ho tutte le intenzioni di cimentarmi in quest’impresa, per tornare un po’ a quella sensazione di leggerezza che sa dare una matita (ma anche una penna, un gessetto, un pennarello, ecc.).
Del resto, dovrò pur tenere le dita allenate in vista del secondo livello di ArteTerapia, che tanto attendo per il prossimo Autunno, no?
Insomma, a me sembra una cosa molto carina, quindi la lascio qui per ispirare anche qualcuno di passaggio, magari.
Chiaramente non inizierò oggi, perché altrimenti non sarei coerente con il mio stile di vita procrastinante, ma prima o poi… magari martedì!

Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e | 8 commenti

Desiderio di genitorialità?

Essendo io un’amante delle cause di dubbia utilità, questa sera ve ne propongo una che mi ha particolarmente entusiasmata.
A questo indirizzo, ladies and gentlemen, avrete la possibilità di ADOTTARE, udite udite… UNA PAROLA!
Voglio dire, una parola vera!
Non è una cosa fantastica??
E’ totalmente gratuito e c’è la possibilità di diventare “sostenitori” di un termine che, magari, è già stato adottato da altri ma vi è particolarmente a cuore.
Non dovete far altro che: selezionare un dizionario (ce ne sono 4 a disposizione), scegliere con cura (questo è importante, secondo me.) la parola prescelta, cercarla, verificare che non sia stata già adottata e “farla vostra” per un anno, impegnandovi ad utilizzarla il più possibile!
Per me che le parole sono praticamente tutto, è stata una scoperta non da poco.
Ci ho impiegato mezzo pomeriggio, ieri, a decidere quale fosse la scelta migliore.
Ma in realtà è sempre stata lì, tra le note del mio M., sulla mia testa, nelle vene… ben arrivata, CREMISI! 🙂

Categorie: Ordinary li(f)e | 3 commenti

Fingers.

Ti faccio un test? -, ti dico, – E’ per scoprire quale supereroe sei. A me è uscito Spiderman.
Proviamo, dai. -, mi rispondi sistemandoti più comodo dalla tua parte di letto.
Ma già alla terza domanda non mi rispondi più. Aspetto qualche secondo, pensando tu sia indeciso sulla risposta. Le opzioni sono numerose, effettivamente.
Poi mi volto a guardarti e ti vedo così: la testa abbandonata tra le pieghe del cuscino, gli occhi chiusi, il respiro regolare.
Sorrido, richiudendo il libro, e lo stomaco mi dice qualcosa in quella sua lingua stramba che a volte hai provato ad interpretare.
Ho ancora un asciugamano avvolto intorno al corpo profumato di docciaschiuma, ed un altro a raccogliere i capelli, come un impreciso turbante.
Mi guardo le braccia e poi la pancia.
I graffi sono più profondi del solito, definiti, alcuni ancora gonfi ed imperlati di piccole gocce di sangue.
Bruciano un po’, ma mi dico che non fa niente, che poteva andare peggio.
So bene di non vivere in modo sano questa storia della “mamma-gatta”, lo capisco soprattutto dal modo in cui la tua voce cambia tono quando succede qualcosa di evidente.
Ma non riesco a trovare un compromesso, una soluzione accettabile per quella parte di me fermamente convinta di non poter sopportare l’assenza, seppur temporanea.
Forse dovrei mettermi giù accanto a te, abbandonarmi al brutto copriletto che non ci appartiene, e provare a respirare lentamente, intensamente, fino a non pensare più.
Abbiamo dormito male, la scorsa notte.
Faceva troppo caldo, il vino ci aveva del tutto disidratati, Morgan chiedeva cibo, poi coccole, poi solo attenzione.
Mi sono alzata per bere ed hai riso in quel modo buffo che amo tanto, raccontandomi di come avessi parlato ancora mentre ero addormentata, sbiascicando parole incomprensibili seguite da risolini infantili.
Mi chiedo sempre cosa io abbia da dire di così urgente da non poter aspettare di esser sveglia.

Maybe I talk too much
for sure I tell you nothing
sometimes I speak so loud
but still I can hear you breathing
Fingers, fingers
dancing on the chords
Fingers, fingers
floating through my hair
Someday I’ll show you how
you have changed my pattern
I love the way you laugh
your voice and mind
just flatter
when I’m in doubt and fearful
‘cause you’re just too much for this mess
that I keep bringin’ inside
even if you set me free now…

Categorie: Beyond, Imagine, Ordinary li(f)e | 2 commenti

La ragazza che tornava a casa scalza.

Mi sforzo.
Mi sforzo di essere femminile, lo giuro.
Scelgo il make up più adatto, sistemo i capelli al meglio, tiro fuori dall’armadio i miei vestiti più carini, da “adulta”, mica quelli per le bambole che uso di solito… e poi arriva il vero problema… le scarpe.
Lo so, LO SO che non posso definirmi una Vera Donna, a causa di questo gigantesco difetto di fabbrica che mi ritrovo, ma io non posso farci niente: odio le scarpe.
Non fraintendetemi, ho due ripiani di armadio a muro affollati di paia di scarpe più o meno utilizzate (più meno che più, direi.), ma temo che quelle non contino, in quanto appartengono a 3 macro-tipi, non propriamente adatti ad un’esponente del genere femminile che abbia superato i 10 anni:

  • Anfibi. Questo gruppo comprende: Doc Martens fasulle (di un numero in più rispetto al mio, in quanto ereditate da mia sorella maggiore, n.d.r.); stivali polverosi e molli alla Gatto Con Gli Stivali; stivaloni con molteplici lacci in stile “cièsonotroppogothic”; scarponcini con faccia di gatto stilizzata applicata sulla punta (queste qui , per intenderci.); Doc Martens originali (di un numero in meno rispetto al mio, in quanto ereditate da una mia ex coinquilina, n.d.r.).
  • Scarpe da ginnastica. Questo gruppo comprende: All Star (fasulle), ormai quasi completamente distrutte, in nero, rosso e viola; All Star (fasulle), appena comprate, a metà tra il grigio e il nero; scarpe da ginnastica ARANCIONI risalenti ai tempi delle medie, probabilmente, e che utilizzo solo in casa, lontana da sguardi indiscreti.
  • Scarpe da bambola. Questo gruppo comprende: MaryJane nere col tacchetto mezzo distrutto; MaryJane nere di velluto con la punta un po’ troppo squadrata per i miei gusti; ballerine rosse glitterate con fiocchetto alla Dorothy.

Fine dei giochi.
Sul serio, ho solo questi tipi di scarpe.
Non so camminare sui tacchi, lo confesso, non ne sono proprio capace.
E adesso fustigatemi, voi donne di mondo che andate a fare jogging col tacco 12!
A peggiorare il tutto, chiaramente, ci si mette anche la mia ridicola statura e le mie fattezze da bambina, che non aiutano affatto.
Soprattutto in caso di cerimonia.
In quelle occasioni, mi piace scegliere con cura l’outfit (come sono moderna e fashion, quando uso questi termini, non c’è che dire!), ma il tutto è reso vano, puntualmente, dalle stramaledettissime scarpe.
Riuscite ad immaginarmi, con un abito di chiffon svolazzante nella brezza primaverile, i capelli raccolti, il trucco abbinato al vestito, la borsetta assurdamente piccola… e le All Star ai piedi?! O gli anfibi?! O le ridicole MaryJane da bambina?!
Ecco, io no. Proprio no.
Eppure sono così comode, così pratiche, così facili da portare, sigh.
Faccio sempre una pessima figura, in questi casi, se non fosse ancora chiaro.
Una volta, anni fa, dopo un esame universitario ottimamente riuscito, ho deciso di farmi un regalone e sono entrata in un negozio in zona Termini (ai tempi vivevo ancora a Roma, n.d.r.) a dare un’occhiata.
Loro erano lì, tamarre ed invitanti più che mai, e allora le ho comprate, quasi senza provarle.
Già le immaginavo sotto minigonne e vestitini, pronte a rendere le mie gambe un po’ più slanciate… inutile dire che avrei investito meglio i miei soldi gettandoli in un tombino.
Le ho indossate un pomeriggio, per uscire con le coinquiline, fino al cancello. Poi sono tornata indietro, le ho riposte con cura nella scatola ed ho preso i fidati anfibi.
Ci ho riprovato a Capodanno, “tanto facciamo festa in casa!” Dopo 10 minuti, giuro, 10 minuti, ero in ciabatte.
Non le ho mai più indossate, stanno tuttora marcendo nella loro tamarrissima scatola nera a cuori rossi.
E’ per questo che, lo scorso Settembre, quando mi hanno invitata ad un matrimonio, ho optato per le ballerine alla Dorothy (inutile precisare che, ad un certo punto della serata, la mia ubriachezza si è manifestata sottoforma di “Somewhere over the rainbow” cantata a squarciagola mentre battevo 3 volte i tacchi sentenziando che “there’s no place like home”… Ma questa è un’altra storia.), rendendomi ridicola nella mia imbarazzante nanitudine male abbinata al vestito a palloncino indossato per l’occasione.
Le maledette ballerine, però, mi stavano larghe (cosa che non noti mai al momento dell’acquisto, ovviamente.) e continuavo a perdermele sulla pista da ballo, imprecando.
All’alba, quando mi sono decisa a tornare a casa senza l’ausilio di formule magiche, ho attraversato il centro della città con le scarpe in mano, distruggendo le mie belle calze ricamate.
Anche le ballerine alla Dorothy, indovinate un po’… riposano nella loro scatola da allora.
Ma non mi sono mica rassegnata, eh no!
Ho trovato un paio di décolleté semplici, nere, con quel finto tacco-zeppa che va molto adesso (tipo così, insomma.), non troppo alte ed apparentemente comode.
Le ho provate in negozio, camminando qua e là con naturalezza, e me ne sono innamorata!
Finalmente la soluzione a tutti i miei probbblemi serissimi di femmina!
In saldo, tra l’altro!
Prese al volo, portate a casa, riprovate mille volte e promosse a scarpe per il prossimo matrimonio, che sarà a Luglio.
Ieri sera, approfittando dell’addio al nubilato della sposa in questione, mi è venuta la brillante idea di battezzare le nuove arrivate, ma… Orrore! Tragedia! Disgrazia!
Le stronze mi stavano improvvisamente larghe!
Presa dal panico ed impossibilitata ad andare a comprare qualche cuscinetto per non far scivolare il piede o chissà quale altra diavoleria, ho deciso che un po’ di cotone in punta avrebbe risolto facilmente la questione.
Cotone piazzato, piede scalzo per aumentare l’attrito e via verso la serata!
Il tragitto dal portone di casa all’auto e quello dall’auto alla porta del ristorante sono stati imbarazzanti, eterni e pericolanti.
Le stronze continuavano a sfuggirmi e sembrava ci fosse uno spazio infinito ed impossibile da riempire, dietro al tallone.
Inoltre, la parte anteriore mi stava graffiando inesorabilmente il dorso del piede, troppo spinto in avanti.
Quando ho visto la mia vicina di sedia sfilarsi con nonchalance i sandali sotto al tavolo, ho deciso di imitarla, furtivamente.
Il resto della cena è filato liscio, con i miei poveri piedini al fresco e liberi da costrizioni… ma il peggio era in agguato.
Ora, tutti noi sappiamo che i piedi si gonfiano quando fa caldo, quando arriva la sera, quando si è sfigati, ecc., giusto?
Ecco, io non l’avevo considerato.
Al momento di andare via, le stronze non mi entravano più.
Un temporale con tuoni, fulmini e raffiche di vento si stava abbattendo sul dehor del ristorante, le altre invitate stavano correndo ai ripari, i camerieri volevano solo ripulire tutto e andarsene a dormire… ed io riuscivo soltanto a pensare: “Ma cazzo, prima le perdevo per strada e ora neppure mi entrano??!”
Così, presa dal panico e dalla fretta, ho gettato via il cotone e spinto con forza i piedi all’interno di quei piccoli strumenti di tortura da quattro soldi (almeno non le ho pagate un occhio della testa, a differenza di quelle tamarre.) e, fingendo di poter ignorare i dolori lancinanti, ho raggiunto l’auto, facendo passi piccoli e barcollanti, nemmeno fossi un elefante sui trampoli.
Ormai avrete intuito la fine di questa storia… a piedi nudi sull’asfalto bagnato di pioggia, tra la gente in tiro per il sabato sera, con le mie décolleté stronzissime in mano, sono tornata a casa dalle mie ciabatte, mestamente.

Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e | 1 commento

“…non come quel sabato fasullo che mi ha quasi fatto licenziare!” (cit.)

Ultimamente, mi capita di confondere il sabato con la domenica, il che mi crea non pochi disagi logistici, del tipo che magari ho un appuntamento importante (leggi: la replica di “SENTI CHI PARLA” su italia1, per dirne una.) e me lo perdo perché sbaglio giorno, o cose del genere.
Ma, dall’altro lato, è anche una cosa abbastanza piacevole, considerando il fatto che poi, quando arriva davvero la domenica, ho ancora un’intera giornata di riposo davanti a me.
Anche se “riposo” è una parola grossa, dato che, come ho già scritto in passato, io ed M. concentriamo più impegni in quel giorno che nel resto della settimana. -_-”
Insomma, oggi è sabato e devo convincermene più o meno ogni 20 minuti.
Soprattutto perché mi aspetta una serata mondana dopo circa duecento anni di casalinghità (parola che esiste perché lo dico io.) e quindi prevedo già lunghe ore di restauro per rendermi vagamente presentabile.
Spero che M. apprezzi questo sforzo, poveraccio, ormai mi vede solo in pigiama (ossia un orrendo copricostume con stampa di rose blu, acquistato ai tempi delle medie, credo. Molto sexy, già.) oppure in improbabili “tenute da lavoro” comode e sporcabili, che siano a prova di marmocchi.
E’ anche vero che in estate perdo ogni voglia di vivere, figuriamoci di vestirmi un minimo carina, considerando il fatto che mi trovo un difetto nuovo ogni volta che mi guardo allo specchio (motivo per il quale sono ben contenta di lasciare, prossimamente, questo specchio GIGANTE proprio accanto al mio armadio, impossibile da evitare al mattino.), inoltre lo stramaledetto caldo rende vani tutti i miei (rari) tentativi di apparire aggraziata.
Ma oggi è sabato! E’ sabato e siamo stati invitati ad una cena con gente praticamente sconosciuta, quindi non vorrò mica fare una brutta figura? (Il modo in cui sto cercando di convincermi a darmi una mossa è notevole, non c’è che dire.)
Sono qui solo per tenere le mani impegnate, altrimenti divorerò tutto il bendiddìo presente in dispensa, frigo e freezer, col quale sono stata lasciata da sola per tutto il giorno, incautamente.
Ah, se qualcuno se lo stesse chiedendo, la mia piantina di zucchine è morta.
E anche la pianta con i fiori bianchi che mi hanno regalato i genitori dei miei ormai ex bimbi di quest’anno.
Ieri ne ho trovato i cadaveri in balcone, praticamente carbonizzati dal sole, e popolati da un’allegra colonia di formiche che ho dovuto sterminare (sono una persona orribile, lo so.) seduta stante, per evitare che raggiungessero (di nuovo) la ciotola del cibo di Morgan.
Povere piante, tra le mie mani. Poveri fiori, in casa mia.
Ho il pollice nero e la gente insiste a regalarmi vegetali che avrebbero bisogno di cure.
Adesso ho una piantina di melanzane, per esempio.
Già mi preparo a compiangerla e ad estirpare dal suo vasetto le formiche, o i vermi, o le cavallette, o i leoni (ché stanotte ho sognato una famiglia di leoni, travestiti da persone, che sterminavano gli ospiti di un hotel di montagna… però io indossavo un abito stupendo, in tutto ciò.).
Voglio andare in piscina, fare shopping selvaggio e trasferirmi in Lapponia, o anche solo in Alaska, o Canada, o Svizzera, se proprio non posso allontanarmi troppo.

Sul serio… ma a voi questa stagione non fa venir voglia di togliervi la vita?
A me sì.
Datemi la glaciazione, vi prego.

Vi lascio con questo piccolo classico dei Simpson, direi che ci sta:

Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e, Somebody told me | 2 commenti

Oldesires.

Voglio abbracci tiepidi
da conservare per i giorni di pioggia;
segreti raccontati sottovoce,
a riempire stanze brune.
Voglio voli sincronizzati
al battito del mio Amore;
ricordi senza conclusione;
isterici odori che inebriano.
Voglio risate;
pelle sfregata con tenerezza a creare brividi.
Voglio attimi.
Eterni momenti fugaci.

Categorie: Beyond, Imagine | Lascia un commento

Cose che non interessano a nessuno.

Vorrei poter affermare di non aver avuto un attimo di respiro, ma non è mica così vero.
Tant’é che sono riuscita a finire di guardare tutte le stagioni di “SEX AND THE CITY”, giusto per dirne una.
Lo ammetto, sono semplicemente stata pigra, nei miei pochi momenti liberi dal nuovo lavoro, trascurando il mio povero blog.
Ma eccomi qui, con i Merriment in sottofondo (la mia band domenicale per eccellenza, n.d.r.) ed una manciata di pensieri che premono forte per uscire dalla punta delle dita un po’ appiccicose di gelato.

Lo stupido caldo è infine arrivato, anche se non è ancora ufficialmente estate, e la mia voglia di uscire prima del tramonto è pari a zero.
Quando vado al lavoro insieme ad M., al mattino presto, l’aria è ancora fredda e costringe a coprirsi con molto più di una canottiera o di una semplice t-shirt. Ma, poche ore dopo, ci si ritrova improvvisamente in balìa di un sole tropicale impossibile da sopportare per me che sopra i 12 gradi già boccheggio.
Fortunatamente, l’interno del babyparking è piuttosto fresco, con belle zone di penombra in cui potersi rifugiare a prendere fiato, e le pareti coloratissime a rendere più allegra la fatica.

Sono state settimane piene ed altalenanti, quelle appena trascorse, e quelle che devono ancora arrivare lo saranno perfino di più, posso già sentirlo nell’aria.
Ho conosciuto molte persone nuove, eppure OGNUNA di queste, lo giuro, ognuna, mi ricorda incredibilmente qualcuno che ho già incontrato prima.
Un’espressione, il modo di gesticolare, un tratto del viso, la parlata… tutti hanno un particolare che appartiene ad altre comparse, più o meno importanti, che in precedenza hanno calcato il palco della mia esperienza di vita.
E’ una cosa buffa, da un lato, e leggermente triste dall’altro.
Come se fossero finite le combinazioni di caratteristiche originali della popolazione terrestre e fossimo tutti costretti ad avere a che fare con materiale umano riciclato.
Ho incontrato perfino una me più giovane, una me uguale a com’ero solo pochi anni fa.
Mi sono istintivamente mostrata ostile, all’inizio, la trovavo banale, irritante, esagerata. Una piccola ingenua da evitare.
Quel pensiero è durato una serata, poi l’ho rivista ed avevo davanti uno specchio puntato sul passato, mi era improvvisamente chiaro.
Abbiamo legato subito, dopo quella rivelazione. Trovo che possa crescere molto meglio di come abbia fatto io, ecco.

Ma il primo posto nella classifica delle mie ansie (giuro che non ho stilato una lista a riguardo, anche se ne sono molto tentata…), in quest’ultimo periodo, va sicuramente alla ricerca di una nuova casa per me, M. e Morgan.
Argomento per il quale servirebbe decisamente un intero post a sé stante… infatti rimanderò le spiegazioni a domani, credo.
Vi lascio, intanto, con interessantissimi spunti per scommesse, del tipo:

  • Sto ancora cercando casa o l’ho già trovata?
  • Cambierò nuovamente città o resterò qui dove sono?
  • Adotterò un altro morbidino o Morgan resterà micio unico ancora per un po’?
  • Tutto ciò importa a qualcuno o anche no?

Io sì che so come accendere la curiosità della gente, non c’è che dire.

Categorie: Ordinary li(f)e | 4 commenti

Ecco…

…avevo perso di vista questo: il precedente, era il mio post numero 109 (il che ha un senso, per me.).
Mi ero ripromessa di scrivere qualcosa di speciale per l’occasione.
Appunto.

Categorie: Ordinary li(f)e | Lascia un commento

Marameo.

Le sedie sono piccolissime ed io le adoro.
Ho sempre adorato le sedie piccole, quelle su cui ci si deve rannicchiare per forza, portando le ginocchia al petto.
Non le so usare, le sedie normali, quelle per gli adulti. Non riesco mai a trovare una posizione comoda per sedermi su quegli aggeggi e, spesso, i miei stupidi piedi non aderiscono neppure perfettamente al pavimento, da lassù, rendendo tutto ulteriormente scomodo ed irritante.
Ma lì non ho questo problema.
Per la maggiorparte del tempo sono seduta per terra, sul parquet chiaro, oppure su enormi cuscini morbidissimi, o sulle minuscole sedie colorate.
E’ tutto della misura giusta, lì: le sedie sono basse, i cuscini sono enormi, la caffettiera è da 6 tazze, i libri sono tanti, i giocattoli anche di più…
In un posto così, non posso che sentirmi a mio agio, in calzini antiscivolo tutto il tempo.
Ci ho trascorso solo 2 giorni, ma la rottura del ghiaccio è stata così intensa ed improvvisa e senza preamboli, che mi sembra di essere già parte di quel microcosmo caotico ma perfettamente calibrato.
Ho aspettato di cominciare questa nuova parentesi di vita per così tanto tempo… e adesso è Giugno, il cielo è grigio, i nomi li imparo in fretta (cosa molto, molto strana, per me.), mi sforzo di non essere timida, ho nuove canzoni da memorizzare e tutto è concretamente irreale.
Vorrei solo spegnere quell’impercettibile, inestirpabile parte di me che mi gratta dentro debolmente, lasciandomi la sensazione sgradevole di aver perso di vista qualcosa… qualcuno.

Categorie: Ordinary li(f)e | 2 commenti

“…She’s going to change the world, but she can’t change me…”

Mi vedo lontanissima.
Servono aerei, treni, autostrade, telefoni, per arrivare a me.
Ma non mi trovereste comunque.
Non come mi ricordate, non come mi vorreste.
Sono lontana e distante, capite cosa intendo?
Vi guardo di nascosto, sottovoce, inghiottita dalla penombra di quelle stanze indimenticabili, in cui non dormiamo più da anni lunghissimi.
Vi osservo restare identici, cambiando continuamente.
Avete nuovi tagli di capelli, nuovi numeri di telefono da comporre velocemente, nuovi indirizzi di casa, nuovi vestiti, nuove canzoni tra i denti, nuovi dolori che forse non conoscerò mai del tutto, mai abbastanza.
Eppure vi trovo immobili a proiettare la stessa, impassibile, impOssibile ombra su quella strada grigiastra che milioni di volte abbiamo calpestato insieme.
Sparsi e persi come biglie sfuggite ad un bambino distratto, vi ho portati attorno allo stesso tavolo, insegnandovi ad essere parte di un’implicita promessa che nessuno di noi avrebbe mai pensato di poter dimenticare.
Ma mi sono dimenticata io. Ho dimenticato com’ero, come potessi esserlo, perché lo sia stata per così tanto tempo, senza desiderare qualcosa di più, senza PRETENDERLO immediatamente, invece di rimandare, mentire, abbozzare.
Ho preso un aereo, un treno, un’autostrada, un telefono, per sfuggirmi e raggiungermi.
Credo di esserci riuscita, in parte, nonostante voi pensiate segretamente il contrario.
Perché lo so. Me ne accorgo.
So perfettamente quanto mi vediate lontana e distante, adesso.
E non posso più negare che sia effettivamente così.

 

“…suddenly I can see everything that’s wrong with me,
but what can I do?
I’m the only thing I really have at all…”

Categorie: Beyond, Imagine, Somebody told me | 2 commenti

Blog su WordPress.com.