Archivi del mese: maggio 2012

Bye bye, teacher V.

Mi ero preparata un discorso brillante, very professional, con le giuste pause ed un buon equilibrio tra serietà ed umorismo… ma, chiaramente, appena si è spenta l’eco del primo applauso, ho rimosso ogni cosa dalla mia mente.
Così, anche quest’anno, mi sono ritrovata ad arrossire leggermente e sciorinare frasi a casaccio, confusi mozziconi del discorso figo che avrei voluto recitare ed improbabili battute da idiota. -_-”
E pensare che ho calcato diversi palcoscenici e che, in questo caso, un palcoscenico neppure c’era.
Credo che, però, ci sia una grossa differenza tra il cantare-suonare e il parlare.
O perlomeno mi giustifico in questo modo, ecco.
Insomma, anche quest’anno scolastico è giunto al termine, almeno per quanto riguarda il mio programma d’Inglese.
I marmocchi erano emozionati e concentratissimi, non hanno mancato un colpo e, lo ammetto, mi hanno stupita, perché credevo davvero che stavolta sarebbe stato un disastro.
Invece no.
La Union Jack era ben stesa sullo sfondo, il cartellone colorato col nome del corso a grandi lettere era in alto ben visibile, la musica risuonava allegra nella sala ubriaca di sorrisi, scalpiccìo di piedini ed afa di Primavera che infine è giunta a riscuotere.
E’ filato tutto liscio e più velocemente di quanto temessi, ho stretto mani, chiacchierato con tutti, abbracciato i nanetti che non rivedrò, se non per caso.
Adesso ho una pianta, in ricordo di questo ultimo anno appena trascorso.
Una pianta enorme, bellissima, gremita di fiorellini bianchi.
A me i fiori piacciono quasi solo bianchi, è bello che l’abbiano capito senza che io lo dicessi.
Spero di non ucciderla troppo presto, ma per sicurezza la fotograferò, così sarà sempre viva e perfetta, almeno in una cornice.
Ho lavorato così a lungo e così forsennatamente per un unico pomeriggio caldissimo che è scivolato in fretta sulla coda di Maggio, lasciandomi sulla lingua un sapore di tè freddo e nelle orecchie quel sincero: “Ancora complimenti, grazie davvero e… all’anno prossimo, va bene?”.

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If Rock is dead, I’m a fuckin’ zombie.

Voi non lo sapete ancora, ma io sono una band manager.
Nonché una groupie (ma si capiva dal nickname), una fotografa, un’addetta stampa, una web designer, una fan sfegatata, una roadie, una musa ispiratrice e, naturalmente, una gran sborona.
Tutto questo, in nome dell’amore smisurato per gli SPLEEN TREE, la band del mio M.
Lo so, LO SO che è un clichè bello e buono perdere la testa per un musicista, ma non ci posso fare niente.
Sono sempre stata ossessionata dai musicisti e non ho mai avuto un ragazzo che non lo fosse.
Ne subisco il fascino in un modo tale da farmi scartare a priori gli uomini che non suonano uno strumento musicale, lo confesso.
Sarà perché sono musicista anche io, sarà che nella mia testa non c’è mai e dico MAI silenzio, sarà che sul palco diventa tutto istantaneamente più luminoso e colorato e poetico… vallo a capire.
Ma torniamo alle cose importanti.
Questo post vuole essere un appello, a tutti voi e ai vostri amici, nonché agli amici dei vostri amici.
Sto attualmente cercando date per gli SPLEEN TREE, in tutta Italia (ma anche oltre, non ci farebbe schifo.), in qualunque locale/pub/bar/piazza/bettola.
Per la cronaca, gli SPLEEN TREE sono un trio e suonano stoner-grunge-alternative-noise, giusto per dare un’idea.
Cercano band con cui condividere il palco in giro e, ovviamente, ricambierebbero il favore organizzando una data piemontese.
Forza, fatevi avanti, so che conoscete sicuramente qualche posto in cui facciano suonare live, o qualche band in cerca di spalla!
Aiutate il buon Rock o il buon Rock vi perseguiterà fin nella tomba! u_u

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Probbblemi seri.

Scavando nella scatola delle calze (perché le calze sono un’altra delle mie numerose ossessioni e non mi basta un solo cassetto per contenerle tutte, n.d.r.), nemmeno fossi Morgan intento a calcolare il punto esatto della lettiera in cui depositare i suoi immondi bisognini, ho ritrovato un paio di autoreggenti ricamate che avevo totalmente rimosso dalla mia offuscata mente di caffeinomane.
Quale gioia rivederle! (Mi entusiasmo con poco, sì.)
Ma, a parte questo, la disperazione resta.
Disperazione nata dall’aver scoperto una terribile verità: non ho un vestitino nero.
Dovete sapere (oppure no, ma lo scrivo lo stesso.) che io potrei vivere tranquillamente indossando solo vestitini, di tutti i tipi, di tutti i colori, di tutti i tessuti.
Vestitini, di quelli un po’ corti (ma nulla è davvero corto, sulle mie gambe cortissime. -_-” ) e comodi, che lasciano piena libertà di movimento.
Quelli che, solitamente, le persone normali chiamano maglie lunghe, per intenderci. (Sempre perché io sono nana.)
Solo che non ne ho uno completamente nero, a quanto pare.
Ero convintissima del contrario, ma mi sbagliavo.
E questo è gravissimo, oltre che inspiegabile.
Ho decine e decine di calze colorate che, in certi giorni (tipo oggi), posso sopportare di indossare solo con qualcosa di totalmente nero, per evitare l’effetto-clown (che mi fanno anche paura, e non solo per via del famigerato IT.), ma ora ho scoperto di non poterlo fare e questo mi ha gettata nella più nera desolazione.
Dovrò rimediare, quando avrò qualche spicciolo, per forza.
Vado a comprare la sabbia per Morgan, mestamente, senza un vestitino nero.

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Antiestatisti Anonimi: postilla.

Non per essere insistente, eh, ma ho appena trovato un nuovo motivo per odiare l’estate: la pausa delle serie TV.

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POI.

Nella mia famiglia c’è questa leggenda metropolitana secondo la quale io sia il caos primordiale in persona.
Mia madre e mia sorella maggiore, in particolare, sostengono fermamente, da quando sono nata, che io sia disordinatissima e che sia impossibile condividere spazi vitali con me.
Ecco, vorrei ribattere a queste accuse quasi del tutto insensate.
E dico “quasi del tutto” perché, come in ogni urban legend che si rispetti, un fondo di verità, effettivamente, c’è.
Il punto è che io non sono disordinata, mi definirei più una… un’accumulatrice, ecco.
Non nel senso patologico del termine, sia chiaro, ma semplicemente perché, essendo pigra e procrastinatrice a livello agonistico, tendo ad “appoggiare” le mie cose in diversi punti della casa, dicendo a me stessa che “POI le metterò in ordine”.
Ora, a parte che riesco comunque a trovare tutto ciò che mi serve senza il minimo sforzo (a parte le cose archiviate millanta anni fa chissà dove, ma questa è un’altra storia.), questo non può in alcun modo essere definito disordine, eccheccavolo!
Disordine è aprire la porta di una stanza e ritrovarsi di fronte ad uno scenario post-apocalittico con tanto di vecchi quotidiani che svolazzano in giro, con grossi titoli inneggianti alla fine del mondo.
Io rimando, semplicemente.
Ma quando arriva il momento, quando arriva quel fantomatico “POI”… faccio invidia al più ossessivo-compulsivo degli ordinati, signori della giuria! (Ma perché mi sento sotto processo, tra l’altro? O_o )
Vi dirò di più, da quando ho iniziato a convivere con M., è sparito (quasi) del tutto anche il mio naturale istinto dell’accumulatrice, almeno per quanto riguarda gli spazi comuni.
Magari ci sono angoli del mio armadio che sarebbe meglio non esplorare mai, per non imbattersi in mostri mitologici metà vestito bucato (perché non so rammendare e accumulo cose che “POI” farò aggiustare da qualcuno, ebbene sì.) e metà regalo di Natale mai consegnato al destinatario… magari la mensola che sovrasta la mia parte di lettone è popolata da ogni sorta di oggetto di piccole dimensioni che “POI” sistemerò in qualche luogo più appropriato… magari dietro la sedia-poggia borsa c’è un deposito di materiale per i lavoretti dell’asilo… ok, ma il resto della casa è impeccabile, sfido chiunque a darmi della disordinata, venendo a farmi visita! (Vi invito, se volete, così se sapete rammendare vi metto anche al lavoro.)
Sarà che M. è DAVVERO caotico (del resto, cosa ci si potrebbe mai aspettare da uno psicologo-musicista-scrittore-pallavolista-ippoterapeuta-poeta-aspirante analista transazionale-nerd?) e accende in me il dovere morale di bilanciare la situazione casalinga, ma resta il fatto che io abbia sviluppato un’ossessione per il suo armadio (che più e più volte è stato causa di mie acute crisi di nervi, nonché perfetto nascondiglio per Morgan, che riesce a mimetizzarsi perfettamente tra i grovigli di vestiti MAI indossati… “V., per caso ci sono delle mie magliette in lavatrice? Non ho niente da mettere.” davanti a PILE di t-shirts, vogliamo ricordarlo? -_-” ) e il suo comodino… ecco, il suo comodino è SUL SERIO la perfetta rappresentazione del caos primordiale. A volte ho seriamente paura ad aprire i cassetti, per dire.
Ultimamente, tra l’altro, sono piuttosto costante (parola che MAI nella Storia dell’umanità è stata accostata al mio nome!) nel tenere in perfetto stato la camera da letto, tra un esercizio ginnico e l’altro (come sono brava, sto continuando col mio programma “vita vagamente attiva”, sono proprio fiera di me!).
Diciamo che ho preso alla lettera l’espressione “pulizie di Primavera”, prolungandole a TUTTA la Primavera e non fermandomi ad un singolo episodio.
Ho spostato mobili, svuotato armadi, buttato via cose inutili, catalogato cartacce, riempito la libreria di volumi lasciati in ogni angolo di casa, ritrovato cose dimenticate nei secoli, aggiunto foglietti all’armadio delle citazioni… e detto addio a vestiti. Tanti vestiti.
In realtà gli ho detto addio solo mentalmente, sistemandoli in borse di plastica (ormai illegali, n.d.r.) e accettando l’idea che, tanto, non li indosso mai e non li indosserò di certo domani o dopodomani o tra un mese o l’anno prossimo, quindi è ora di liberarmene.
Quando vivevo a Roma, era un continuo scambio di vestiti, con le coinquiline, (Mi chiedo ancora come fosse possibile, dato che eravamo tutte molto diverse, fisicamente parlando. Del tipo che una di loro è alta 1.78 e io sono 1.55, tanto per fare un esempio. Eppure, tutto ciò che ci regalavamo a vicenda, stava bene a tutte. Come in quel film per ragazzine: “QUATTRO AMICHE E UN PAIO DI JEANS”, per intenderci.) e questo mi permetteva di avere un guardaroba nuovo anche ogni settimana, volendo, senza accumulare cose inutili.
Adesso mi ritrovo con le solite due cose che indosso sempre e tutto il resto del non-messo lì che aspetta di scoprire il proprio destino.
Ho pensato di portare tutto in uno di quei negozietti dell’usato, sperando anche di guadagnarci qualche spicciolo, ma indovinate un po’? “POI” lo farò, dai, mica oggi! -_-”
Potrei prendere spunto dalla mia adorata Christie DuPree e creare dei posts appositi qui sul blog, per vendere tutto via web, ma la verità è che io non sono una bellissima, dolcissima, talentuosissima, stilosissima cantautrice americana con un blog seguito da gente che muore dalla voglia di avere qualcosa di mio.
Inoltre, ho già scritto diverse volte che mi vesto male, il che non aiuta la vendita degli articoli. A meno che questo blog non venga letto da amanti dello stile clochard.
Insomma, dovrò decidermi ad andare al mercatino dell’usato o almeno alla Caritas, prima di ricadere nel tunnel dell’accumulo.

Prima o POI, dai.

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Try.

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Berries fields for ever.

Mi sono svegliata con una voglia incredibile di frutti di bosco, oggi.
In realtà mi basta pensare a queste meraviglie della Natura, per sentire l’acquolina in bocca in qualunque periodo dell’anno.
Mi piace abbinarli allo yogurt bianco, tuffarli in una tazza di latte freddo e cereali integrali, o mangiarli da soli, uno ad uno.
Ma la cosa che preferisco è sicuramente il mio semplice, veloce e fresco tiramisù alle fragole, guarnito con more e lamponi.
Maledizione, più ci penso e più me ne viene voglia, ma ovviamente non ho nulla di tutto ciò in casa, al momento. T_T

Ma parliamo d’altro, giusto per portare il pensiero altrove.
Ieri ho conosciuto la bimba di una coppia di amici miei e di M.
Non tutti i neonati mi provocano reazioni tipo “AWWWWWW! *__*”, quindi il mio giudizio è assolutamente attendibile… e devo dire che è bellissima, davvero.
E’ così tenera e piccola e perfetta, l’avrei guardata per ore, lì nella culla o in braccio al papà, o aggrappata alla mano della mamma… davvero una meraviglia.
E anche M. si è un po’ emozionato, quando gli hanno chiesto di farle da padrino, anche se lo ha ammesso solo dopo, in macchina. 🙂
A volte è bello ricordare che possano ancora esistere famiglie serene, ecco, ho pensato questo quando li ho visti, quando abbiamo cenato con cibo semplice e buono, quando abbiamo riso parlando delle solite cose stupide da amici, quando siamo finiti a prendere in giro le conoscenze comuni, quando la musica jazz ha fatto compagnia alle nanne della piccola, quando ci siamo salutati di fretta, rendendoci conto dell’ora tarda.

Porterò il mio tiramisù alle fragole, la prossima volta, sì.

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The Horrible People.

“…we were young, we didn’t care.
Is it gone or is it floating in the air?
I changed my mind, now I’m feeling different.
All that time,WASTED.
I wish I was a little more delicate…”

Non sono una che cita a caso, soprattutto se si tratta di canzoni.
Ci sono giorni in cui le scelgo maniacalmente, facendo attenzione a cosa dicono. E non mi riferisco solo al testo.
Oggi è uno di quei giorni.
Uno di quei giorni in cui c’è il bisogno di riempire l’aria, le orecchie e la testa di musica pacata, sussurrata, fatta di poche note.
Per spegnere il mondo per un po’, abbassando il coperchio della scatola piena di caos che conservo nel petto.
Sono a piedi nudi da stamattina, senza scarpe né calze, con le braccia e le spalle scoperte, solo un vestito bianchissimo a coprire la pelle dall’odore di questa casa che presto dovrò lasciare.
Fa caldo e così ho riposto il phon in un cassetto e sono rimasta a guardare i miei capelli asciugarsi in onde imprecise, intorno al viso struccato.
Vorrei che piovesse ancora, stasera. Uscire a testa alta, aprire la bocca ed ingoiare frammenti di Maggio, per imparare ad amarlo un po’ di più.
Ripenso a com’eravamo, soltanto una vita fa.
Ripenso alle corse sotto la pioggia, ai letti condivisi, ai soffitti vuoti come cieli da inventare.
Ripenso alle urla e riesco quasi a vedere le macchie d’inchiostro tra le dita.
Ripenso a quanto sembrasse immortale ogni promessa e a quanto sia inevitabile, adesso, romperle tutte.
Silenziosamente, abbiamo smesso di credere che potesse essere per sempre, che SAREBBE STATO per sempre.
Per sempre in QUEL modo, almeno.
Quel modo fatto di estremi, senza compromessi, senza antidoti, senza ritorno.
Dormivamo insieme, abbracciati, sul pavimento, nei prati, in macchina, sulla spiaggia.
Perché sognare era l’unica verità a cui potessimo aggrapparci.
In questa coda di pomeriggio, bagnata di luce arancione, mi riscopro lontanissima, a gambe incrociate sul copriletto ruvido che mai avete visto, Voi.
Forse in fotografia, oppure nei racconti che raramente vi regalo, assicurandomi di infarcirli di errori e sbavature, per renderMi più bella, ora che mi sento irrilevante.
Vorrei che potessimo riunirci in una delle Nostre stanze, quelle di una volta, in penombra ad ascoltare questa musica che ci schiaccia a terra con quel peso che solo le domande implicite possono avere.
Ora che siamo soli, diversi, distanti… sto indossando la nostra ultima canzone e SO che siamo solo cambiati, non finiti.
MAI finiti.

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Antiestatisti Anonimi.

Ciao, mi chiamo V. (meglio non scrivere il resto del mio improbabile nome, direi.) e odio l’estate da 25 anni.
In realtà ho avuto dei momenti in cui l’ho odiata un po’ di meno e vissuta un po’ di più come i normali esseri umani, ma sotto sotto la odiavo anche in quei frangenti.
La odio in modo viscerale, lo giuro.
Del tipo che già solo la parola mi fa venire l’orticaria e la voglia inarrestabile di percuotere violentemente chi l’ha pronunciata.
Sono nata in una ridente cittadina di mare, con la spiaggia a due passi da casa mia, infatti tutti quelli che mi conoscono mi chiedono ogni anno: “Ma come fai ad odiare l’estate, proprio tu che vieni dal mare?! Cosa ci fai qui al Nord? Se io potessi, me ne andrei subito dalle tue parti!”.
Ma andateci pure, dico io, chi diavolo ve lo impedisce?? ESTATEvene al mare, invece di rompere le scatole a me!
Odio il caldo.
Con il caldo ci si sveste ed io odio svestirmi.
A me piacciono le calze colorate e in estate fa troppo caldo per indossarle.
A me piacciono le sciarpe, i berretti di lana, i cappotti, gli stivali e gli anfibi (questi ultimi li indosso comunque, perché ODIO le scarpe aperte.)
In estate non so mai cosa indossare.
Ci sono i vestitini, comodi e leggeri, ok, ma non posso metterli al lavoro, per rotolarmi a terra con i bambini.
E poi si suda. Maledetto sudore.
La gente sembra non lavarsi ancor di più che in inverno, così i mezzi pubblici diventano dei carri di bestiame, solo più affollati.
Fai la doccia e dopo un minuto sei di nuovo disgustoso; il trucco si scioglie e sembri Alice Cooper.
E poi c’è il mare.
Ah beh, il fantomatico mare che tutti bramano di raggiungere.
E’ vero, al mare ci sono cresciuta, come dicevo prima, quindi magari non ne capisco pienamente il valore, ma anche sì.
Quando ero bambina, ci andavo tutti i santi giorni, da Giugno a Settembre, con mio padre e le mie amichette.
Passavo tutto il tempo in acqua a giocare e tornavo a casa esausta.
Non fraintendetemi, mi piace nuotare, molto. Regala un senso di libertà difficile da provare in altre occasioni.
Ma è il contorno che mi disturba.
Arrivare in spiaggia sotto al sole cocente, cercare un metro quadro libero in cui piantare l’ombrellone ed appoggiare le tue cose, spalmarti di crema da capo a piedi (perché ho la pelle molto chiara e mi ustiono anche solo affacciandomi alla finestra di casa, se non ho due strati di protezione 100 addosso.), restare in mutande e reggiseno in pubblico (parliamoci chiaramente: è così.), tuffarti in acqua (se vuoi evitare di entrarci pian piano, restando in imbarazzanti posizioni sulla battigia per un’ora.), sguazzare in mezzo alla pipì del resto dei bagnanti (la facciamo tutti, non provate a negarlo.) e chissà cos’altro, tornare in spiaggia ad asciugarsi e poi raccogliere le proprie cose e trascinarle fino a casa, stremati dall’afa.
LUNGI DA ME!
Dopo i 10 anni, ci sono state estati in cui il mare l’ho visto solo dalla finestra di casa, poi ci ho fatto pace, ma continuo a non andarci granché, soprattutto da quando mi sono trasferita altrove.
E poi odio l’abbronzatura e non capisco il perché della mania che le persone hanno a riguardo.
La trovo un po’ volgare (quando eccessiva) e la evito più che mai.
Odio l’estate, davvero, la odio tantissimo.
Ci sono insetti ovunque, vogliamo parlarne??
A parte le universalmente disprezzate zanzare, spuntano insetti immondi, fastidiosi e spesso pericolosi, al primo caldo.
Le finestre di casa devono stare perennemente aperte per evitare di soffocare e così la polvere è il doppio del normale; lo sbalzo termico tra aria condizionata a palla nei negozi e clima equatoriale fuori, è traumatico…

Ma adesso piove, all’improvviso, fitto.
I ruggiti del cielo sembrano vicinissimi e fanno compagnia alle corse dei passanti che osservo dal mio balcone bagnato.
Così faccio un piccolo sforzo e decido di ricordare a me stessa cosa mi piace dell’estate… perché qualcosa di buono c’è in tutte le cose, come diceva Pollyanna.

  • I temporali improvvisi che spezzano l’afa.
  • Asciugare i capelli al sole, senza l’aiuto del phon, guardandoli mentre si arricciano lievemente, formando onde morbide.
  • Stendere il bucato ed averlo già pronto dopo pochi minuti.
  • Il freezer affollato di vaschette di gelato.
  • Tenere i finestrini aperti mentre si viaggia in auto.
  • Andare in piscina (smettendo, finalmente, di rimandare, sprecando i 10 ingressi già pagati che aspettano da un anno).
  • I falò in spiaggia.
  • I pic-nic in montagna.
  • I concerti all’aperto.
  • La frutta di stagione.

Vi lascio con un passo di “QUATTRO AMICI”, di David Trueba, che riassume bene quello che penso di questa maledetta stagione che deve ancora iniziare ufficialmente, ma mi ha già stancata.

L’estate è una stagione triste, in cui non cresce nulla. Chi non preferisce il mese di dicembre, nonostante l’amarezza che provoca la felicità altrui? Perfino la rinomata crudeltà di aprile è mille volte più stimolante.
La canzone dell’estate è sempre la canzone più brutta dell’anno. L’amore estivo è un sottogenere dell’amore, del grande amore che non potrà mai avere luogo d’estate. Si parla di letture estive, notti estive, viaggi estivi, bevande estive, con un implicito senso di disprezzo.
Il nostro amore non è fatto per l’estate. Il nostro amore non conosce vacanza.

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Risultati.

Svegliarsi e trovare un sms della liceale a cui fai ripetizioni d’Inglese che recita: “Ho preso 8+ alla verifica finale… non avrò il debito grazie a te! :)”… sono soddisfazioni.

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