Archivi del mese: marzo 2012

“There’s no place like Home…”

Una delle domande più difficili in assoluto, per me, è “DI DOVE SEI?”.
Non so mai cosa rispondere, sinceramente, perché penso a dove sono nata, a tutti i posti in cui ho vissuto, a dove abito… e mi sembra quasi di essere ingiusta nei confronti della mia Storia, omettendo tutto il percorso che mi ha portata alla serratura che apro adesso.
Sono nata in un paesino di mare, all’estrema punta Sud della Campania, quasi in Basilicata. (E, per questioni politiche, probabilmente lo diventerà sul serio, territorio basilicatese… basilicatico… basilicatano… insomma, si è capito!)
E’ un posto in cui, lo dico sempre, sono nata estranea e torno straniera, ogni volta.
Non ci abito più dal lontano 2005 e credo fermamente che non ci tornerò, in pianta stabile, mai più.
Non è un brutto luogo, anzi, ci sono degli scorci meravigliosi, la vita scorre tranquilla, lenta, quasi sempre uguale, dando noia, certo, ma anche senso di sicurezza.
C’è la mia famiglia, lì. Ben radicata.
I miei genitori, le mie sorelle, l’ultima nonna rimasta, gli zii e le zie, i cugini e le cugine.
Ci sono i personaggi che hanno popolato gli anni della mia infanzia e, soprattutto, della mia adolescenza.
C’è la casa in cui sono cresciuta, il letto cigolante in cui ho dormito per decenni, i cassetti pieni dei miei vecchi diari di scuola, il balcone al quinto piano da cui ho spiato le stelle ogni estate e guardato la neve, lontanissima, ogni inverno.
Ma non è Casa, nonostante tutto.
Non completamente, non per troppo tempo.
Negli ultimi anni, mi sono accorta che il mio limite massimo di sopportazione di quel posto è di 5 giorni.
Triste a dirsi, ma al sesto giorno non resisto più, DEVO scappare via, prima di diventare insofferente nei confronti di tutto e tutti.
Non ho mai avuto un mio spazio, una qualsivoglia privacy, un momento di totale silenzio, lì.
In un appartamento ospitante 5 persone tendenti a parlare a voce alta, è praticamente impossibile, del resto!
E poi ci sono gli orari. Gli orari precisi in cui mangiare, dormire, uscire, tornare.
Sono cose che non fanno più parte della mia quotidianità da 7 anni, ormai.
Ma la cosa che più mi fa sentire distante da quel piccolo angolo di universo che mi ha dato vita è… la mentalità.
Ci sono abitudini, atteggiamenti, visioni del mondo che proprio non sono mai riuscita a condividere e che di certo non potrei accettare adesso.
Le questioni d’orgoglio, l’invidia per le cose più stupide, la possessività nei confronti delle persone più che degli oggetti, la comunicazione praticamente assente… quell’automatico giudicare snob chi, come me, abbia idee e comportamenti differenti da quelli comuni agli abitanti del posto.
Quest’anno, per la prima volta in 25 anni di vita, non potrò festeggiare la Pasqua con la mia famiglia.
Non che io sia particolarmente attaccata alle celebrazioni religiose, ANZI. E’ più una questione di tradizione.
“Le Feste”, da noi, si trascorrono categoricamente “tutti insieme”.
Quest’anno non potrò proprio esserci, perché il viaggio è lungo e costoso e al momento non me lo posso permettere, soprattutto per così poco tempo.
La cosa assurda è che mi dispiace di non rivedere i miei, certo, ma è più forte il senso di colpa per aver interrotto la tradizione, per aver, in qualche modo, deluso le aspettative di tutti.
E’ in questi piccoli, pungenti particolari che riconosco i semi di quella mentalità che, volente o nolente, mi ha cullata in tutta la prima parte della mia vita, lasciandomi residui di assurde convinzioni, teorie, regole che, razionalmente, non prenderei mai in considerazione.
Non vorrei essere fraintesa, tutto questo è forse il 30% di ciò che provo nei confronti del mio paese d’origine, ecco. Per il resto, ne conservo ricordi importanti e la nostalgia si fa sentire davvero forte, in certi momenti.
George Moore ha detto: “A man travels the world over in search of what he needs and returns Home to find it.“, ma Christian Morgenstern sostiene che: “Home is not where you live, but where they understand you.”… allora mi chiedo… Dove tornerò, alla Fine?

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Morning routine.

C’è quel raggio di sole prepotente che, ogni mattina, irrompe nella nostra camera da letto, puntando con precisione millimetrica ai miei occhi addormentati, violentandoli.
Forse dovrei prendere l’abitudine di chiudere le imposte, di sera, per evitare queste intrusioni, ma proprio non riesco a sentirmi bene se non posso guardare il mondo al di là del vetro.
Abito in pieno centro, in questa strana cittadina ai piedi del Monviso, eppure il panorama che mi offre il minuscolo balcone della nostra stanza non è poi questo granché.
C’è questa enorme cattedrale a coprire tutto, la pavimentazione grigia e liscia dell’isola pedonale, una manciata di alberelli dritti e sformati che fanno compagnia alle panchine di legno su cui i ragazzini appoggiano le loro serate ubriache.
Nient’altro.
Non vedo le montagne, da qui, eppure riesco a sentirle proprio dietro l’angolo, stagliate altissime verso l’Immenso.
M. è uscito di fretta, come ogni mattina, col suo zainetto pieno di scartoffie disordinate e l’eco dell’ultimo bacio ancora incastrata tra i denti.
Ha detto che stanotte ho di nuovo parlato mentre dormivo, ma in quel modo sciocco che a volte utilizzo anche da sveglia, con le parole ridotte a versi sbiascicati, che ne confondono il senso.
Appena ho sentito la porta d’ingresso chiudersi alle sue spalle, sono saltata giù dal letto, senza pensarci due volte, senza dar tempo alla mia stanchezza di prendere di nuovo il sopravvento sui movimenti.
Morgan mi segue ovunque io vada, al mattino, leggendo sfide e giochi in ogni mio gesto.
Ho afferrato un lungo nastro per un lembo e l’ho trascinato con me in cucina, mentre lui lo rincorreva saltellando in quel modo buffo che mi riprometto sempre di filmare.
Con gesti automatici, ho aperto la caffettiera e, come speravo, c’era ancora un’intera tazza per me, dentro.
Al mattino mi piace scegliere tazzine, piatti e cucchiaini di colori armoniosi tra loro, anche quando sono in ritardo pazzesco, o ancora per metà nel mondo dei sogni.
Mi mette allegria.
Oggi ho optato per una tazzina da caffè coloratissima, con fiori e cerchi, a fondo arancione, abbinandola ad un cucchiaino troppo grosso, col manico anch’esso arancione.
Ci ho versato dentro il caffè ed ho scelto una merendina a caso tra quelle ammassate sul primo scaffale.
Proprio lì, davanti a me, in una ciotola di plastica viola, ho notato dei pompelmi bellissimi, grandi e rotondi, lasciati lì dal nostro coinquilino… ed ho provato pietà per loro, perché già so che li lascerà marcire.
Lui fa sempre così: compra cose buonissime, spesso costose, e poi le abbandona in frigorifero, o sugli scaffali, finché non diventano immangiabili.
Senza pensarci due volte, oggi ho deciso di salvare un pompelmo da quel triste destino, trasformandolo in una spremuta aspra da mandar giù insieme alla prima pastiglia di antibiotico della giornata.
Il nostro percussionista dice che dovrei farmi togliere le tonsille, perché se mi si infiammano così facilmente (e così violentemente) potrei avere problemi seri… e probabilmente ha ragione.
Però non ci tengo proprio tantissimo a farmi tagliare la gola, sinceramente.
Mi piace far colazione in camera, seduta sul letto, con tazze e bicchieri poggiati sul tavolino instabile che uso come comodino.
C’è ancora quel raggio di sole che mi colpisce insistentemente, ma stavolta gli porgo le spalle, così l’unico effetto che avrà su di me sarà quello di illuminare i miei capelli sbiaditi, che necessiterebbero di una tinta, anche se non ho ancora deciso il colore.
Accendo la TV per avere voci di compagnia, in sottofondo, e scelgo Rai YoYo, un canale per bambini in età prescolare, ossia quelli con cui avrò a che fare quotidianamente da Giugno in poi.
Mi piacciono questi programmi coloratissimi, semplici, rassicuranti.
Non trasmettono più uno dei miei cartoni animati preferiti, Charlie&Lola, ma almeno c’è ancora La Melevisione, La Pimpa, Peppa Pig, La Stella di Laura, L’Albero Azzurro… sì, lo so, risulto ridicola, ma non me ne vergogno!
Amo il risveglio, la colazione, la routine del mattino, quando posso concedermi di fare tutto con calma, senza il peso dell’orologio.
Quando inizierò a lavorare al babyparking, tutto questo diventerà raro, ma finché c’è voglio godermelo.
Mi guardo intorno e penso che dovrei aggiungere delle nuove frasi al mio armadio delle citazioni, staccare la carta stellata dal vetro della porta e sostituirla con del cartoncino colorato, mettere ordine sulla bacheca di sughero e chissà cos’altro… ma poi penso a Settembre.
Settembre che, come sempre, mi porterà Via.
Non so quanto mi mancherà questa casa, perché l’ho sentita mia in un modo strano, incompleto, con la data di scadenza già impressa sul soffitto, a ricordarmi di non investire troppo in questa realtà.
Mi chiedo dove andremo, quale sarà il mio ennesimo nuovo indirizzo da memorizzare, quale colore avranno le pareti…
E’ l’assioma della mia vita: quando riesco a riempire le pareti della mia stanza, è il momento di traslocare.

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Delirio della sera.

Voi non ne avete idea, sul serio.
Io sono TOTALMENTE innamorata della famiglia DuPree.
Voglio che mi adottino, o almeno che mi prendano come animale domestico, o cameriera, o soprammobile.
Mi chiedo come possano esistere creature tanto perfette, sono in completa adorazione di ogni loro lavoro, di qualsivoglia natura.
Ma perché la Natura è così ingiusta??

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Fairies exist.

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Plump.

Quest’anno, la prova-costume la farò fare alla mia controfigura.
Non è una di quelle lamentele da teenager in crisi di fronte allo specchio, anche perché teenager non lo sono più da millanta anni, ormai. (Mi atteggio a donna attempata, ebbene sì.)
E’ che sono proprio ingrassata, devo accettare la dura realtà.
Non che sia mai stata un figurino, ma ultimamente sto raggiungendo picchi vergognosi. -_-”
Che poi sono pure sfigata, eh.
Il giorno in cui, convintissima, mi sono messa a fare esercizio fisico, con tanto di planning delle settimane successive… mi è esplosa dentro un’influenza senza fine, con tonsille distrutte (che ancora necessitano di antibiotici, n.d.r.), febbre alta, ossa a pezzi, vomito e chi più ne ha più ne metta.
Incredibile.
Inoltre, la madre di M. continua a riempirci di cibo fantastico che non posso mica evitare di mangiare!
Faccio schifo, lo ammetto.
E il caldo maledetto mi costringerà presto a mostrare le mie orrende deformità.
Quanto odio l’estate. <_<
Grazie al cielo non mi piace andare al mare, se non in rare occasioni, in posti isolati e ad orari insoliti.
Voglio vivere in Lapponia.

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Sbuffando.

La verità è che mi manca il mio vecchio blog. E basta.
E pensare che mi vanto di essere una che si abitua facilmente ai cambiamenti.
E’ che… sì, ok, questo qui è bello, è nuovo, è tutto da inventare, è comodo e bla bla, ma… non ha una Storia.
Non posso andare a rileggere cose ridicole o dolorose, cliccando a caso su qualche voce d’archivio.
So benissimo che, prima o poi, sarà possibile anche qui, ma perché questo accada dovranno passare degli anni e io non ho mica tutta questa pazienza, se devo essere sincera.
La tentazione di copiareincollare roba antica è piuttosto forte, ma mi farei quasi schifo da sola, se cedessi, quindi proverò fortemente ad evitare, va.
Che vita grama.

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L’inutilità è il mio mestiere.

Natale è ormai un lontano (sigh!) ricordo, il mio compleanno sarà letteralmente l’anno prossimo, il mio onomastico risale a quasi due mesi fa e non mi pare ci siano altre particolari feste imminenti, ma se a qualcuno venisse comunque voglia di farmi un regalo, per puro ammore della sottoscritta, ecco qualche suggerimento:

  • trucchi ad acqua per la mia ormai avviatissima attività di animatrice di feste di marmocchi. Così magari la smetto di rubare i residui di quelli altrui;
  • “Amorino”, il nuovo romanzo di Isabella Santacroce. Perché è una questione di principio;
  • praticamente tutto il catalogo Spring-Summer 2012 di Target e Duck Farm, dato che non faccio shopping da quasi un anno, ormai;
  • scarpe. Non perché io sia una donna isterica che sogna una scarpiera più grande di un campo da calcio, ma semplicemente perché TUTTE le mie scarpe estive (ossia NON gli anfibi) sono completamente bucate e a brandelli. -_-” ;
  • pellicole per la mia impolverata Polaroid;+
  • una seduta da un VERO parrucchiere, così la smetterò di rovinarmi i capelli da sola, con tinte imprecise, tagli improbabili e chissà cos’altro;
  • Libri, libri, libri, ma questo è ovvio.

 

Ok, mi sono stancata di elencare cose che, al momento, non posso comprare, quindi addio. <_<

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Self-dedicated.

“You’re lost little girl
You’re lost little girl
You’re lost
Tell me who
Are you?

I think that you know what to do
Impossible? Yes, but it’s true
I think that you know what to do, yeah
I’m sure that you know what to do

You’re lost little girl
You’re lost little girl
You’re lost
Tell me who
Are you?

I think that you know what to do
Impossible? Yes, but it’s true
I think that you know what to do, girl
I’m sure that you know what to do

You’re lost little girl
You’re lost little girl
You’re lost.”

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Anita Blake once told me…

“Abbiamo incrociato lo sguardo qualche volta e mi facevi paura perché i tuoi occhi sono bellissimi a quel livello che non sai se ti stiano guardando male.”

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“That’s what you get when you let your heart win…”

I nostri silenzi parlano la stessa lingua.

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