Archivi del mese: settembre 2014

Keep on walking.

Poche cose mi fanno sentire a Casa come la nebbia da film horror che la Granda s’inventa al mattino.
Ho fatto appena in tempo ad incontrarla, oggi, che l’ho già dovuta salutare fino alla prossima volta, chissà quando.
Ho calcolato male i tempi, stavolta, soprattutto quelli emotivi, così mi sono ritrovata a trascorrere meno di 24 ore nel disordine impossibile del mio appartamento dalle porte arcobaleno.
L’avrei voluto accudire con pazienza ed aiutarlo a tornare vivibile, ma c’era un cambio di stagione sommario da far entrare in valigia, sfidando le più comuni leggi fisiche; c’erano i miei piccoli morbidini assetati di attenzioni, decisi ad attentare ai miei condotti lacrimali ogni dieci secondi circa; c’erano le distanze da calcolare, per non perdere il volo, il treno, i capelli, la pazienza.
C’era il rimpianto di sottofondo, fortissimo, per la decisione avventata di restare un giorno in più al Sud, lasciando vincere la stanchezza, sprecando ore preziose che torneranno chissà tra quanto.

Poche cose mi fanno sentire a Casa come le panche di legno scuro dell’unico vero pub del paese in cui sono cresciuta.
Ho affidato loro una quantità incalcolabile di pesi decisivi per la mia bilancia sentimentale degli ultimi 13 anni, eppure non hanno mai ceduto.
Ritrovare le mie Amiche di sempre, quelle con la A maiuscola, come nessuno, davvero nessuno mai potrà essere, è semplice e rigenerante ogni volta.
Ritrovarle in un giorno incredibile come il matrimonio di una di Loro, poi… credo sia indescrivibile.Davvero, non basta dire che lei era BELLISSIMA, di quella bellezza impossibile che proprio non vale, dai; non basta ammettere di aver sentito qualche lacrima di commozione affacciarsi al momento dell’ingresso in chiesa; non basta leggere quella lettera che lei, nel SUO giorno importante, ha voluto scrivere A ME, perché dovrei farlo almeno un milione di volte per abituarmi a certe parole.
Non è bastato neppure tutto il bianco presente in sala ad ubriacarmi più dello sguardo che lei e suo MARITO si sono scambiati per tutto il tempo, da quando li ho visti insieme per la prima volta, nove anni fa, al loro giorno.

Poche cose mi fanno sentire a Casa come il bivio sterrato che segna l’inizio del Wandswarth Common.
Il modo in cui ogni percorso, alla fine, mi porta ad un posto sicuro, che riconosco mio nonostante tutto, riesce a farmi dimenticare quanto in certe giornate io mi senta persa, in mezzo a questo sogno.
Londra che appassisce è una poesia lunghissima, da calpestare senza paura, perché le parole migliori, le rime più riuscite, i versi che ricorderanno fino alla fine del mondo, sono dentro ai miei passi.
Ed io non voglio fermarmi più.

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“Non ho gusti difficili, ho disgusti facili!”.

C’è stato un periodo in cui usavo Facebook praticamente soltanto per “mipiaciare” pagine dai titoli improbabili (e per lo più contenenti la parola “improbabile”.), lo confesso.
Mi ci mettevo proprio d’impegno, nei momenti di noia (leggi: momenti in cui avrei dovuto fare tutt’altro, ma optavo per la perdita di tempo.), digitavo una parola inerente al mio stato d’animo e poi scorrevo le decine di risultati, alla ricerca dei più esilaranti.
All’epoca c’era perfino un limite di pagine “mipiaciabili” ed io l’ho raggiunto.
A quel punto, Mark mi ha consigliato gentilmente di ritrattare qualche like o cancellare qualche amico.
Inutile specificare che ho scelto la seconda opzione.
Tutta questa triste premessa da social-addicted per dire che, ultimamente, mi torna spesso in mente il titolo di una pagina che recitava “Facebook constantly reminds me that people uglier than me are getting enganged”.
E no, non mi rifersco al matrimonio del prossimo sabato di cui ho già ampiamente parlato, ché in quel caso altro che uglier, lasciamo stare la figaggine senza ritegno dei diretti interessati che è meglio.
A giudicare dall’aspetto della home page del suddetto malefico sito, la metà della gente con cui ho condiviso anni di interrogazioni, banchi scomodi e brutti tagli di capelli, ha figli, è sposata o sta per sposarsi.
Gente improbabile che sembrava destinata a morire in solitudine, ha trovato l’anima gemella e condivide foto di abiti bianchi e viaggi esotici e prole con didascalia di struggente amore che nemmeno Dante per Beatrice, checcazzo.
Ecco, io non so come sentirmi, di fronte a tutto ciò.
Io che, se guardo al futuro, vedo capelli blu e un ukulele, perché più in là di un paio di mesi non riesco a proiettare, figuriamoci progettare.
Io che, peggio di loro che le postano, vado a guardarmele pure, quelle foto, e penso cose tremende come “Hai speso millemila euro per il viaggio di nozze negli USA, potevi almeno rifarti i denti, prima di scattarti questi primissimi piani. Che potevi farti pure a casa, tra l’altro!”.
Però auguro davvero a tutti un happy ending, lo giuro, nonostante mi scappino commenti da pubblico di Uomini e Donne, eh.
Mi piace sapere che ci sia speranza davvero per tutti, ma proprio tutti tutti, nella vita.
Probabilmente perfino per me.
La lontananza da M. mi sta rendendo una persona sempre peggiore, anche se non credevo fosse possibile, ma tant’è.

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Un grigio sabato qualunque.

Quando ti svegli quasi completamente muta, col naso tappato ed un mal di testa così forte da rendere difficile perfino tenere gli occhi aperti, diventa automaticamente impossibile anche solo pensare di uscire di casa ed affrontare la bellissima giornata di grigio intenso che, finalmente, Londra si è decisa a sfoggiare.
Così mi sono armata di vestiti comodi, aspirina e cappuccino alla cannella ed ho sintonizzato la TV sul fidato Comedy Central per la consueta maratona di episodi di FRIENDS, come se non ne sapessi a memoria già ogni singola battuta.
Così mi sono imbattuta nel matrimonio di Phoebe e Mike (il più bello di tutta la serie, IMHO.) e, inevitabilmente, il pensiero è volato al matrimonio che mi aspetta tra una settimana.
Solo una settimana e percorrerò la navata accanto a quella che, senza sforzo, sarà sicuramente la sposa più bella di tutte.
Mi sembra ancora tutto così irreale, così “da grandi”.
Penso ai pomeriggi passati a registrare improbabili scenette comiche con la sua vecchia telecamera a cassette con le nostre camicione a quadri e poi ci vedo adesso, in città così distanti, in vite così piene di cose che non avremmo mai considerato di poter amare.
E’… è un po’ come vivere davvero in un telefilm americano, di quelli in cui gli amici di sempre crescono insieme, nonostante tutto, nonostante i traslochi, i cambiamenti, le rotture.
Alla fine, nei momenti che contano, ci sono. Sono insieme. Sempre.

Fuori dalla finestra è tutto immobile e forse sarebbe ora di provare ad incastrare in valigia l’enorme sacco di vestiti estivi che dovrò portare in Italia. Così, tanto per capire se ce la farò davvero a superare i controlli aeroportuali anche stavolta!
Altri due giorni di lavoro (doppio) e scuola, due giorni soltanto di follia totale, e poi via, in volo (e treno) verso il mio paesello d’origine, che mi ha vista per l’ultima volta a Natale.
La cosa positiva del mancare da quel posto per tanto tempo è che mi viene davvero voglia di tornarci, ad un certo punto. Il che è un gigantesco passo avanti, se consideriamo il mio quasi totale rifiuto di quel luogo e tutto ciò ad esso relativo per una cosa come circa 20 anni della mia intera vita.
Invece, negli ultimi anni, da quando la lontananza decisamente più corposa mi ha fornito una motivazione valida per restringere le visite alle sole “feste comandate”, ho imparato ad apprezzare davvero i ritorni, a sorridere nel rivedere certe strade che, in fondo, sono parte di un pezzetto della mia Storia, a sospirare in modo meno evidente di fronte alle dinamiche sempre uguali di certi personaggi sempre uguali che, anche dopo più di 10 anni, mi raccontano cose sempre uguali.
Insomma, sarò di nuovo laggiù, dove l’estate è appena iniziata (almeno a quanto mi dice mia sorella), a tentare di convincere mia madre che NO, non c’è bisogno che cucini l’intero contenuto del frigorifero ad ogni singolo pasto e che NO, non m’importa se sono le 3 del mattino o le 5 del pomeriggio, se voglio il caffè avrò il mio caffè!
Come sempre mi accade in caso di partenza, sto rimandando cose importantissime da settimane, nonostante io abbia avuto diverse opportunità di portarle a termine. (Tipo oggi, avrei benissimo potuto, ma no, figuriamoci.)
Cose come stampare la carta d’imbarco, decidere quando e come arrivare in aeroporto (dato che, ovviamente, dovrò lavorare martedì sera e, di conseguenza, la mia consueta notte a Stanstead dovrebbe iniziare molto più tardi del solito.), capire se il bagaglio a mano esploderà durante il tragitto perché troppo pieno di cose inutili, finire le ultime cose pratiche per l’addio al nubilato, coprire l’orrenda ricrescita e tagliare le terribili doppie punte ai miei capelli senza pace.
Invece, preferisco concentrarmi sul pensiero che l’ultima volta che ho provato il vestito da damigella è stato qualcosa com 8 mesi fa… e se ora non mi stesse più bene??
Voglio dire, io mi vedo sempre ingrassata, ogni volta che decido di guardarmi allo specchio a figura intera (tipo una volta ogni 6 mesi, dai.), anche se la bilancia segna più o meno sempre lo stesso numero e i vestiti mi stanno sempre più o meno alla stessa maniera.
Quando sono stata in Italia lo scorso Luglio, alcune persone hanno, anzi, detto di trovarmi dimagrita, ma quest’affermazione mi mette puntualmente in crisi.
Fondamentalmente perché penso: “Se io mi vedo ingrassata e la gente mi trova dimagrita… quanto dovevo essere grassa prima, allora??”.
E lo so che non è un pensiero maturo e/o costruttivo e che va contro il mio femminismo, ecc, ma non ci posso fare niente, ogni tanto potrò preoccuparmi anche io del mio aspetto, suvvia! (Scrivo tutto ciò mangiando una fetta gigante di torta al cioccolato reduce da un compleanno avvenuto ieri, ndr.)

Adesso però basta, è il momento di fare sul serio qualcosa di vagamente costruttivo, influenza incombente o meno!

Categorie: Ordinary li(f)e | 3 commenti

Call it even?

Vorrei scrivere di più, davvero, ma è che manca il tempo.
E no, non parlo di tempo libero da impegni, ma di tempo atmosferico.
Questo Settembre londinese mi sta prendendo in giro in modo sfacciato ed evidente, svegliandomi ogni giorno con un po’ di foschia che si trasforma, nel giro di un paio d’ore, in giornate splendenti, caldissime, spezzate appena da un paio di nuvole scarabocchiate in un angolo del cielo.
Dal canto mio, mi ostino a comprare maglioni Natalosi e cardigan da abbinare ai milioni di calze colorate che affollano la cassettiera, imperterrita anche di fronte a questo schiaffo morale.
Lo so che mi è stato fatto il dono dell’estate senza estate, LO SO, ma non è questo il punto.
L’Autunno, per me, è cosa sacra, soprattutto in questa città e soprattutto in questo mio particolare momento emotivo.
Incontro bellissimi prati che annegano in foglie cadute, tutti i giorni, ma non è la stessa cosa se posso fermarmi a guardarli senza sentire neppure un brivido, con le maniche della maglia tirate su, senza dover stringere la sciarpa attorno al collo.
Così, mestamente, mi consolo ingurgitando quantità vergognose di PSL (il che darà presto fondo a tutti i miei averi terreni.) e progettando la futura casa che non avrò mai, rubando spunti da Pinterest.

Tra una settimana sarò di nuovo in Italia per qualche giorno e poi anche Settembre sarà sparito.
Ci sono giorni in cui questo pensiero mi spaventa; giorni in cui il peso di quello che ho scelto si fa più presente; giorni in cui non riesco a parlare e vorrei potermi spiegare cantando, come un personaggio della Disney.
La gente continua a chiedermi cosa farò ed io non ho una risposta.
A me è chiaro solo cosa VOGLIO fare, CHI voglio essere.
Ma questo, a loro, non importa, non vogliono sentirlo, lo trovano noioso o incomprensibile.
Così invento futuri plausibili e li regalo a chi ha bisogno di avere una visione precisa di tutti, me compresa.

Due giorni fa ero a Forest Hill, sulla schiena erbosa degli Horniman Gardens.
C’era tutto il profilo di Londra a farmi compagnia, rendendo il tramonto più spigoloso.
L’ho guardata attentamente, distesa immobile contro il cielo, poi ho chiuso gli occhi per un istante, per tenere stretta la sua magia, per portarla con me, ancora, di nuovo, sempre, ovunque.
Adesso, siamo pari.

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Le famose “manidipastafrolla” che, no, non sono da mangiare.

Ma vogliamo parlare dell’ultimo mio disturbo col quale regalo momenti di inenarrabile ilarità a chi mi sta intorno?
Rovescio cose.
Sì, rovescio cose.
Negli ultimi due giorni, sono stata capace di rovesciare, nell’ordine:

– Una gigantesca tazza di caffè sul vestito fresco di bucato che avevo appena scelto per la giornata, dopo circa un’ora di indecisione davanti all’armadio. Chiaramente, tutto ciò è avvenuto nell’esatto momento in cui mi sono anche accorta di essere in ritardo;

– Le ultime gocce di Pumpkin Spice Latte (è finalmente tornatooo! Questo dà ufficialmente il via all’Autunno, perché lo dico io!) nella mia borsa, ritrovandomi così con portafogli appiccicoso, schermo del cellulare a chiazze, fazzolettini inzuppati e Oyster Card case viscido;

– Un bicchiere di succo d’arancia sul ripiano della mia mini-cucina, che ha inondato anche tostapane e bollitore, entrambi appena lavati a fondo;

– Una scodella di sugo che, cadendo dall’alto, ha trasformato la cucina nel set di un caso alla Dexter, macchiando frigorifero (DENTRO e fuori), pavimento, mobili circostanti, tavolo e cardigan che avevo appena indossato;

– Mezza lattina di Dr Pepper sulla scrivania dove, a stento, sono riuscita ad arginare i danni a post-it, agenda ed importantissimi documenti di scuola.

Ora… devo pensare alla sindrome del tunnel carpale o ad una demenza senile precoce?
Dalle mie parti (leggi: profonda Terronia), si dice che quando le cose ti sfuggono dalle mani sia perché qualcuno ti sta pensando.
Ecco, chiunque tu sia, SMETTILA.

Categorie: io dico solo, Ordinary li(f)e | 7 commenti

“Help! I need somebody, help!…” (L’avete letto cantando, ammettetelo.)

Ad ogni modo, non sto scherzando, ho davvero bisogno d’aiuto.
Avete presente il famoso sketch di Peter Griffin che ha dimenticato come ci si siede?
Ecco, a quanto pare, anche io ultimamente mi ritrovo ad affrontare improvvise lacune che mi rendono la vita molto difficile.
Le sottopongo, quindi, alla vostra cortese attenzione, invitandovi SERIAMENTE a fornirmi delle soluzioni, prima che io decida di farla finita ingozzandomi di dolci fino ad esplodere.

  • Ho dimenticato come si dorme.
    Davvero, non ne sono più capace.
    Ho sempre avuto i miei periodi di insonnia, ok, ma era insonnia normale, ordinaria. Non riuscivo a chiudere occhio e provavo l’ardente desiderio di conficcarmi una matita nel cervello, ma tutto lì.
    Recentemente, invece, il problema sembra essersi ampliato e complicato.
    Impiego moltissimo tempo ad addormentarmi, mi sveglio più volte durante la notte, mi sveglio devastata e con atroci dolori a spalle, collo e braccia.
    Insomma, non solo non riposo, ma pare che io vada anche a zappare la terra che, purtroppo, non possiedo.
  • Ho dimenticato come si cammina.
    Ad onor del vero, non ho mai saputo camminare sul serio e probabilmente mi sono già lamentata della cosa da qualche parte qui sul blog, ma recentemente è diventata una vera seccatura.
    Inciampo continuamente in ostacoli invisibili, vado sbattere contro qualunque oggetto si trovi sul mio cammino, “prendo storte” (ma sarà davvero un’espressione italiana o è un retaggio dialettale che mi porto dietro da tutta la vita, senza rendermene conto del tutto?? Per sicurezza, lo scrivo tra virgolette e via.) ad ogni passo.
    Il risultato è un’invidiabile collezione di ematomi giganti su quasi tutta la superficie della mia persona. Che è poca perché sono corta, sì, ma non è questo il punto.
  • Ho dimenticato come si scrive una lettera di presentazione.
    Che in realtà non è neppure proprio “di presentazione”, ecco.
    Più di introduzione, di “tastiamo il terreno”, di “ma se vi scrivo mi cagate?”.
    Di solito non ho grossi problemi con le comunicazioni formali, ma in questo momento mi trovo totalmente bloccata.
    Dovrei scrivere ad alcune strutture qualcosa che sia più o meno: “Ciao, vi voglio proporre una cosa fighissima e sono fighissima pure io, come ci organizziamo?”, solo che in modo leggermente più adeguato, ecco.
    Come diavolo si inizia una lettera così? Ci sarà pure una qualche formula prestabilita, no?
    So cosa voglio chiedere, so cosa voglio proporre… ma non so quale frase introduttiva usare, PRIMA di chiedere e proporre!
    Questa storia mi ucciderà.

Questo è quanto, adesso tocca a voi.
Aiutatemi, se avete un cuore!

Categorie: Ordinary li(f)e | 14 commenti

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