Archivi del mese: luglio 2012

Necrologio.

Uno dei miei rituali della sera è quello di collegare il lettore mp3 al pc per ricaricarne la batteria.
Al mattino, seleziono la “rimozione sicura”, stacco il cavo, inserisco gli auricolari e sono pronta ad affrontare un’altra lunga giornata costellata di attese, ritardi, pause e viaggi.
Ma, oggi, qualcosa è andato storto (da leggere col tono del narratore di “REAL TV”, n.d.r.)…
Tanto per cominciare, l’opzione “rimozione sicura” non c’era affatto, poiché il mio povero lettore mp3 non sembrava esistere, secondo il pc.
Dopo quella strana constatazione (che pensavo fosse figlia del mio sonno atavico da lunedì mattina), ho notato che, effettivamente, il display del mio fedele amico musicale non aveva la sua consueta immagine azzurra che simboleggia il suo stato di “in carica”.
Così, ho provato ad accenderlo e… ORRORE! Un lato era leggermente aperto, chiaramente rotto!
Ero sveglia da pochissimo e non avevo ancora finito il mio caffé, quindi dovreste immaginarmi in stato confusionale, ecco.
Ho spiegato, farfugliando, la situazione ad M., sperando in una sua maggiore lucidità e nel suo proverbiale senso logico.
Mi ha chiesto se l’avessi fatto cadere, ma il mio “NOOO!” intriso di panico lo ha fatto prontamente ritirare in un mutismo dal chiaro significato (“Ok, sei isterica e non oserò portare oltre quest’assurda conversazione.”).
Ho sprecato circa 10 preziosissimi minuti di inizio-settimana-lavorativa a cercare di capire quale fosse il problema, cambiando porta USB, premendo compulsivamente il tasto d’accensione del lettore, provando a richiudere il lato danneggiato… ma a nulla sono serviti i miei tentativi disperati di rianimare il povero Zen.
E’ morto, ormai ne sono certa.
E’ morto ed ha portato via con sé centinaia di canzoni che, fortunatamente, potrò recuperare in altro modo, ma non è questo il punto.
E’ morto in silenzio, in una notte, senza un perché.
Forse Morgan lo ha rosicchiato per gioco mentre dormivo… Forse M. lo ha fatto cadere violentemente e non vuole confessarlo… Forse i suoi simili sono tornati a prenderlo per riportare la sua anima al pianeta dei lettori mp3… Forse le mie improbabili supposizioni sono più accettabili dell’amara realtà: era arrivato il suo momento.
Allora addio, mio piccolo, rosashocking compagno di viaggi noiosi o entusiasmanti, brevi o interminabili, solitari o affollati…
Che poi me l’aveva regalato il mio ex, magari è stato davvero M. a distruggerlo in un segreto raptus di folle gelosia che, di fronte a me, non avrebbe neppure se mi offrissi volontaria per una gang bang con l’intera comitiva di suoi amici d’infanzia. -_-”

Non vi chiederò un minuto di silenzio, ma una canzone da dedicare alla memoria del mio Zen (di cui potete vedere, in basso, una foto d’archivio), così magari scopro anche nuova musica.
Non fiori, ma opere di bene (se volete, vi lascio il numero del mio conto corrente).

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The Beatles therapy.

Quando mia sorella minore era neonata, mio padre le cantava “Hey Jude” per farla addormentare.
Un giorno mi ha confidato di averlo sempre fatto anche per me e mia sorella maggiore.
Siamo cresciute tutte e tre conoscendo e amando la musica dei Beatles, la sua band preferita di sempre.
Ricordo la vecchia autoradio a cassette che sputava a fatica quelle canzoni immortali, durante i nostri brevi viaggi in macchina, e la sensazione di familiarità che mi hanno sempre trasmesso quelle sonorità.
Ieri, al lavoro, un bimbo ha iniziato a piangere disperatamente, senza sosta, senza possibilità di esser consolato.
Ho provato a distrarlo con qualche gioco, l’ho portato per mano a fare un giro in giardino, l’ho preso in braccio mostrandogli il mondo dalla mia prospettiva, ma non funzionava nulla.
Lui voleva solo tornare a casa dalla sua mamma, non gli importava di nient’altro, né dei giochi, né degli altri bimbi, né delle mie rassicurazioni.
La cosa è andata avanti per una ventina di minuti, finché non mi sono seduta per terra con lui avvolgendolo con le mie gambe.
Ed ho pensato ai Beatles.
Ho iniziato a canticchiare “Hey Jude”, come faceva mio padre, poi “All my loving”, “Let it be”, “I want to hold your hand” e perfino “Yellow Submarine”, che non mi è mai piaciuta.
Si è calmato di colpo, ipnotizzato da quelle parole che non poteva comprendere, ma che certamente gli hanno detto qualcosa, in qualche modo.
Sono bastati pochi minuti e altri bimbi si sono avvicinati ad ascoltare, curiosi, sistemandosi in silenzio attorno a noi.
Nessuno di loro mi ha chiesto cosa stessi cantando, o in che lingua.
Ascoltavano e basta, sentendosi improvvisamente tranquilli, al sicuro.
Proprio come me.

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Londonsick lasts for ever.

Una (e per “una” intendo me medesima, n.d.r.) decide di rilassarsi dedicando il venerdì sera al cazzeggio sfrenato in giro per il web e si ritrova riferimenti all’apertura dei Giochi Olimpici praticamente OVUNQUE.
Non è mica giusto, questo.
Una vorrebbe evitarli, certi dispiaceri, e il mondo glieli sbatte in faccia!
Ci sarà un motivo se ho evitato la TV per tutta la giornata, no?
Avrò pure il diritto di rifiutarmi di soffrire di fronte al mio primo Vero Amore che tanto mi manca e che non potrò rivedere presto?!
Sembra una congiura.
Nel giro di una settimana, ben 5 persone hanno sentito l’urgenza di comunicarmi i propri progetti di vacanza a Londra.
“Quando ho prenotato, mi sei subito venuta in mente tu, ovviamente!”… ah, ma grazie per il pensiero! <_<
Per non parlare di mio padre che, stasera, ha pensato bene di telefonarmi appositamente per prendermi in giro esclamando: “Allora? La stai guardando la tua Londra in TV? Stanno facendo vedere degli scorci spettacolari!”, per poi riattaccare ridendo, dopo il mio NO secco.
E’ bello avere il supporto della propria famiglia, devo dire. -_-”
Macchennesapetevoi?!
Non potrei mai esprimere pienamente quanto mi si spezzi il cuore quando penso alle sue strade più semplici, al sapore della sua aria, al colore dei suoi parchi, al suono delle sue notti…
Non potrei mai spiegare completamente quanto mi sentissi viva, lì, ogni volta che mettevo un piede fuori dalla porta.
Ho visto un pezzo di mondo molto piccolo, tutto sommato, ma sono sicura, sicurissima, che nessun altro posto sulla Terra potrebbe mai farmi sentire come riesce a fare Lei.
Lo avverto dentro, distintamente, da quando, a 8 anni, ho realizzato di appartenerle, in qualche modo.
E adesso sono qui, bloccata, chissà ancora per quanto tempo, senza possibilità di andare a riprendermi quelle sensazioni e, per la prima volta da molti anni, senza neppure uno straccio di programma a riguardo, o anche solo un’idea lontana.
(Depressione mode: ON.)
Insomma, sto odiando abbastanza le Olimpiadi e, di conseguenza, chiunque ne parli.
Sappiatelo. u_u

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Paint my life – Day 15, 16, 17.

Miao a tutti, eccomi pronta per la nuova puntata de “Le improbabili avventure dell’illustratrice senza speranza”!

Dunque, questa è la strana gente tra cui sono cresciuta.
In versione cartone animato, chiaramente, perché non so mica disegnare le persone in modo realistico.
Vorrei sottolineare che non sono presente nel ritratto di famiglia perché, ovviamente, sono stata io a “scattarlo”, quindi evitate pure la psicologia da ascensore, del tipo “non sei nel disegno perché non ti senti parte della famiglia” e blabla.

Il mandato del Giorno 16 era piuttosto ambiguo… non ho ben capito se si riferisse all’ispirazione della giornata o a ciò che mi ispira in generale.
Così mi sono lanciata su un classico, qualcosa che mi ispira sempre e comunque: le nevicate. 🙂
(Malinconia mode: on.)

Ciao, mi chiamo V. e non so disegnare gli abeti.
Però mi piacciono tanto, perché mi ricordano i boschi, l’Inverno e, ovviamente, il Nataleee! *__*

Passo e chiudo.

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Paint my life – Days 9, 10, 11, 12, 13, 14.

Stasera mi voglio rovinare (la reputazione) e quindi vi propongo ben 5 disegni, uno più brutto dell’altro, fotografati in fretta e male (un paio di immagini sono sfocate, lo so, ma non mi andava di rifare gli scatti.), pronti ad essere criticati e/o derisi da voi, mio fin troppo indulgente pubblico.

Ok, avete presente quel programma che fanno su CIELO, che si intitola “GLI EROI DEL GHIACCIO”?
Si tratta di camionisti duri e puri che trasportano l’impossibile alle miniere del Canada del Nord, guidando per giorni interi su una strada di ghiaccio, dello spessore di poco meno di un metro, in bilico sui laghi.
Ecco, al momento è il mio programma preferito, soprattutto perché posso godermi paesaggi interamente bianchi, proprio come piacciono a me.

Candy canes, I love you!

Questa è stata difficile da disegnare, ma direi che la valigia rende bene l’idea.
Il 2005 è stato l’anno della svolta definitiva, l’anno in cui la Vita Vera è iniziata.
Con tutte le sue conseguenze, meravigliose e terribili.

Ecco un esempio lampante di: zero voglia di disegnare e zero voglia di fotografare.
Ah, comunque dovrebbe essere una rappresentazione stilizzata (e assolutamente lontana dalla realtà) della nuova casetta. E quello sul tetto è Morgan, chiaro.
Bruttissimo. 😛

Scommetto che, dopo questo, Sergio si starà rivoltando nella tomba.
Dalle risate, intendo.
Ah sì, non so se l’abbia già scritto da qualche parte, ma Dylan Dog è un altro dei miei feticci. ❤

Non sono riuscita a scegliere una sola fiaba, così ho deciso di omaggiare le fate in generale, che sono le protagoniste di molti dei miei libri preferiti di bambina.

So, here’s to you.
Ma nessuno di voi ha raccolto la sfida, tra l’altro?
Uff, non lasciatemi da sola in quest’impresa!

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Grigiornata.

Sgranocchio compulsivamente fiocchi di mais tostati e, per la prima volta da tanto tempo, mi ritrovo indecisa di fronte alla pagina bianca.
Se possedessi uno di quegli infernali cellulari con connessione ad internet, scriverei qualcosa come 40 posts al giorno, credo, considerando la quantità spropositata di piccole cose che accendono in me la voglia di analizzare a parole i miei pensieri contorti.
Ieri pomeriggio, per esempio, vi avrei raccontato di quanto mi dessero fastidio i 3 adolescenti spavaldi che hanno bloccato la fila alla biglietteria della stazione dei treni per organizzare una vacanza che prevedeva tipo 14 cambi per andare da Torino a Caserta.
Oppure, stamattina, avrei condiviso con voi la mia gioia imminente del non sentirmi più le campane praticamente dentro casa.
E così via, stessa cosa per molteplici argomenti spuntati fuori dalle mie dita particolarmente propense a batter sui tasti, di questi tempi.
I vetri della porta-finestra di questa ormai quasi EX-nostra stanza sono aperti, permettendo all’aria di entrare a farmi visita.
E’ improvvisamente fredda e, per un istante soltanto, rimpiango di non aver comprato quel maglioncino “grunge” che abbiamo visto insieme oggi.
Mi è stato promesso un temporale e lo sto aspettando da tutta la giornata.
Ho fotografato il cielo, in tutte le sue sfumature di grigio screziato d’azzurro che io sia riuscita a cogliere dal basso del mio ormai quasi EX-ultimo piano.
Non riuscirò mai a capire come si possa amare un cielo limpido, senza errori, senza sorprese.
A volte vorrei sedermi in balcone con una canna da pesca e provare ad afferrare le nuvole, per sistemarne qualcuna più giù, tra i balconi affollati di gerani, accanto alle insegne dei negozi, magari anche in qualche carrozzina di passaggio.
Riempio la casa di canzoni, in attesa della pioggia.
Canzoni lontane, di poche parole, soltanto quelle giuste.
Lì da voi, ovunque voi siate, chiunque voi siate… sta piovendo?
Se la risposta è no, andate su www.rainymood.com, chiudete gli occhi per qualche minuto e poi raccontatemi il vostro viaggio.

“…place your past into a book
put in everything you ever took
place your past into a book
burn the pages let them cook…”

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Malattia, vattene via!

Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato, prima o poi… ma siceramente speravo più in un “poi” che in questo già faticoso, afoso, pesante “prima”.
I nani malefici (leggi: la mia “utenza”) hanno colpito e affondato la mia salute già di per sé barcollante!
E’ iniziato tutto con un irritante pizzicore in gola, ma ho finto di non farci caso, sperando di cavarmela con la tecnica “ti ignoro così mi lasci in pace” (che tanto non funziona neppure con le persone, purtroppo.), ma poi Domenica (poteva mica non capitare durante il weekend?!) tutte le mie difese sono crollate rovinosamente.
So che dovrei averne uno, ma io in casa non ce l’ho, lo ammetto… un termometro, intendo.
Tanto lo so quando ho la febbre e Domenica ce l’avevo.
Non altissima, magari, ma c’era.
Mi sono imbottita di ActiGrip e giù a dormire, sempre ignorando gli appelli disperati che la mia gola continuava ad inviare, ad intermittenza.
Così, ieri mattina, mestamente, mi sono preparata per andare a lavorare (con tanto di costume da bagno perché, ovviamente, era anche la giornata dei giochi con l’acqua. Come se non bastasse. -_-“), nonostante il pallore, la debolezza, la temperatura evidentemente elevata e, soprattutto, la difficoltà a deglutire.
Ma poi mi sono trovata lì, seduta in auto, ho preso il telefono ed ho avvisato la capa che non mi sarei presentata in servizio.
Le successive 2 ore, le ho trascorse a cercare uno studio medico che fosse già aperto, aspettare impazientemente il mio turno tra gli sguardi straniti degli altri pazienti (non avevo un bell’aspetto, no.), sentirmi dire: “Ma lei è messa proprio male!” dalla dottoressa (con tanto di espressione del tipo “potevi anche evitare di rimandare questa visita, idiota!”), la quale mi ha immediatamente prescritto degli antibiotici spedendomi in malattia per qualche giorno.
Insomma, sono a casa da ieri.
Da sola col gatto.
Perché le persone sane lavorano, durante la settimana, ovviamente.
Sola e abbandonata a combattere contro la febbre alta, le placche, le trasmissioni che mi rendono polemica (prendiamo PAINT YOUR LIFE… inutile che tu, cara Barbara dalla voce flebile, venga a raccontarmi la storiella del “riciclare è bello” se poi, per realizzare uno qualunque dei tuoi improbabili progetti, riesco a riciclare UNA sola cosa e devo comprarne 30 nuove!), le canzoni che riesco a comporre solo a metà, come al solito.
Perfino Morgan mi sta alla larga, preferendo starsene per conto suo a dormire nel punto più caldo della casa che, evidentemente, è comunque più fresco della sottoscritta.
E’ risaputo quanto io detesti l’estate, ormai.
Ma l’estate quando sono ammalata… uuhh, questo è un livello di odio che avrei preferito non sperimentare!

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Paint my life – Days 7, 8.

Miei fedeli (ma anche no) lettori,
senza ulteriori indugi, vi sottopongo le mie fatiche artistiche degli ultimi due giorni:

Ok, quest’orrore è la prova ultima ed inconfutabile di quanto io NON sappia disegnare bene, a differenza di ciò che alcuni di voi hanno affermato negli ultimi giorni.
Non avevo la minima idea di come rappresentare questo film (il titolo in italiano è “Fuori di Cresta”, se vi può interessare, n.d.r.), così ho tentato (con scarsi risultati) di cavarmela con poco.
Ebbene, passiamo ad altro che è meglio.

Ed eccolo qui: il mio feticcio.
Con un occhio più grande dell’altro, il busto lunghissimo e la testa deforme.
Spero che sappia perdonarmi, il mio povero Roberto Spugna.

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“Home is where your journey begins.”

Dorothy diceva che “there’s no place like home” ed io non posso che darle ragione.
Sia chiaro che sto parlando, appunto, di Home, non di House, che sono cose ben diverse, spesso e volentieri.
Gli anglofoni, in questo, sono stati furbi, mentre per me, che qui scrivo soprattutto in italiano, è praticamente obbligatorio utilizzare una C maiuscola, per fare distinzioni tra una cosa e l’altra.
Anni fa, qualcuno di cui non ricordo l’identità mi ha definita una “nomade ossessivo-compulsiva”, riferendosi al mio implicito bisogno di non fermarmi troppo a lungo in un qualsivoglia posto.
E, in un certo senso, ci aveva azzeccato.
A volte mi sono spostata di chilometri e chilometri, a volte solo di pochi metri, come in questo preciso caso.
Sto per traslocare, per l’ennesima volta, come avevo già accennato in un post precedente.
Resterò nella stessa cittadina e praticamente nello stesso quartiere, ma la sfida starà tutta nel far entrare in una casa piccolissima (in generale, non per noi.) quello che io ed M. abbiamo accumulato, in 2 anni, in una casa grandissima (per noi, non in generale).
Abbiamo tribolato abbastanza per trovare questo posto perché, a quanto pare, esistono ancora molte persone ignoranti che pensano che un minuscolo, domestico, paurosissimo gatto possa dare un qualche tipo di fastidio in condominio (nonostante ci viva da sempre).
Ma poi ecco quell’annuncio, frettoloso e conciso, appiccicato con una linguetta di nastro adesivo alle casse del supermercato dove, scoraggiata, ero proprio andata a comprare i croccantini per Morgan (good job, Karma Police!)… e nel giro di poche ore, avevamo dato l’ok ai nostri nuovi padroni di casa!
E’ ancora tutto da fare: portare via i mobili che non ci servono ed inserire i nostri; trasportare tutte le nostre cose da una casa all’altra e trovare il giusto incastro per sistemarle come si deve; qualche piccola riparazione qua e là… E poi la mia cosa preferita in assoluto: trasformarla da casa in Casa, scegliendo i colori, appendendo fotografie alle pareti, creando consuetudini, scovando i punti strategici per la nanna del morbidino…
Abbiamo già le chiavi per iniziare il trasloco, anche se entreremo ufficialmente nella nuova tana solo a Settembre.
E come potrebbe essere diversamente? Settembre porta SEMPRE aria nuova, nella mia vita, di qualunque tipo essa sia.
Oggi, nonostante la mia febbre e le mie tonsille infette, abbiamo portato le prime prove della nostra esistenza tra quelle mura ancora spoglie.
Poche cose: i miei bassi, un sacco a pelo, degli scacchi, libri e dischi.
Abbiamo ipotizzato arredi stravaganti, spostato mobili, preso misure… giocato un po’ a quelli che, in quelle stanze, ci vivono da tempo.
Guardo la mia ormai EX parete delle citazioni e la trovo inquietante, ora che è così bianca, spoglia di parole confortanti, divertenti, sagge, a volte di monito.
Sono fatta così, in queste cose: quando incomincio, non posso più fermarmi. Non per un po’, almeno.
E così, anche se non è assolutamente necessario, anche se manca ancora molto tempo, anche se non è un grande aiuto ai fini della velocità del trasloco… ho staccato dalle pareti le cartoline, le locandine, le fotografie.
Per darmi tempo di realizzare, per portarmi avanti nel cambiamento, che di per sé ha pur sempre quel retrogusto traumatico, anche quando significa migliorare.
Voglio dire, andiamo a vivere insieme di nuovo, ma stavolta DA SOLI.
E’ vero che in questi anni non abbiamo visto quasi mai il nostro coinquilino, lo ammetto, però c’era comunque la porta della sua stanza da non aprire e la porta di casa che poteva essere aperta da un momento all’altro, ecco.
Non è poco, no?
So bene che non cambierà nient’altro che la vista dalla finestra (stavolta ci sarà, finalmente, il Monviso in tutto il suo splendore, per la gioia di M.!), ma gli inizi mi piacciono, anche quando sono quasi impercettibili.
Ma poi, vogliamo dirlo? Diventerò ufficialmente polentona ad honorem, grazie alla nuova residenza!
Roba grossa, neh! (Se solo mi leggessero i miei…!)

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Paint my life – Days 4, 5, 6.

Credevate che mi fossi già arresa, vero?
Pensavate che avessi già gettato la spugna e che non sarei arrivata alla fine della mia impresa artistica??
Maligni che non siete altro, invece no!
E’ vero, non ho postato le foto delle mie mirabolanti creazioni degli ultimi giorni, ma solo perché non ne ho avuto modo.
Ora sono qui per farmi perdonare e per farvi dono degli ultimi 3 giorni di sfida.
Devo dire che ho avuto modo di dare il meglio di me, soprattutto con la richiesta del giorno 5… sembra che le mie migliori amiche siano tutte e 3 identiche e deformi. -_-”
Ma, ve lo assicuro, non è affatto così, anzi.
Sono delle gran gnocche ed è proprio per questo che ho sentito l’esigenza di trasferirmi a 700 km da loro, così da recuperare un minimo di autostima. u_u
Ma bando alle ciance, ecco a voi i miei capolavori, freschi di fotocamera:

Questa è stata davvero dura, lo ammetto.
Disegnare Londra?? Io??
Ci ho impiegato diversi minuti e poi ho buttato giù questa orrenda rappresentazione del Big Ben, decisamente poco realistica… ed è per questo che ho pensato di aggiungere la Union Jack lì accanto, sperando che potesse chiarire il concetto.
Terribile, senza dubbio. -_-”

 

Ed eccole qui: la Nina, la Pinta e la Santa Maria.
La peggior rappresentazione mai fatta di 3 persone che, nella realtà, non potrebbero essere più diverse (sia tra loro che rispetto al disegno).
Non me ne vogliate, ma proprio non fa per me disegnare esseri umani.

 

Lo so che non è un libro “impegnato”, ma ci sono affezionata in modo particolare e trovo che possa insegnare molte cose, ad ogni (ri)lettura.

Posso anche concludere qui… domani è un altro giorno, come diceva Rossella, e dovrò disegnare il mio film preferito… pronti alle risate?

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