Archivi del mese: marzo 2014

Non è facile.

Non è facile, ancora oggi, essere una donna.
Non è facile perché non è vista come una bella cosa, tutto sommato.
Essere donna è un limite, una debolezza, un ostacolo ad altro, un problema in più, agli occhi di molti.
Basti pensare ad espressioni come “si comporta da femminuccia”, dal sapore decisamente dispreggiativo.
Io stessa, più volte, mi sono ritrovata ad essere una portatrice sana di certi pregiudizi, in determinate situazioni.
Negli ultimi 6 anni ho fatto parte di diverse bands ed ognuna di queste (a parte la prima) aveva una maggioranza maschile tra i membri.
Tutte le volte, puntualmente, saltava fuori la tipica battuta che recita più o meno così: “In realtà non eravamo molto convinti di prendere una ragazza all’interno del gruppo, perché si sa che le femmine portano problemi!“.
Detto col sorriso, con leggerezza, ma a voce alta e chiara, senza possibilità di errore.
La cosa peggiore di queste situazioni, a mio avviso, è stata la mia puntuale risposta, rotolata fuori dalla mia posizione di minoranza in fretta, come a mettere le mani avanti.
Tutte le volte, io, mi sono passivamente sentita rispondere: “Non c’è problema, io in realtà sono praticamente un uomo!”.
Senza volerlo, senza pensarci veramente, mi sono macchiata io stessa di un crimine ideologico che trovo tremendo, pesante, imperdonabile.
Con quella frase scherzosa solo a metà, ho tacitamente confermato che sì, le donne portano problemi, sono fucine di drammi immotivati, “fanno storie”, e che soltanto gli uomini possono essere davvero fighi, amichevoli, spensierati.
Ci penso adesso, a mente fredda, e me ne vergogno.
Penso alle infinite volte in cui mi sono trovata in presenza di amici e conoscenti che non si facevano alcun problema a commentare qualsivoglia esponente di sesso femminile ci passasse accanto, come fossero manichini, pezzi di carne al supermercato, automi privi di udito, pensiero, sentimenti.
Penso a quegli episodi e mi vergogno del mio silenzio o, peggio, dei commenti sputati fuori a mia volta, ché si fa per scherzare.
Il punto è che anche un apprezzamento non volgare può essere vissuto come una molestia, un fastidio, una piccola violenza.
Ma c’è forse differenza tra una violenza piccola ed una grande, secondo voi?
Non sono forse entrambe indesiderate, dolorose, disturbanti, per chi le subisce?
Il punto è che ci siamo (quasi) tutti abituati, rassegnati, assuefatti a vedere le donne PRINCIPALMENTE come oggetti sessuali e, di conseguenza, a giudicarle quasi esclusivamente in funzione di questo ruolo sociale.
Prendiamo, ad esempio, i personaggi femminili dei film di Hollywood o della TV nostrana. (Con le dovute eccezioni, fortunatamente.)
Nei film, le donne cazzute (e già su questo termine ci sarebbe molto da ridire, ma lasciamo stare la componente maschilista della lingua italiana, altrimenti non la finiamo più.) sono quelle che fanno le cose tipiche dei più classici personaggi maschili: sparano, guidano veicoli sportivi, riparano macchine complicate, si esprimono volgarmente.
Ed utilizzano la propria femminilità esclusivamente per sedurre, irretire, distrarre l’avversario.
Dall’altro lato, le conduttrici/giornaliste/vallette della TV, sono donne bellissime, poco vestite, molto truccate, spesso e volentieri oggetto di dubbia comicità sessista da parte dei colleghi presenti in studio.
C’è spazio anche per personaggi femminili meno attraenti in senso classico, certo. Ma solo se si reinventano come cabarettiste ed accettano comunque di prestarsi ad impalcature di trucco e parrucco che possano renderle meno “imperfette”.
Il punto è che siamo cresciute, noi tutte, in un contesto socio-culturale in cui è normale e quasi scontato pensare che noi donne non solo siamo fonte certa di problemi, ma che non siamo neppure capaci, per natura, di stare pacificamente nella stessa stanza con altre esponenti del nostro stesso sesso.
Perché concetti come “l’amicizia femminile non esiste”, “due donne nello stesso ambito non possono che farsi la guerra” et similia, sono talmente sdoganati, in ogni contesto, da essere diventati di dominio pubblico, quasi universalmente accettati.
Siamo bombardate dai luoghi comuni che ci vogliono invidiose, false, melodrammatiche, isteriche e cattive… e finiamo, spesso, per caderci dentro restando impigliate.
Il più classico e semplice degli esempi potrebbe essere quello del fidanzato che ci tradisce con un’altra.
Quando lo veniamo a sapere, scatta automaticamente il pensiero involontario del “l’altra è una puttana” (o altri appellativi poco carini e con uguale significato).
E’ lei a diventare l’oggetto principale del nostro risentimento, ad essere giudicata stronza, brutta, volgare, stupida e chissà cos’altro, da noi e le nostre amiche.
Nonostante sia lui, il fidanzato di turno, ad aver tradito la nostra fiducia, ad averci fatto un torto, e non l’altra che, magari, neppure ci conosce.
Il punto è che veniamo educate, inconsciamente, ad essere una contro l’altra, a sentirci costantemente in competizione, a paragonarci alle altre su basi insane, ingiuste, innaturali.
Il punto è che, per quanto io possa lavorare costantemente su me stessa, per provare ad avere un rapporto equilibrato con ciò che sono, non sono AFFATTO immune al giudizio perenne di un mondo indubbiamente governato da maschi.
Perché un uomo non si fa problemi a commentare il mio aspetto fisico per strada, a dirmi senza mezzi termini che sono grassa o che mi vorrebbe scopare nei bagni della stazione.
Un uomo non si fa problemi a commentare le tette di una mia amica vista in foto, a dirmi che ottengo certe cose facilmente solo per ciò che ho tra le gambe, a farmi notare che mi vesto in modo ridicolo.
Non importa che sia uno sconosciuto in metropolitana o un amico a comportarsi così. Non importa che sia fatto in modo consapevole, scherzoso, malizioso o provocatorio.
Il punto è che, spesso, basterebbe soltanto guardarci davvero in faccia, per capire che non è facile essere una donna.
Non è facile affatto.
E fa male.

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Categorie: Ordinary li(f)e, Somebody told me | 11 commenti

L’albero che cade fa più rumore di quello che cresce.

Questo è un sfogo estemporaneo e lo devo a me stessa.
Lo devo alle mani che tremano, alla rabbia che preme dietro agli occhi, al contorcersi disordinato della stanza segreta dentro al mio stomaco.
Non sono una madre, non penso di voler ricoprire quel ruolo al momento, né per molto, molto tempo ancora, di sicuro.
Non so cosa si provi ad essere un genitore, non oso dire “posso immaginare” perché, probabilmente, davvero non posso.
Ma so che ci sono delle scelte giuste e che tra queste non rientra in alcun modo la scelta di non fare assolutamente alcuna mossa, per i propri figli, quando proprio non possono cavarsela da soli.
Non è giusto tirarsene fuori, girarsi dall’altra parte, far finta di non aver sentito chiamare il proprio nome.
Non è giusto e non è giustificabile trovarsi incapaci di fronte ad una palese e chiara richiesta di intervento, di qualunque tipo esso sia.
Non è affatto, AFFATTO, giusto prendere posizione soltanto a danno fatto, dimostrandosi duri ed irremovibili davanti agli errori dei propri figli, PREVEDIBILE conseguenza di una richiesta di aiuto ignorata, messa da parte.
Ho provato a spiegare e mi sono scoperta ad urlare, senza volerlo, senza riuscire a fermarmi, perché è l’unico modo accettabile, l’unico conosciuto e praticato, in certe discussioni.
Ma forse “discussioni” non è la parola giusta, ché quelle prevedono la componente dell’ascolto, tra una voce grossa e l’altra.
Non c’è ascolto, lì, non c’è mai stato.
Ed è esattamente per questo che nessuno si è mai stupito del silenzio che ci ha divorati tutti, ad un certo punto.

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Le difficoltà di essere “belle ragazze”. Pensateci.

https://www.youtube.com/watch?v=axPe_p0OLcY

“Thank God I’m pretty
The occasional free drink I never asked for
The occasional admission to a seedy little bar
Invitation to a stranger’s car
I’m blessed
With the ability to rend a grown man tongue-tied
Which only means that when it’s dark outside
I have to run and hide can’t look behind me
Thank God I’m pretty

Thank God I’m pretty
Every skill I ever have will be in question
Every ill that I must suffer merely brought on by myself
Though the cops would come for someone else
I’m blessed
I’m truly privilaged to look this good without clothes on
Which only means that when I sing you’re jerking off
And when I’m gone you won’t remember
Thank God I’m pretty

Thank you God
Oh, lord
Thank you God
Oh, oh and when a gaggle of faces appears around me
It’s lucky I hate to be taken seriously
I think my ego would fall right through the cracks in the floor
If I couldn’t count on men to slap my ass anymore
I know my destiny’s such, that I’m all stocking and curl
So everybody thinks that I’m a fucking suicide girl

Thank you God
For the occasional champagne I never asked for
The occasional admission to a seedy little bar
Invitation to a stranger’s car
I’m blessed
With the ability to rend a grown man tongue-tied
Which only means that when it’s dark outside
I have to run and hide can’t look behind me
Thank God I’m pretty

Thank God
Thank God
Thank you
Thank you
Thank you God! “

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Go BRIT or go home!

E così ieri, camminando frettolosamente nel parcheggio di un centro commerciale per combattere l’insolito freddo, io ed M. abbiamo partorito la genialata del secolo: la festa pre-espatrio (mio, per ora) a tema BRIT!
Lo so che messa così sembra un’idea ovvia, ma non è mica così automatico arrivarci, eh! u_u
La cosa facile sta nel fatto che, essendo io ossessionata dall’universo Brit da sempre, possiedo milioni di oggetti più o meno utili (più meno che più, inutile dirlo) che potrò, quindi, utilizzare per decorare la casa per l’occasione.
Che poi, in realtà, l’ingresso-soggiorno ha già una parete piena di quadri a tema e per terra c’è un enorme tappeto raffigurante la Union Jack, quindi non sarà proprio lungo come processo, ecco.
La cosa difficile sarà costringere tutti gli invitati a presentarsi vestiti a tema, ma sono piuttosto sicura di poterci riuscire, soprattutto considerando l’impressionante varietà di spunti che offre il Regno Unito (pensate anche solo a Mary Poppins, Gordon Ramsey, la famiglia reale, il punk… o il giardiniere Willy!).
Naturalmente mi sono già scatenata con la playlist, accostando i classici Beatles, Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd, Dire Straits ad imbarazzanti intermezzi di Spice Girls, Boyzone, Five e Take That, senza dimenticare Sex Pistols, Motorhead, Black Sabbath, Iron Maiden, David Bowie, Billy Idol ed i più recenti Subways, Babyshambles, Blood Red Shoes, Muse, Placebo, Coldplay.
And so on.
Mi esalto con poco, me ne rendo conto, ma è la mia festa d’addio, me lo potrò pur concedere, no?!
Adesso non mi resta che decidere chi impersonare per l’occasione… pensavo a John Lennon, ma non ne sono ancora sicurissima, si accettano suggerimenti!

Categorie: Ordinary li(f)e | 15 commenti

I problemi importantissimi del sabato.

Avere un’insaziabile voglia di fare dolci ed essere sprovvisti di uova, latte, burro e soldi, può trasformare un pacifico sabato casalingo in una tortura vera e propria.
Probabilmente ricorrerò a qualche ricetta vegana, ma temo di non avere abbastanza ingredienti utili neanche per quelle, quindi non c’è soluzione.
Potrei tranquillamente lasciarmi annegare nell’alcool, quello in casa non manca, ma ho ancora i postumi del vino di ieri sera, nonostante non ne abbia bevuto tanto.
Questa è un’innegabile prova di quanto io sia invecchiata.
Se mi vedesse la me stessa di qualche anno fa… non mi direbbe nulla, perché probabilmente sarebbe troppo ubriaca ed intenta a ballare musica rock fino alle 4 del mattino. Maledetta.
Oggi dovrebbero essere resi noti dei risultati che aspetto da un po’ e da un lato spero che siano positivi, anche se la statistica non la pensa così.
E no, non parlo di gravidanza, sia chiaro!
Sono già piuttosto traumatizzata dalla quantità impressionante di miei coetanei che convolano a nozze e sfornano eredi come nulla fosse, sottolineando ulteriormente la mia incapacità di considerarmi una persona adulta, nonostante sia decisamente più vicina ai 30 che ai 20, ormai.

Whatever.

Ho deciso che questo uggioso inizio di Primavera (che mi ha già provocato una mezza influenza, tra l’altro) sia il momento giusto per sputtanarmi, quindi ecco qui un assaggio del mio piccolo/cheesy/semplice progettino solista.
Se lo trovate ridicolo e/o inascoltabile, vi prego di non comunicarmelo, ché io non sono una persona che riesce a dire “grazie, apprezzo le critiche costruttive!”.
No. Proprio no.
Il mio ego è già abbastanza provato, negli ultimi giorni, quindi adulatemi o andatevene all’inferno.
Ecco. u_u

Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e | 16 commenti

Piemontesi, a raccolta!!!

Da domani, sabato 22 marzo, finalmente sarà aperto il primo cat cafè a Torino!
Qui tutte le info, l’indirizzo preciso, gli orari d’apertura e la storia del locale.
E’ una bella iniziativa e per una gattara come me sarà una tappa obbligatoria ogni volta che mi capiterà di passare per l’ex capitale, vi consiglio di dare un’occhiata e spargere la voce.
Non vedo l’oraaa! >_<

Fusa a profusione per voi!

Categorie: Ordinary li(f)e | 10 commenti

Le cose che non cambiano.

Chiacchierare casualmente con vecchie amicizie e scoprire che certe persone continuano imperterrite a fare/dire/pensare le stesse identiche bastardate per le quali, tempo addietro, hai deciso di accompagnarle fuori dalla tua esistenza senza troppi complimenti… dà un certo senso di soddisfazione, devo dire.
Bravo, istinto di sopravvivenza, hai fatto il tuo dovere anche stavolta.

(E devo dire che trovo triste il fatto che non siano neppure peggiorati, ma semplicemente rimasti a stagnare nel proprio stato insano, senza spostarsi di un millimetro.
Bella pe’ ttè, proprio.)

Categorie: io dico solo | 2 commenti

Non sono sbalzi d’umore. Sono vere e proprie montagne russe emotive.

Dalla regia mi comunicano che oggi dovrebbe essere la giornata mondiale della felicità.
A parte che non ho mai capito chi si prenda la briga di assegnare un tema a determinate date e, soprattutto, con quale criterio…
Io dico solo che sto ascoltando le Hole dopo tempo immemore.
Il che non è mai, MAI, un buon segno, per quanto riguarda il mio stato mentale.
Alla faccia della giornata della felicità, qui si coltivano indicibili malcontenti.

Categorie: io dico solo | 10 commenti

Something good.

E’ il primo giorno di Primavera e la finestra mi offre un panorama da Ottobre inoltrato, così non riesco a trattenere un sorriso.
Nonostante la gola che pizzica da giorni, nonostante il sonno agitato e la faccia devastata dai segni dell’innegabile stress pre-partenza, oggi sorrido.
Perché proprio ieri ho messo l’intera casa a soqquadro per fare il cambio di stagione, svuotando l’armadio dai miei amati maglioni ed appendendo alle grucce decine di abitini leggeri.
Il mio tempismo colpisce ancora!
Mi sono concessa il lusso di alzarmi tardi, stamattina, dato che perfino Anakin ha evitato di miagolare insistentemente davanti alla porta della camera da letto, lasciandomi essere lenta, immersa nella penombra.
La mia tazza di caffè alla cannella si è soffermata a scaldarmi le dita a lungo e devo combattere strenuamente contro la voglia di versarmene una seconda, ancor più grande.
E’ un giorno opaco e pacato, come probabilmente potrò averne pochi, dopo il salto che mi attende, ogni istante più vicino, più reale, più nitido e splendente, spaventoso.
Cosa c’è di bello, oggi, nelle vostre vite?

Categorie: Ordinary li(f)e | 7 commenti

Awareness.

A volte vorrei dire quello che so.
Mi si formano le parole giuste sulla lingua, ma si dissolvono in lacrime frettolose prima di diventare suono, stemperando il silenzio pungente che mi autoinfliggo da anni.
Conosco piccole verità appuntite che avrei dovuto scagliarti contro, a suo tempo. Ma non l’ho fatto. Non volevo che ferissero anche te, dopo aver strappato il tuo ricordo.
La consapevolezza mi ha reso schiava e da allora non ho mai smesso di correre, illudendomi di potermi sentire libera di nuovo, dimenticandoti altrove.

https://www.youtube.com/watch?v=rK5jANv2Fow

Categorie: Beyond, Imagine | 1 commento

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