Archivi del mese: febbraio 2014

“…I’m better than this…”

Non so voi, ma io le invidio proprio tanto le persone che hanno un progetto di vita ben definito.
Quelli che si svegliano un bel giorno, magari a 10 anni, e decidono che da grandi faranno, che so, i biologi.
E allora fanno tutto quello che si deve fare per riuscirci, come le scuole giuste, gli studi adatti, i sacrifici specifici.
Quelli che ad un certo punto, magari a 20 anni, scelgono di vivere in armonia con il pianeta.
E allora fanno tutto quello che si deve fare per riuscirci, solo cibo autoprodotto, prodotti per l’igiene fatti in casa, vita da fattoria e zero tecnologia.
Quelli che hanno una passione precisa, una visione nitida, e la determinazione di non lasciarsi distrarre dal resto.
Io non ho niente di tutto questo, temo.
Mi piacciono tante cose, ma proprio tante. Da sempre.
Da piccola volevo fare la rockstar, ma anche la maestra d’asilo, l’archeologa e la scrittrice.
Va da sé che un’opzione esclude l’altra, per forza di cose.
Non c’era una cosa che io desiderassi NETTAMENTE più delle altre e, crescendo, le cose non sono cambiate poi così tanto.
La mia unica costante, negli anni, è stato il bisogno di fondo di cambiare, di muovermi, puntualmente tradotto in traslochi facilmente identificabili come fughe a tutti gli effetti.
Solo pochi mesi fa, in questo post , ammettevo a me stessa di aver bisogno, forse, di lasciar andare anche quest’unico mio punto fermo, in mezzo alla collezione di terremoti che sembra essere la mia vita.
E invece la valigia sotto al letto è già mezza aperta.
Sto per andar via. Di nuovo. Per chissà quanto.
Sul serio, cos’ho che non va?
Quand’è che mi sveglierò con un panorama chiaro, nitido, preciso di ciò che vorrei davvero per me, senza quella sensazione soffocante di non POTERLO calpestare?
Non ancora, almeno.
Non finché non avrò il coraggio di dire ad alta voce cosa NON voglio.

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Bibbidibobbidibu!

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DisOrdine sparso.

  • Come ho già scritto in passato, purtroppo (o per fortuna, non l’ho ancora ben capito) sono  una persona geneticamente incapace di portare rancore. Tendo a perdonare, a dare seconde, terze, quarte e milionesime possibilità, fa parte di me, non riesco proprio a correggere questo difetto di fabbrica (o dono, non l’ho ancora ben capito).
    Eppure ci sono situazioni che mi lasciano per molto, moltissimo tempo in quello che io chiamo “l’umore 3D”.
    Dove per “3D” intendo: Delusa, Depressa, Devimoriremale.
    Ecco, in queste occasioni sono ben lieta di non avere la capacità di usare un Avada Kedavra, mettiamola così.
  • Fare esercizio fisico è una fregatura.
    Non che non lo sapessi già, tant’è che, da sempre, è una delle cose che cerco di evitare con maggiore impegno, insieme ai dolci al cocco ed alle conversazioni pre-caffè al mattino.
    Ma negli ultimi giorni mi sono messa a correre e saltare per casa come un’idiota, perché PARE che un certo tipo di ginnastica possa aiutare a combattere alcuni dei miei disturbi alle braccia.
    Quello che non capisco è: come mai per aggiustare una cosa ne sto rompendo altre cinquantadue?
    Mi è venuto il dubbio di aver scelto gli esercizi sbagliati, ma preferisco dare la colpa alla ginnastica in sè, così dovrò smettere per forza.
  • Sono rinomata per la mia notevole capacità di farmi paranoie di dimensioni imponenti per qualsivoglia cosa, eppure mi rendo conto sempre di più di non riuscire a sopportare quelle altrui.
    Soprattutto quando sono PALESEMENTE infondate ed ampiamente confutabili con fatti reali, razionali ed evidenti.
    Quindi non sarà una grossa sorpresa per nessuno, quando conficcherò un certo strumento nella gola di una certa persona che proprio non la vuole smettere di farsi certi problemi che assolutamente non esistono, rovinando la festa a tutti.
  • Giovedì sera salirò sul palco con la mia band per l’ultima volta.
    Poteva essere la penultima, ma dopo gli ultimi sviluppi sono praticamente certa che sarà l’ultima e basta.
  • Sarà anche vero che “Happiness is only real when shared” (e non iniziamo a parlare di quel dannato libro/film ché altrimenti mi imbestialisco come tutte le volte!), ma, per quanto mi riguarda, sono sempre più convinta che “I work better with others when they leave me the fuck alone”.
    Fare insieme è un conto, fare BENE è un altro. E quasi mai le cose coincidono.
  • Ho ritrovato un vecchio diario di viaggio, sistemando uno scaffale.
    Non so cosa farne, ora come ora. Potrei restituirlo all’autore, buttarlo via, chiuderlo in fondo ad una scatola per sempre o buttarlo via e dimenticarmene.
    La cosa certa è che dovrebbe essere accompagnato da almeno altri due quaderni che, invece, non sono mai tornati tra le mie mani.
    E quelli sì che dovevano esserci, perché tutto avesse davvero senso.
  • Ho rimandato per anni la visione di Breaking Bad perché, così a prescindere, mi ispirava un po’ di antipatia.
    Alla fine M. lo ha scaricato e ci siamo decisi a guardarlo insieme.
    Siamo quasi alla fine della quarta stagione e non capisco ancora il perché in molti l’abbiano definita una serie “geniale”.
    Ben fatta, coinvolgente, interessante. Diciamo pure che è una serie molto figa e non vedo l’ora di finirla, ok.
    Ma “geniale”? Non saprei. Non direi.
    Non c’è un solo personaggio che non prenderei a calci in faccia dalla mattina alla sera, non un solo personaggio che abbia un minimo di coerenza mentale-comportamentale, non un solo personaggio che sappia gestire in modo quantomeno normale le situazioni.
    Non so, qualcosa non mi convince del tutto, per ora il mio voto resta 8.
  • Che qualcuno mi spieghi perché la tanto osannata evoluzione non sia ancora riuscita a liberarci dal supplizio degli stramaledetti denti del giudizio!
  • Ho scoperto di avere un armadio pieno di vestiti inutili che mi stanno male e che, quindi, non posso indossare.
    Vivrò in pigiama per sempre.
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Pappappararirà.

Un lunedì interamente trascorso in pigiama non può essere un brutto lunedì.
Sarà che ho trascorso il weekend in studio di registrazione (leggi: camera da letto trasformata in recording home studio da M. in poche mosse), ma questa settimana è iniziata col piede giusto, tutto sommato, il che non è esattamente la norma, per una miss grumpy come me.
Ho queste canzoncine in cantiere da qualche anno, registrate qua e là con il cellulare, la webcam o semplicemente trascritte su agende e quaderni sgualciti… e ci voleva tutto l’entusiasmo di M. perché diventassero canzoni vere.
Così si è riciclato producer e mi ha trascinata in questa piccola impresa che continuavo a rimandare per un motivo o per un altro.
Il risultato, al momento, sono ben due canzoni fatte e finite, casalinghe, ok, ma pur sempre complete.
Ho provato ad iniziarne una terza, ma quando ho imbracciato la chitarra mi sono ritrovata tutta la stanchezza accumulata nelle dita, rischiando di farmi schiacciare il morale dallo sconforto, così abbiamo deciso di chiudere la prima sessione e di rimandare il resto al prossimo weekend.
Il bello di fare musica propria è anche il contorno.
Perché per uno di questi pezzi vorremmo girare un video e questo vuol dire improvvisarsi attori, scovare il posto giusto, inventarsi uno script, giocare con una telecamera… insomma, un sacco di risate assicurate!
E se facciamo davvero un video, avrò bisogno di un nome d’arte, non posso mica usare il mio nome e basta (anche perché esisteva già una cantante che si chiamava come me, tra le giovani promesse di un Sanremo di tanti anni fa).
Avere progetti, per quanto semplici, mi aiuta a non impazzire totalmente nell’attesa di quello che sarà tra pochissimo, un paio di mesi appena.
Condividerli con M., mi conferma, ancora una volta, quanto non cambierà nulla, quando sarà il momento, anche se cambierà tutto.
Provate ad essere pessimisti mentre suonate lo xilofono, vi sfido!

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Saggezza da telefilm.

“Non devi chiedere scusa. Quello che si dice prima del caffè non conta!”

(Andy Brown, “Everwood”)

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La mirabolante magia del susseguirsi delle stagioni. (Un punto di vista originale.)

Io dico solo che al mondo non c’è peggior cosa della banalità.
E’ mai possibile che ogni benedetto anno debba essere scandito dai puntuali commenti SEMPRE UGUALI degli originaloni che si risvegliano in occasione di qualsivoglia festività?

  • Gennaio, Epifania: simpaticissime battute sulla donna-Befana quali “C’è una ricompensa di 1000 euro per chi trova la Befana. O mi offri di più o gli dico dove abiti!” ed affini;
  • Febbraio, San Valentino: tonnellate di acidume sotto forma di simpaticissime frasi fatte che dipingono ogni singola coppia esistente al mondo come disgustosa, falsa, piena di corna e patetica. Così, a prescindere. E non dimentichiamo di menzionare gli evergreen “E’ solo consumismo, l’amore andrebbe festeggiato ogni giorno!” e “Tanto sotto sotto vorreste essere single, fighi e festaioli come me!”;
  • Marzo, la Festa della Donna: in questa occasione si ha a che fare con due fazioni ben distinte: da un lato l’immortale amico di turno che inviterà tutti a restare a casa la sera dell’8 Marzo, per evitare le orde di donne che “per una volta escono dalla cucina” (ma può anche trattarsi dell’amica di turno che, al contrario, invita tutte ad improbabili serate di spogliarello maschile, non so cosa sia peggio), dall’altro lato il momento “impegnato” e l’indignazione di chi ammonisce chiunque voglia festeggiare in qualsivoglia modo l’anniversario di quella che fu una tragedia. Vergognatevi!;
  • Aprile, Pasqua: il periodo dell’anno in cui la furia degli animalisti (e/o presunti tali) si scatena in tutto il suo chiassoso splendore! Internet è invaso da commoventi immagini di agnelli, capretti, pulcini e conigli. Più sono batuffolosi e teneri, più la frase di denuncia scritta sotto all’immagine sarà dura, drammatica, accusatoria. Ricordatelo sempre: anche se non mangiate coniglio né agnello, siete DEGLI ASSASSINI ed è ipocrita da parte vostra sostenere di amare i vostri animali domestici. Vergognatevi tantissimo;
  • Maggio è un mese neutro, tutto sommato. Grazie, maggio.
  • Giugno, gli esami di stato: se avete a che fare con adolescenti (e se è così, mi dispiace), aspettatevi di ascoltare in loop la nuovissima e per niente sputtanata “Notte prima degli esami”. Procuratevi dei tappi per orecchie o un cappio, a scelta;
  • Luglio – Agosto – Settembre, estate: un insostenibile minestrone di tette in costume, culi in costume, cosce in riva al mare, rotoli di ciccia unti ed infiniti cambi di status su FaceBook per ricordare al mondo intero che ce la stiamo spassando alla grande in posti più o meno esotici. Il periodo peggiore dell’anno, a mio avviso. L’unica nota positiva? I tormentoni di questi mesi, per quanto irritanti a livelli a diro poco insopportabili, solitamente cambiano di anno in anno;
  • Ottobre, Halloween: milioni di foto TUTTE UGUALI di amici ed amiche truccati come drag queens, seguite a ruota dalle puntuali polemiche di nazionalisti improvvisati che li accusano di essere ridicoli e fuori luogo, ché “non è nella nostra tradizione, dobbiamo sempre copiare gli americani!”. Le stesse persone stanno probabilmente indossando un paio di Converse All Star, mangiando un Big Mac, insultandovi da un iPhone. Per costoro ci sono ben tre opzioni: informarsi prima di parlare; guardarsi allo specchio prima di parlare; non parlare affatto;
  • Novembre, il freddo: espressioni come “Ho visto un pinguino passare nel corridoio di casa mia!” e “Il primo che quest’estate si lamenta per il caldo, lo prendo a calci!” sono all’ordine del giorno. Alla prima neve, non azzardatevi ad esprimere gioia, sarete prontamente sepolti da valanghe di “Evidentemente non la devi spalare!”. In questo momento dell’anno, l’originalità è di casa. Così come la sorpresa di ritrovarsi pioggia e freddo in pieno Autunno;
  • Dicembre, Natale: brace yourselves… il periodo in cui tutti siamo più buoni, la magia è nell’aria, si respira gioia… ma anche no. Perché gli originaloni sono sempre dietro l’angolo ed i maestri della polemica costantemente in agguato. Se vi azzardate a trovare piacevole anche solo un minimo aspetto del periodo natalizio, sarete automaticamente etichettati come degli imbecilli, dei creduloni, senza possibilità di appello. Se perfino il Grinch ed Ebenezer Scrooge hanno capito di aver esagerato, fatevi due calcoli ché magari ci arrivate pure voi.

 

E il cerchio si chiude.
Sul serio, ma perché? Dai, basta, inventiamoci qualcosa di nuovo, no?
A proposito, buona fortuna a tutti per domani, il peggio deve ancora venire!

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My way.

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It’s not that I don’t want to stay here, I LOVE being here.
It’s just that I need to be there.
For a while, for myself, for it’s time to walk through this and find my way.

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I pericoli della musica.

Ho la cattiva abitudine di associare certa musica a certe persone, da sempre.
Vuoi per un concerto visto insieme, vuoi per la colonna sonora di un viaggio, vuoi per una sera in un locale con la filodiffusione a volume altissimo… alla fine, certa musica e certe persone diventano quasi una sola cosa, nella mia testa bacata.
Il problema si pone quando quelle persone fanno una cazzata (e, prima o poi, la faranno, statene certi.), quando magari ti tradiscono o ti feriscono o, semplicemente, diventano l’ennesima comparsa della vostra vita ad andar via porgendovi la schiena, senza voltarsi.
A quel punto, automaticamente, ascoltare certa musica diventerà doloroso, difficile, irritante.
Al liceo, per mesi, non ho potuto ascoltare i Nirvana a causa della brutta rottura col mio primo ammmore.
E se non ascolti i Nirvana al liceo, che diavolo ti resta?!
Ancora oggi, tendo ad evitare i Korn a causa di un’amicizia stranissima finita in modo ancor più strano.
E vogliamo parlare degli Slipknot (e, di conseguenza, degli Stone Sour)? Attualmente non voglio sentirli nemmeno nominare.
Vengo catapultata in uno stato di rabbia mista ad impotenza ogni volta che mi capita di riascoltare il primo album di Viola, per cui ho smesso semplicemente di farlo.
Mi sono diventati indigesti anche The Pretty Reckless ed i Ministri, negli ultimi anni.
Recentemente, purtroppo, la stessa sorte è toccata anche ai Queens of the Stone Age.
Insomma, la mia storia personale è disseminata di dischi taglienti che, per periodi più o meno lunghi, non riesco più a tenere tra le mani senza provocarmi brutte ferite.
Dopo la storia dei Nirvana (che, fortunatamente, ho risolto crescendo.), ho preso l’abitudine di tenere certa musica solo per me, evitando di condividerla in modo “compromettente” con altri, di modo da avere sempre un rifugio neutrale quando con le altre note le cose si mettono male.
Funziona poco, inutile dirlo.
Perché nella musica “tutta mia” tendo, inevitabilmente, a riversare tutte quelle piccole ansie, paure, sensazioni scomode quotidiane che si ripresentano, vivissime, ad ogni ascolto, riportandomi indietro.
La morale della favola è: prima di premere PLAY, assicuratevi di avere la testa completamente vuota.
E, se questo non fosse possibile, optate per una lobotomia preventiva.

Vi lascio con un pezzo che, incredibilmente, non associo (ancora) a nulla… o forse sì.

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Giorni bianchi.

Ho aperto gli occhi e la finestra quasi nello stesso istante, stamattina.
Mi è servita una manciata di secondi per riconoscere il mio pezzetto quadrato di mondo quotidiano, oltre i vetri, perché la neve ha cancellato il paesaggio con pennellate veloci, fitte di bianco fugace, trasformando l’orizzonte in una nuvola densa.
I passanti si fermando davanti all’uscio dei negozi e battono forte i piedi prima di entrare, come bambini capricciosi di fronte allo scaffale dei dolciumi.
La neve rende tutto più piccolo: le persone, le strade, i problemi, le paure.
Perfino gli errori, oggi, mi sembrano insignificanti.

Categorie: Beyond, Ordinary li(f)e | Lascia un commento

Assolutamente dedicata, ma applicabile a diversi casi.

http://imgur.com/a/RmAjE

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