Archivi del mese: aprile 2015

Montage of heck. (N.B.: Post lungo e sentimentale.)

Nel 1987, io nascevo e Kurt Cobain iniziava a farsi di eroina.
O almeno, è quello che raccontava lui, ma non so quanto fossero attendibili i suoi racconti.
Nell’Aprile del 1994, io frequentavo la seconda elementare, Kurt Cobain decideva di lasciare questo mondo alle sue condizioni.
Nel 2000, il mio cugino preferito infilava nell’autoradio una MUSICASSETTA (ché qua si parla di tempi andatissimi, capiamoci.) che avrebbe cambiato tutto.
La musica era sporca, distorta, rumorosa; sopra, qualcuno cantava con tutta la forza che aveva in corpo. Quel qualcuno, neanche a dirlo, era Kurt Cobain. La musicassetta in questione si intitolava “INCESTICIDE” e tornò a casa con me quel giorno stesso.
Lo stesso cugino mi aveva già passato sottobanco “LIVE THROUGH THIS” delle Hole, l’album che ancora oggi figura tra i primissimi nella mia classifica personale di quelli che, in qualche modo, mi hanno cambiato la vita.
Non erano tempi di internet veloce, quelli, né di internet OVUNQUE. In casa avevamo un computer fisso che prometteva prestazioni futuristiche e che, invece, per connettersi impiegava un’eternità, emettendo suoni sinistri da 56k che i miei coetanei ricorderanno senza fatica. Inoltre, costava, e parecchio. Io e mia sorella avevamo il permesso di connetterci ad internet per un’ora al massimo e, di solito, non sapevamo neppure cosa farcene, di quell’ora.
Va da sé che non avessi mai cercato grosse informazioni sulle band che ascoltavo in quel periodo. Non in quel modo, almeno. C’erano le riviste, molte delle quali ora neppure esistono più. Le compravo con gli spiccioli che riuscivo a raccattare faticosamente in casa (non ho mai avuto una paghetta fissa, ndr) e le conservavo come reliquie preziosissime, ri-sfogliandole a distanza di qualche mese, nella speranza di trovare qualcosa di interessante su gruppi che, alla prima lettura, mi erano sfuggiti perché non li conoscevo ancora.
Eppure, la rivelazione che questa Courtney Love che tanto mi piaceva fosse stata la moglie di questo Kurt Cobain appena scoperto, mi incuriosiva talmente tanto che decisi di chiedere proprio a lui, ad internet. E poi questo Cobain era morto. Suicida. Ventisettenne. Voglio dire, sono cose che colpiscono, soprattutto a quell’età.
Fu amore. Profondissimo. All’istante.
Lessi talmente tanto, a riguardo, da diventare uno dei massimi esperti mondiali su Hole, Nirvana e movimento Grunge in generale, nel giro di pochissimo tempo.
C’è da dire che da due anni circa ero la ragazzina in nero che adorava Marilyn Manson come fosse una divinità, eh, quindi da lì ad identificarmi con la sottocultura grunge dei “denials” il passo fu corto ed estremamente facile.
Approdai ad una comunità online dedicata ai Nirvana (in cui, in realtà, si parlava principalmente di tutt’altro), dove incontrai decine di altri adolescenti con jeans strappati e capelli nodosi con una disperata voglia di condividere la propria inadeguatezza e profonda sensibilità. Eravamo tutti un po’ lamentosi, convinti di essere soli al mondo ed incompresi, e dediti ad attività pseudoartistiche quali la scrittura (le poesie andavano per la maggiore, all’epoca), la musica e il disegno.
Che fossero disagi reali o immaginari, o “solo” turbe adolescenziali, non ha veramente importanza. Noi ci sentivamo così e quello era un posto sicuro in cui cercare rifugio.
[SPOILER: negli anni, ho poi incontrato di persona molti di loro, ci sentiamo ancora adesso e siamo un po’ come i personaggi di LOST, indissolubilmente legati da qualcosa di inspiegabile che resta in sottofondo anche adesso che è finita.]

Insomma ieri sera sono stata al cinema a regalare 12 euro alla cara vecchia Courtney (sulla quale NON AMMETTO commenti negativi di alcun tipo, pena l’esilio eterno da questo blog, VI AVVISO!) per vedere questo benedetto ennesimo documentario sul buon Kurzio (per gli amici).
Come ho già scritto, ho passato una fase di ossessione pura, per cui non mi sono trovata di fronte a grandi novità, in generale. Alcuni filmati di famiglia erano inediti, ok, e anche molto carini da vedere (anche se queste cose mi fanno sentire sempre un po’ voyeur, un po’ spettatrice di POMERIGGIO CINQUE.), ma la storia in sé, i racconti (pochi) di parenti e amici… cose trite e ritrite, reperibili in qualsivoglia biografia.
Eppure.
Eppure il punto di vista è molto diverso dal solito. Si parla dei Nirvana, ovvio, ma mai in modo centrale. E’ tutto visto e raccontato in base a ciò che Kurt (dicono e diceva) pensava e viveva al riguardo, nei diversi periodi della sua vita.
Si mette molto l’accento sull’infanzia instabile, sulla sua convinzione di essere solo al mondo, rifiutato dagli altri, insalvabile.
Ci sono la musica e l’arte in generale, naturalmente, ma sono un po’ sullo sfondo rispetto alle sue paure, battute e visioni di semplice persona.
Le scelte grafiche mi sono piaciute moltissimo, trovo che rendano perfettamente la confusione di una mente che ci è sempre stata raccontata come complessa ed immensa.
Della colonna sonora non si può dire niente di brutto, ma questo è ovvio. Risentire i pezzi che hanno fatto parte della mia adolescenza a quei volumi, con la musica che sfuma per lasciar spazio alle urla (NOTA: la gente che critica Cobain e simili sostenendo che quello non è cantare, è invitata a provarci. Urlare così è difficile quanto cantare in stile Beyonce, ve lo assicuro.), o riarrangiate in stile carillon, o con cori gospel… se restate impassibili, non avete un cuore.
Della tossicodipendenza si parla, è inevitabile, ma meno di quanto si possa pensare. Immagino sia stata una scelta, ma dal mio punto di vista è un aspetto impossibile da trascurare, in una storia di vita come la sua.

La cosa che più mi ha colpito, però, è stata la MIA visione di cose che conoscevo già perfettamente.
Negli anni, l’ascolto dei Nirvana è diminuito progressivamente, nelle mie giornate. Ho scoperto altra musica, ne ho fatta di mia, ho privilegiato le novità, come è normale che sia.
Ieri sera sono partite le prime note e mi sono ritrovata istantaneamente quattordicenne, cosa che mi aspettavo.
Voglio dire, io sono andata a comprare la mia prima tinta rossa per capelli mostrando alla commessa questa foto: https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/236x/08/53/40/085340a103f85067db94e6e76972fc34.jpg . Alti livelli di legame emotivo, insomma.
Eppure sono passati tanti, tantissimi anni da allora. Ho visto quelle cose trite e ritrite in modo completamente diverso perché sono diversa io.
Ho 28 anni, uno in più di lui quando se n’è andato. La cosa mi ha fatto riflettere parecchio.
Da ragazzina leggevo le interviste, guardavo i documentari, e pensavo “Era un uomo sposato, un padre, un adulto fatto e finito. Eppure faceva casino, distruggeva attrezzature costosissime (SE CI PENSO ORAAAARGH!), faceva il cretino in pubblico, prendeva in giro i giornalisti. Aveva un atteggiamento Punk!”.
Lo guardavo ieri e pensavo “Atteggiamento Punk un cazzo.”. Non faceva il ragazzino, ERA un ragazzino.
I Nirvana sono arrivati al successo mondiale giovanissimi, partendo da realtà di provincia alla Edward Mani di Forbice, capiamoci. Erano ragazzini e si comportavano di conseguenza.
E pensare di arrivare a 27 anni e sentirsi finiti, sentire di averle tentate tutte, di non avere più alternative… è una cosa proprio grossa.
Non che a 50 anni sia meno terribile, eh, ma è proprio diverso, per come la vedo io.
Se ci aggiungiamo che sto con uno psicoterapeuta da 6 anni (OEMMEGGì), il quale mi parla delle tecniche per individuare e cercare di ridimensionare certi problemi, capirete che rivedere quel bambino (poi ragazzino, poi giovane uomo) che si ostinava ad affrontare da solo e nel modo più sbagliato possibile problemi che lo hanno portato addirittura a togliersi la vita… mi ha fatto tanta rabbia.
Ho perfino proposto ad M. di tornare indietro nel tempo per fare due parole con mamma Wendy e papà Don, tanto per cominciare. Ma questa è un’altra storia.
La cosa curiosa è leggere il nome di Frances Bean Cobain tra i produttori del documentario.
Mi domando che effetto le faccia vedere suo padre che la tiene in braccio ed è chiaramente strafatto di eroina, per esempio. O come sia crescere con gli occhi del mondo (una parte, almeno) puntati su di te perché tuo padre era un’icona e intanto vivere con una madre costantemente in bilico tra rehab e tribunale. Madre che alcuni addirittura additano come responsabile della morte di tuo padre. E per finire, la tua faccia è la PERFETTA sovrapposizione delle loro. Porca miseria, insomma. Se non è una tosta lei, non so chi lo sia.

In mezzo a questa giostra inarrestabile di vecchie emozioni e nuove riflessioni, il documentario è finito in modo brusco, quando proprio non me l’aspettavo.
Ci sono rimasta male, ho sbuffato, mi sono lamentata. Ho trascorso il viaggio in macchina verso casa a lagnarmi perché non aveva senso, non c’era stata una bella chiusura… poi ho pensato che, in effetti, è un po’ così che lo stesso Kurt ha lasciato tutti.
In modo brusco, senza un senso (almeno non uno facile da capire).
E allora forse era la scelta più onesta, anche in questo caso.

In sala saremmo stati una ventina, molti di meno rispetto a quelli presenti lo scorso sabato per il secondo film sugli Avengers.
Eravamo quasi tutti sulla trentina (poco meno, poco più), a parte un paio di ragazze più giovani, vestite in tema. (Tenere, loro!)
Ho pensato a quanto sia cambiata la percezione degli adolescenti di tutta questa storia, di ciò che Cobain rappresenta/va (volente o nolente) e del movimento Grunge in generale.
La mia generazione è arrivata in ritardo per vivere quelle cose in diretta, ma eravamo comunque molto vicini, era appena successo, eravamo gli eredi diretti, tutto sommato. Ricordo tanti, ma proprio tanti, ragazzi legati a quella musica, a quel modo di vedere le cose, a quello stile.
Forse ora frequento di meno gli ambienti gggiovani, ok, ma mi pare che il numero di adepti sia sensibilmente diminuito.
Forse è dovuto al tempo che passa (in fondo parliamo di anni ’90, di roba successa VENTI anni fa.), forse è dovuto alla facilità con cui ci si può procurare musica adesso ed alla libertà di esprimere pubblicamente chi siamo, allo sdoganamento della “CONDIVISIONE” di qualsivoglia pensiero/immagine/cagataimmane grazie a social networks e smartphones.
Però, ragazzi, se ci siete, andate al cinema stasera, è l’ultima possibilità. Lo so che tra un paio di giorni lo troverete piratato, ma non è la stessa cosa, ve lo assicuro.
Una delle sensazioni più forti provate in vita mia è stata il primo ascolto di “You know you’re right”, con tanto di videoclip ufficiale. Era una cosa nuova, un’opportunità unica di assistere, in diretta, ad un pezzetto della storia di una band che significava (e significa) tanto per me e che non esisteva più ormai.
E’ il vostro turno, non lasciatevelo sfuggire!

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Gonna make it work.

La casa profuma di torta alle mele appena sfornata e mezza giornata mi è già sfuggita sotto al naso. La lista delle cose da fare stamattina prevedeva punti più noiosi e dall’aria urgente, ma poi le mani hanno raggiunto da sole gli ingredienti e non mi andava di contraddirle.
Ho fatto pochissimo e scritto moltissimo, ieri. Avrei voluto prendermi un giorno per me, fatto di bolle profumate tra cui sguazzare, buone pagine tra le mani e finestre con panorami grigissimi appiccicati sul retro. Ma invece le mani, ancora le mani, avevano da dire, da creare, e mi è sembrato giusto assecondarle.
Non scrivevo così tanto da anni, dai tempi delle urla dalle casse e dei capelli pettinati solo dal vento.
Forse sto regredendo a malumori antichi, col rischio vivissimo di inciampare in rancori mai risolti.
Ma sai cosa? Se funziona, non m’importa.

Non voglio seguire un piano, lascerò che sia l’ispirazione del momento a farmi procedere in una direzione piuttosto che in un’altra.
Mi sento indispettita e allora divento dispettosa, faccio solo quello che “mi va”, come dite voi. Quanto vi detesto quando lo dite…
Voglio fare la musica che mi capita tra le dita; voglio mangiare solo se ho fame; voglio camminare a zonzo sulla stessa minuscola collina per tutto il pomeriggio, fino a vederla bellissima.

Con o senza di voi.

How can someone who wants to be loved
hate it when they’re loved at all?
Does guilt really feel that bad?
Every time I take a breath, honey
I feel the weight fall back on me
Somebody tell me it’s not so bad

Collected thoughts drown in sleep
I had forgotten what you mean to me
I forgot a lot of things

What happens to the old girl, what happens to the boy?
I see their eyelids moving
What happens to the old boy, will he be destroyed?
Is this what I’m losing?
But I feel, feel
But I feel something, oh it’s better than nothing

I’ve been sleeping in his bed
I’m digging in my head
He pulls the cash from under the table
Take that breath and hold it in
Oh it’s sidling in, he says
It’s not so bad

Collected thoughts drown in sleep
I had forgotten what you mean to me
I forgot a lot of things

What happens to the old girl, what happens to the boy?
I see their eyelids moving
What happens to the old boy, will he be destroyed?
Is this what I’m losing?
But I feel, feel
But I feel something, oh it’s better than nothing.”

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(Good) Mood Music Tag.

Questo nuovo giochino che gira ultimamente su WordPress mi piace, perché punta tutto sulla buona musica e sul buon umore, quindi ho battuto freneticamente le mani lanciando gridolini quando ho letto il mio nome tra le nominations della bella Emily! (Non è vero, sto romanzando, avevo le mani impegnate, ma dentro festeggiavo!).

Incollo le regole di seguito.

1) Per partecipare bisogna essere stati taggati almeno una volta.
2) Si devono scegliere almeno 5 tracce musicali (o più) che rispecchino alcune emozioni o stati d’animo positivi.
3) Bisogna taggare almeno 5 blogger (o più ) e avvisarli di averli taggati.
4) Si deve citare il blog da cui è partita l’idea e cioè: GHB Memories – https://ghbmemories.wordpress.com.
5) Se si vuole, si può anche spiegare brevemente perché sono state scelte alcune tracce piuttosto che altre.

Senza ulteriori indugi, ecco le mie scelte:

Questa canzone mi farà sempre pensare a mia sorella maggiore che balla in modo (volutamente) scemissimo in piedi sul suo letto, nella stanza della nostra infanzia. Un’immagine che da sola vale un milione di risate, ve lo assicuro. 😀


Estate 2008, il giorno del primissimo live con la mia primissima band, da qualche parte nella ridente Ciampino. I finestrini abbassati per contrastare l’afa impossibile, questa canzone urlata dall’autoradio e da noi tre, giovanissime, felici, emozionate. La chiamavamo “il pezzo da viaggio” ed effettivamente l’abbiamo portata con noi nella lunga traversata fino al Piemonte, qualche mese dopo.
E non importa se per anni ci siamo viste tutti i giorni e adesso, da anni, quasi non ci sentiamo più, perché le distanze contano, e le nazioni cambiano, e le esperienze allontanano. Quando l’ascolto, noi torniamo lì, tutte e tre, proprio in quella macchina affollata di strumenti e sogni comuni.


Chi ha vissuto una storia a distanza, può capire quanto sia gloriosa questa canzone. 🙂


Questo pezzo parte e io inizio automaticamente a ballare, è più forte di me!
E’ una canzone che sa di rivincita, ma senza rancore, senza bisogno di confonderla con la vendetta. Parla di chi è stato spinto per terra ed ha capito di poter contare su pochi, pochissimi, ma ora sta mille volte meglio di prima. E stavolta vuole divertirsi.
“…we’ve got our riot gear on but we just want to have fun!…”, per intenderci.


Una delle band più fighe di sempre (con cui ho anche avuto l’onore di trascorrere una serata esilarante e molto alcolica, ndr), uno dei concerti più divertenti a cui sia mai stata, una delle canzoni a cui sono più affezionata. Quando l’hanno suonata live a Roma, ho saltato così tanto e cantato così forte, mentre Juliette ballava come una matta lanciandosi sulla batteria, che mi farà sempre sentire quell’energia incredibile, ascoltandola.


A parte che il riff è “fuckin tasty” (cit.), ascoltando questa canzone non posso fare a meno di pensare, ogni volta, ad M. che si esalta per il primo colpo di batteria e si offende per la risata di scherno che il buon Jack Black si permette di dedicare al Grunge. 🙂
E poi è epica, dai, non può non mettere di buon umore!

In realtà ne avrei un altro paio da aggiungere, ma mi tratterrò, per questa volta.
I blog sui quali mi piacerebbe continuare a leggere cose positive ascoltando buona musica sono i seguenti:
– Uova di gatto;
– Down but not out;
– The girl with the sun in her eyes;
– quelledellapausapranzo;
– Una stanza tutta per sé.

Good vibes everyone. (Ché servono proprio a tutti, di questi tempi.)

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Uno.

Ho buttato via una decina di inizi, nell’ultimo mese.
Battevo sui tasti, si formavano parole terribili, le rileggevo veloce e non riuscivo a sopportarne la vista. Allora niente, via da qui, che nessun altro le veda mai.

C’è questa ragazza che ho visto due volte in vita mia, in tutto. Due di numero, davvero. Ma la prima volta, quella in cui l’ho conosciuta, era figlia di un avvenimento talmente importante nella mia (e nella sua, ho poi scoperto) vita da creare un legame speciale di sottofondo, al di là del resto.
Sappiamo pochissime cose l’una dell’altra, ma sono cose fondamentali, intime, verità profondissime.
Abbiamo percorsi simili alle spalle e visioni comuni di ciò che ci circonda.
Così ho scritto a lei quello che non ho voluto lasciare qui. Le ho raccontato tutto, di getto, senza vergogna né sensi di colpa, perché le avevo visto una ferita uguale, negli occhi, tempo fa.
Ne abbiamo parlato a lungo, consapevoli di quanto poco ci avrebbe aiutate, ma con l’intento preciso di aggrapparci con ogni mezzo a quel poco, ché almeno è qualcosa.
Ha detto una frase che mi rimbomba tra i pensieri ogni giorno: “Il dolore è sempre fuori luogo”.
Lo ripeto a me stessa mentre mi chiudo in bagno, o mi allontano da un luogo affollato, o aspetto che la telefonata sia conclusa, prima di crollare.
Lotto duramente per nascondere i segni delle nottate ingombre di incubi, mi guardo bene dal nominare quel certo posto e non credo che sarò in grado di metterci piede per molto, molto tempo.
La mia stessa casa è diventata un percorso ad ostacoli, fitta di angoli ed oggetti e odori pericolosi, che pungono la memoria in punti fragili, crepandola.

Non è facile attraversare da sola questo buio, ma è necessario.

Allora ho lasciato passare i giovedì senza parlare, ho perso il controllo nel bel mezzo del mio 12 Aprile tanto diverso dal precedente, ho ripreso in mano i libri e ci ho lasciato cadere dentro il silenzio.
Ho accolto le cose belle, quelle inaspettate che ti cambiano di un bel po’ la prospettiva, quelle piccolissime a cui alla fine dovrai tutto, quelle chiassose e faticose che ti costringono ad uscire dal letto, dalla porta, dalla paura.

Prima o poi, sarà abbastanza.

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