Archivi del mese: luglio 2013

Totally into DuPree.

Non ho davvero più parole per descrivere quanto io ami questa band, queste donne, questa famiglia, questo sound, queste voci.
Proprio no.
Le ho già definite fate in passato (loro come Christie, la più piccola, che qui non è presente) e con CURRENTS, il nuovo album, non hanno fatto che confermarmi quanto non sia umano un talento simile, accostato ad una tale grazia.
Non so che aggiungere, fate un po’ voi.
Se non è perfezione questa, non so cosa lo sia!

Annunci
Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e | 1 commento

Ink.

DSCF8179

Categorie: Imagine | 6 commenti

Datemela voi, una soluzione!

Cose che odio profondamente in questo preciso istante (in ordine sparso, per non offendere nessuno):

  • Trenitalia;
  • la nostalgia (e le conseguenti idee) dell’ultimo minuto;
  • il credito del cellulare a zero;
  • il conto in banca che piange;
  • lo stipendio che arriva sempre troppo tardi;
  • la nausea immotivata;
  • la gente che non ha più vodafone e non avvisa;
  • le porte che sono ancora marroni e chissà come verranno fuori alla fine;
  • la voglia di partire contrapposta all’ansia che ne consegue;
  • quel mobile gigante che blocca tutto il resto dei lavori;
  • non avere informazioni precise;
  • l’assenza di gelato in casa;

Evviva le ferie! <_<

Categorie: Ordinary li(f)e | 13 commenti

Mh.

DSCF6313

“There’s nothing worse than a drama queen with a brain.”

Categorie: Imagine, Somebody told me | 2 commenti

Tarlo.

Passi il sonno disturbato.
Passino le rughe d’espressione, figlie di questo continuo corrucciare, aggrottare, imbronciare.
Passi l’orologio apparentemente fermo, ma inesorabile, alla fine.
Passi tutto, davvero, ci posso convivere, in qualche modo.

Ma il groppo in gola, no.
Il vuoto d’aria causato da quella sequenza di lettere che MAI dovrebbero susseguirsi sotto ai miei occhi, per preservare un minimo di sanità mentale.
Il salto carpiato del cuore che, debole e spaventato, si tuffa qua e là in cerca di riparo.
Lo stomaco che si rigira e si ribalta e si contrae senza pace.
Quello no.

Io… sono stanca.
Stanca, ecco.
Stanca di ripetermi che non va bene, che non ha senso, che non c’è paragone.
Vorrei smetterla di pensarci e tornare a sentirmi al sicuro, almeno qui.
Vorrei smetterla di sospirare e ritrovare il respiro.

La memoria è crudele.
Come fatta di pagine fitte, forti, impossibili da stracciare.
E’ che dimenticare certi capitoli mi sarebbe proprio d’aiuto, ora.
Come si fa a dimenticare una sensazione, a scrollarsela di dosso e vestirsi bene, meglio, senza fronzoli?
Quando impari a provare certi abissi, anche il cielo più limpido rivela le sue ombre.

Categorie: Imagine | 10 commenti

La scorsa notte.

Mi chiedo come io abbia fatto a vivere per tutto questo tempo senza conoscere The Narrative.
Sul serio, perché nessuno me ne ha parlato prima??
Eppure ormai tutti dovrebbero sapere del mio sconfinato amore per la musica semplice, tenera e un po’ malinconica (l’altra faccia della medaglia dura e cruda che da sempre mi contraddistingue, insomma)!
Come sempre accade in piena notte, mi sono messa a girovagare tra i correlati di YouTube ed ho fatto questa piacevole scoperta.
Ora mi sento molto adolescente e gli voglio già bene, sì.

Ho anche bruciato una crostata alla nutella, stanotte.
Perché non riuscivo a dormire e allora ho pensato di lavare i capelli e poi di preparare della pasta frolla, ma credo che il ricettario mi abbia fregata con le dosi, perché era davvero TROPPO frolla e non riuscivo neppure a stenderla, per quanto mi si sbriciolava tra le mani.
Poi mi sono dilungata col phon ed ho bruciato (quasi) tutto, deprimendomi alquanto.
E’ ancora mangiabile, ma non è la bontà che avrei voluto far trovare ad M. dopo un lungo viaggio da rockstar, ecco.

Poi le ore scorrevano lentissime e la tv proponeva solo programmi a sfondo sessuale, ma non di quelli interessanti, solo ridicoli e forzati.
Così ho trasformato il corridoio in una specie di fortino, ammassando scatoloni e borse e contenitori di qualunque tipo, con dentro quasi tutta la nostra vita, intenzionata a spostarla altrove il prima possibile.

Non è stata una notte di sogni e sbadigli, di lenzuola confortevoli e fusa sul cuscino, finché l’alba non mi ha regalato il suono rassicurante della chiave nella toppa della porta.

Non è notte, non è Casa, se non ci sei.

Categorie: Ordinary li(f)e | 1 commento

Casi Umani – Job Edition (episodio doppio!)

Rieccoci con il nuovo episodio dell’amatissima rubrica Casi Umani!
Stavolta parleremo di colleghi/capi/clienti… insomma, chi non si è trovato ad aver a che fare con personaggi improbabili in ambiente lavorativo?!Senza ulteriori indugi…

EPISODIO 1: la psicopatica (chiedo venia per lo pseudonimo poco originale, ma giuro che non ce ne sarebbero di più appropriati).

Avevo 16 anni, l’estate era appena cominciata e non avevo alcuna intenzione di trascorrerla con le mani in mano a cambiare colore in spiaggia, così mi armai di pazienza ed andai alla ricerca di un lavoretto stagionale.
Vivevo in una cittadina di mare, dove il turismo raggiunge ottimi livelli, con la “bella” stagione (“bella” per qualcuno, ma di certo non per me!), così non mi fu difficile farmi assumere come cameriera in una pizzeria.
Conoscevo bene il posto perché da bambina lo frequentavo abitualmente con la mia famiglia, infatti il proprietario (nonché cuoco-pizzaiolo) fu ben felice di prendermi nello staff, affidando a sua figlia poco più che 30enne il compito di insegnarmi a gestire la sala e gli ordini.
Le prime settimane filarono lisce, anche perché non ci vuole poi chissà quale abilità per servire ai tavoli in un posto senza pretese e, tutto sommato, mi reputo una persona abbastanza sveglia e che impara in fretta.
L’unica nota stonata sembrava essere proprio la figlia del proprietario, questa ragazza che conoscevo da sempre, molto bella, schiva, che si rifiutava di servire alcuni clienti e spesso neppure rivolgeva la parola al padre.
Ero una ragazzina, per cui mi limitavo a fare il mio lavoro così come mi veniva richiesto, sempre sorridente ed educata con personale e clienti, e sembrava che il mio impegno venisse apprezzato da tutti.
Il mio contratto prevedeva una serata libera, al martedì… e fu proprio durante una di quelle che si consumò il dramma…

Non ero di turno, così i miei mi accompagnarono da una mia amica in un paese a circa 17 km dal nostro, e poi andarono a cena con dei parenti.
C’erano gli amici di sempre, avevamo organizzato una cena ed avremmo dormito tutti lì, ma ad un certo punto il mio cellulare iniziò a squillare…

IO: “Pronto?”
LEI: “Ciao, sono la psicopatica, puoi venire alle 9.00, stasera?”
IO: “Ehm… ma oggi io sono libera…”
LEI: “Ah sì, ma devi venire alle 9.00, perché io da sola non ce la faccio.”
IO: “Guarda, io al momento sono a paeselontano, posso chiedere ai genitori della mia amica di darmi un passaggio, se proprio sei nei guai.”
LEI: “Ah… ok… no, allora fa niente, ciao.”

E la serata proseguì senza intoppi.

Il giorno dopo, arrivai al lavoro al solito orario e notai che la psicopatica non mi rivolgeva la parola.
Provai ad iniziare un paio di conversazioni, ma niente. Zero. Soltanto sospiri infastiditi.
Finché non esplose la bomba.
All’improvviso, come se stesse continuando un discorso già iniziato nella sua testa da tempo, prese ad insultarmi ad alta voce, continuando a sistemare i tavoli, con frasi del tipo: “… Che stronza! Fai la finta santarellina e poi mi freghi in questo modo! E’ proprio vero quello che si dice dell’acqua chèta! Ma vaffanculo, guarda un po’ se devo trovarmi nella merda per colpa di una ragazzina! Guarda, ringrazia il cielo che conosco i tuoi genitori e li rispetto, altrimenti te ne avrei dette quattro!” (sono proprio fortunata, chissà che altro mi avrebbe detto! 😛 ).
Ero a dir poco ALLIBITA, non avevo idea di cosa stesse parlando e mi limitai a rispondere: “E tu ringrazia il cielo che i miei genitori mi abbiano educata in un certo modo. Per me la conversazione finisce qui.”
Lavorammo in totale silenzio per il resto della serata, dopodiché, al termine delle mie ore previste, andai da suo padre, presentando le mie dimissioni.
Lui non aveva assistito all’assurda scenata, ma mi chiese immediatamente: “Che ha fatto??”, conoscendo bene la figlia.
Gli spiegai che ero stata insultata pesantemente senza alcun motivo e che non mi importava neppure conoscere le ragioni di un simile comportamento, ma che non avevo intenzione di lavorare in un ambiente del genere.
Lui si scusò infinite volte, provando a farmi cambiare idea, ma alla fine accettai solo di restare per un’altra settimana, per dargli tempo di trovare un rimpiazzo.
Il giorno seguente, lei non c’era, per via di un misterioso malore. (Tradotto: il padre le aveva fatto un cazziatone di proporzioni epiche.)
Fu solo allora che il barista mi raccontò tutto…
La signorina era decisamente fuori di testa, ormai da anni.
Aveva improvvisi scatti d’ira, sia nei confronti del padre che dei dipendenti e, in alcune occasioni, aveva perfino fatto scenate ad alcuni clienti (una, in particolare, continuava ad andare a cena da loro tutte le settimane solo per trattarla di merda per vendicarsi, infatti la psicopatica mi assegnava puntualmente quel tavolo, n.d.r.).
Tempo prima, aveva minacciato un cameriere con un coltello, per motivi banali, dopodiché il ragazzo aveva chiamato i carabinieri e lei era sparita per un po’ (periodo durante il quale la pizzeria aveva cambiato gestione).
Insomma, il problema non ero io, anche se, in seguito, alcuni parenti mi dissero di averla incontrata per le vie del paese, la sera in cui avevo ricevuto quella strana telefonata, intenta a cercarmi tra la gente come una furia, perché secondo lei le avevo raccontato una bugia, sostenendo di non essere lì. O_o Weirdooo!).
Mi fu chiaro che la decisione di andarmene era stata decisamente saggia.
Per il resto della settimana, si comportò in modo esageratamente cordiale ed amichevole, come se non fosse successo nulla, e chiedendomi addirittura come mai volessi andar via (“Ma dai, ripensaci, è un peccato, siamo una bella squadra!”)

Alla fine dell’estate, la pizzeria ha chiuso, è stata comprata da altre persone, rimessa a nuovo e tutt’oggi gode di ottima reputazione.
Lei sarà probabilmente rinchiusa in qualche clinica, oppure in carcere.
(Sembra un episodio di CUCINE DA INCUBO, ma vabbè.)

EPISODIO 2: il poeta incompreso.

Quando sei in un posto del tutto nuovo e non trovi lavoro da mesi, accetti qualunque offerta.
E’ così che mi sono ritrovata, ormai 3 anni fa, a fare l’animatrice… in una casa di riposo.
Ebbene sì, una casa di riposo.
Io che gli anziani li ho sempre divisi in due sole categorie: i nonni teneri che ti commuovono solo sorridendo e i monumentali rompicoglioni che dovrebbero solo crepare e far spazio in questo mondo.
A parte che l’esperienza lavorativa in sè è stata piuttosto problematica a causa di un’equipe assolutamente inesistente, a parte che sono stata abbanonata a me stessa da subito, senza alcun tipo di indicazione su COSA dovessi effettivamente fare lì, a parte che mi hanno un po’ fregata, a fine contratto… non è di questo che parleremo in questo episodio di Casi Umani.
Perché, il soggetto, stavolta, è un ospite della struttura, che chiameremo Poeta Incompreso.
Fin dal mio primissimo giorno di lavoro, le OSS mi hanno messa in guardia da tale soggetto, definendolo un po’ troppo appiccicoso, soprattutto con i nuovi arrivati (a maggior ragione se di sesso femminile).
Inutile dirlo, costui è stato uno dei primissimi ad avvicinarsi per conoscermi, presentandosi con un gran sorriso e mostrandomi, dopo appena 15 secondi, il frutto delle sue fatiche letterarie: non uno, ma ben TRE libri, di poesie e memorie.
Per educazione e gentilezza, mi sono mostrata sorpresa di fronte a tale sfoggio di talento… ed è stato un errore madornale!
Il Poeta Incompreso, fiero di aver attirato la mia attenzione, mi ha subito appioppato la sua trilogia tra le mani, invitandomi a leggerla ed a fargli avere un parere a riguardo (“Vedrai che ti cambierà la vita!”… già, neanche fossi Shakespeare, checcavolo!).
Il mio lavoro andò avanti per un anno e, in quel periodo, il Poeta Incompreso non lasciò che passasse un solo mio turno di lavoro senza che mi proponesse nuovi suoi mirabolanti componimenti da battere al computer per lui che, ovviamente, essendo uno scrittore vero e di un certo calibro, scriveva esclusivamente a penna, su fogli sparsi.
Ora, c’è da specificare che questa persona era, purtroppo, in sedia a rotelle e costretta in casa di riposo a causa di questa sua disabilità, nonostante non fosse poi così anziano (soprattutto paragonato ad ospiti di 107 anni!).
Purtroppo, però, era anche una di quelle persone che pensano che tutto gli sia dovuto, proprio perché si trovano in condizioni meno fortunate rispetto ad altri, per cui aveva spesso atteggiamenti snob e maleducati nei confronti di altri ospiti e del personale, il che lo rendeva un personaggio piuttosto irritante.
Riteneva di aver trovato l’illuminazione grazie a Dio ed alla scrittura e pensava che tutti dovessero leggere i suoi componimenti, per capire come funziona il mondo e quali siano le cose davvero importanti nella vita.
Provava ad appioppare a chiunque la sua trilogia, di cui portava sempre con sé diverse copie, ed ogni volta che provava a chiedermi un parere a riguardo dovevo inventarmi una nuova scusa sul perché io non avessi ancora aperto nessuno di quei libri.
La realtà era che, appena me li aveva consegnati, li avevo riposti in un cassetto nella sala del personale, dimenticandoli lì per mesi, a maggior ragione dopo aver letto ciò che lui mi faceva ricopiare al pc, giorno dopo giorno.
Perché, devo dirlo, e lungi da me l’esagerare… il suo modo di scrivere era a dir poco banale (a tratti “visionario”, ma in senso negativo, non “visionario” geniale, eh.) ed i concetti espressi avevano la profondità dei miei temi di seconda elementare in cui descrivevo mia madre che si lavava i piedi (true story.)!
Insomma, mi sentivo decisamente in imbarazzo all’idea di inventarmi falsi pareri positivi, così optai per il rimandare e fare la vaga, sempre e comunque.
Arrivò il giorno della fine del contratto e me ne andai senza troppe cerimonie (per questioni poco simpatiche avvenute con la direzione in quel periodo, n.d.r.), ma un giorno, poche settimane dopo, una mia (ormai ex) collega mi contattò per comunicarmi che lui, il Poeta Incompreso, girava in struttura da giorni come un matto alla ricerca di qualcuno che gli fornisse il mio numero di cellulare… perché io, signore e signori della giuria, lo devo confessare… gli avevo RUBATO i suoi preziosissimi libri!
Sosteneva di avermeli VENDUTI, il primo giorno in cui ci siamo conosciuti, e di non aver mai ricevuto i soldi (il prezzo di vendita, totale, dei 3 mini-volumi, era di circa CINQUANTA EURO! Roba che il DSM IV tra un po’ costa la metà – sto solo romanzando – e sarebbe molto più utile, per avere a che fare con certi soggetti.) da me, alla quale non li aveva mai chiesti, per un anno, tra l’altro.
Allibita da tale stronzata, mi sono fatta una risata ed ho parlato alla collega del posto in cui li avevo abbandonati, intatti nel loro cellophane, mesi e mesi prima.
Il problema è che qualcuno (di cui non ho ancora mai scoperto l’esatta identità, ma credo si tratti della simpaticissima direttrice.), nel frattempo, gli aveva gentilmente dato il mio numero e costui iniziò a chiamarmi senza sosta TUTTI I GIORNI, almeno una ventina di volte (DI SEGUITO), ovviamente senza ricevere risposta.
Già odio normalmente parlare al telefono, figuriamoci con un personaggio del genere, che neppure dovrebbe averlo, il mio numero!
Mi lasciò un messaggio in segreteria, sostenendo di sentirsi fortemente offeso dal mio FURTO e di pensarci continuamente, dopodiché continuò a chiamarmi, invano, per un altro paio di mesi.
So per certo che i famosi libri gli sono stati restituiti immediatamente dopo il ritrovamento, ma questo non lo ha fermato per un bel po’.
Probabilmente, a quel punto, si sentiva offeso perché non avevo apprezzato la sua arte o qualcosa del genere.

So che leggendo queste righe potrei sembrare un’insensibile nei confronti di una persona con dei problemi, ma vi assicuro che mentalmente (ed emotivamente) era una persona sanissima, lucida e serena, circondata da persone affettuose, nonostante le sue manie di grandezza ed i modi ambigui.

 

Anche questo episodio è giunto al termine, ma restate sintonizzati, c’è ancora tanta follia da raccontare!

Categorie: Ordinary li(f)e, Somebody told me | 8 commenti

E dai…

… ammettetelo che siamo fighissimi! (Finché non ci ascoltate, almeno.)

935037_646704522008240_1751692928_n

Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e | 13 commenti

Parole al vento (che poi è quello che hai in testa, probabilmente).

Cara adolescente in preda agli ormoni,
poiché hai deciso di trascorrere la serata sotto la mia finestra, insieme ai tuoi (evidentemente) esilaranti amichetti… datti una calmata, per cortesia.
Altrimenti, la prossima volta che urlerai come un’ossessa, sarà quando ti svuoterò sulla testa la lettiera dei miei morbidini.
Cordiali saluti,

una che domani lavora.

Categorie: Ordinary li(f)e | 5 commenti

Per non lasciare il foglio bianco.

Una serie di pensieri sconnessi che mi preme condividere col mondo, tutto qui.

  • La tonsillite di luglio è diventata una delle mie tradizioni, a quanto pare.
    Solo che oggi ho preso l’ultima pasticca di antibiotico ed il risultato non è cambiato.
    Solo che l’antibiotico mi ha distrutto (ulteriormente) lo stomaco.
    Solo che andateaquelpaese: aria condizionata a palla in autobus, marmocchi INDEMONIATI che mi costringono ad urlare tutto il giorno, sbalzi termici che nemmeno sull’isola di LOST, difese immunitarie inesistenti.
    Ecc.
  • Ultimamente mi arrabbio molto guardando gli spot pubblicitari.
    Il che è una prova inconfutabile di quanto io sia vecchia dentro, ormai.
    Prendiamo, ad esempio, quello della TESTANERA (mi pare) che definisce lo sfumato un “effetto NATURALE”.
    NATURALE??
    Capelli neri per tre quarti e GIALLI sulle punte, ti sembrano NATURALI??
    Ma sul serio, su quale pianeta?
    Lo so che è una moda piuttosto diffusa, quindi chiedo scusa in anticipo a chiunque si dovesse sentire chiamato in causa, ma a me quell’effetto lì fa decisamente cagare, lo devo dire.
  • Per continuare a far polemica, vorrei spendere due parole anche contro lo spot di una macchina fotografica Nikon pensata appositamente per i bambini.
    Le immagini mostrano questi bambini che fanno di tutto alla povera fotocamera, dall’immergerla nella boccia di vetro dei pesci rossi al gettarla violentemente nel cibo, il tutto in mezzo all’ilarità generale di genitori ed adulti tutti.
    “JOYPROOF”, la definiscono ad un certo punto.
    Ecco, no.
    Sul serio, no.
    Che la creatività dei bambini vada incoraggiata, è giustissimo, per carità.
    Ma dargli in pasto un oggetto costoso, presentandolo come indistruttibile e, di conseguenza, tranquillamente maltrattabile, non mi pare educativo.
    Voglio dire, ci sono cose che vanno trattate con delicatezza ed attenzione, che tu sia un bambino o un adulto.
    Cose che hanno un certo valore, una certa funzione ed una certa utilità.
    Non è che se sei un bambino con tendenze distruttive (che sia per divertimento, per rabbia, per curiosità o per dispetto), allora io adulto devo ingegnarmi per modificare determinati oggetti fragili, di modo che anche tu possa utilizzarli a modo tuo.
    Magari dovrei insegnarti che c’è modo e modo, farti capire l’importanza di avere rispetto per le cose (al diavolo i falsi moralismi riguardo l’essere materialisti, tutti noi lo siamo, diciamoci la verità.) e la soddisfazione del guadagnarsi la possibilità di utilizzare determinati oggetti, propri dei “grandi”, al momento giusto e nel modo più appropriato.
    Sarà che non ho figli e che passo tutto il giorno a gestire i disastri che altra gente ha provocato nella propia prole… mah!
  • Chissà se i miei dirimpettai si trovano, ogni tanto, a guardarmi girare per casa in mutande, come succede a me con loro…!
  • Esistono metodi CASALINGHI per rendere più forte e morbido il pelo dei gatti?
    Sottolineo “casalinghi” perché spesso, su internet, quando si cerca “rimedio della nonna” et similia, per qualsivoglia questione, ci si ritrova di fronte ad improbabili intrugli pieni zeppi di ingredienti MAI sentiti prima e che, ci giurerei, NESSUNO ha abitualmente in casa.
    (Un po’ come Barbara di PAINT YOUR LIFE che la mena tanto col riciclo e poi, nei suoi orrendi progetti, per riciclare UNA vecchia cosa, ne compra duecentoquarantacinque nuove, costosissime, tossiche e brutte.)
  • Sembrava che, finalmente, quest’anno avrei potuto realizzare il mio sogno di andare a Disneyland Paris, ma è saltato tutto, ancora una volta. 😦
    Stupidi imprevisti! 😦
  • Il corridoio è affollato di scatoloni e credo proprio di non avere più nulla da fare, qui.
    A parte usare il grande balcone come si deve, almeno una volta.
    Perché è stato uno dei motivi per cui abbiamo detto di sì a questa casa, a suo tempo, e poi l’abbiamo lasciato lì, deserto, relegandolo a posto per stendere il bucato e nient’altro.
    E’ un po’ triste, ecco.
  • Se sentite di qualcuno disposto a pagarmi per trascorrere le mie giornate su Pinterest, bevendo caffè e mangiando dolci colorati, fatemi sapere!
Categorie: Ordinary li(f)e | 3 commenti

Blog su WordPress.com.