Ma tu come stai?

I passi si inseguono l’un l’altro senza esitazione; lo sguardo distratto, poggiato su niente, figure indistinte, passanti fugaci.
Dev’essere questo, sentirsi a Casa, mi dico.
Che sai dove andare anche col sole che ti ferisce gli occhi e le mani occupate a tracciare sciocche richieste d’aiuto sul profilo di plastica del mondo.
A volte mi fermo a spiare il mio riflesso in una vetrina, incerta, sorpresa di fronte alle mie espressioni nascoste per metà. Mi osservo da vicino e non capisco quando, né come, né perché io sia diventata quella persona che di rimando mi guarda serissima.
Ma chi è? Chi sono? Tu cosa vedi, quando mi guardi?
Ma poi, mi guardi? Mi vedi?
Passo dopo passo dopo passo, vado e torno, senza quasi più fatica, senza un’ombra di fretta.
Mi domando DOVE, mi rispondo FINO A QUANDO.

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Che c’è?

Che ti pare di essere seduta su questa sedia da anni e invece è a malapena un’ora.

Che puoi muoverti anche al buio e non andrai a sbattere contro spigoli inaspettati.

Che i rumori non sono poi così forti e le voci alla fine sanno regolarsi senza sforzo fino a spegnersi.

Che ci sono confini sottilissimi tra abitudini e rituali e quando si confondono diventano familiarità ed è un casino, ma fa bene alla pelle, la scalda più di questo cazzo di sole ostinato.

Che poi lo sapevi già, ma non ti annoia, non ti lamenti.

Che se lo dici ad alta voce non succede niente di male, e non è cosa da poco per chi ha passato mezza vita ad imporsi silenzio.

Che adesso basta, poi ci penserò, sempre che al poi io ci arrivi e non scappi oltre ancor prima di.

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Rabbit hole.

Ti guardo dritto negli occhi e te lo dico così, senza neppure un suono, sfidando i minuti contati, la folla, il resto che imbrunisce.
E lo capisci subito, ti fermi e vacilli, c’è troppo rumore.
Basterebbe un ombrello da condividere contro il pomeriggio che si schianta ridendo; un letto di fortuna un po’ sbilenco; formule magiche da recitare in coro, di quelle che non puoi fingere se non le conosci a memoria.
Mi sfiori appena, un istante soltanto, per non cadere nel mio labirinto, e mi perdi.
Mi basta questo per svanire in un soffio distratto, una nuvola azzurra che nascondo negli occhi travestendola da sorriso.
Non mi trovi più.

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“I had a dream I got everything I wanted. Not what you think, and if I’m being honest, it might have been a nightmare…”

In fondo che cosa ti aspettavi?
Le tazze sporche di caffè, addormentate nel lavello? I piedi freddi sotto al plaid? I segreti stropicciati?
Roba da prima, da wow, mica da tutti.
Ma poi tu ti fidi davvero, ancora, dei tuoi brividi? Dopo tutte le volte che hanno scambiato la paura per vento d’Inverno?
Non è colpa di nessuno, se dopo tutti quei chilometri ci ritroviamo di nuovo al punto di partenza, identici a tutte le altre volte, con il sorriso forzato di chi racconta a sé stesso che se lo aspettava, che va bene così.
È che camminavamo su strade panoramiche che in realtà erano circuiti, e prima o poi avremmo dovuto capire che la fine era già decisa dall’inizio.

Ma che pretendevi?
La soluzione? La svolta semplice? Il riposo senza puntare la sveglia?
Come se ne fossi in grado, poi. Come se lo volessi sul serio, o sapessi gestirlo.
Non c’è ascolto, figuriamoci comprensione. Continui ad aggiungere strati colorati per confondere e nascondere e proteggere la tua pelle bianchissima dalle dita sporche con cui prova ad agguantarti il resto.
E lo sai che così ti perdi anche le carezze, i lividi, le impronte.

Ma in fondo che immaginavi?
La resa equa? I piani ben riusciti? Una finestra con vista sul finalmente?
Roba da innamorati, da matti, da non adesso e forse mai più.

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“…Are you alright? Cause I’m not okay…”

Sarà che finalmente piove, dopo giorni di afa anacronistica.

Sarà che c’è una tazza di tè a sciogliermi il broncio e non mi va proprio giù che sia così facile, non è un buon segno.

Sarà che i capelli stanno diventando più scuri, le giornate più corte, gli incubi più affollati.

E quindi mi sento chiedere “come stai?” e rispondo raccontando cosa faccio, o dove sono, o qualunque cosa purché non sia la verità, ché non mi va di mentire, a chi domanda e a me stessa.

Non lo so mica, come sto. Non lo capisco quasi mai, ultimamente. Eppure mi ascolto, mi guardo, mi faccio compagnia. Ma non basta, in giornate così.

Sarà che ho perso qualcosa. Quasi tutto. Il futuro a certe tinte, di sicuro. Il passato come l’ho sognato. Ho perso canzoni, modi di dire, colori, stanze, e almeno un milione di parole.

E ho perso il mio riflesso.

Continuo a cercarlo, lì dove dovrebbe essere, dove l’ho sempre tenuto, anche se in quel cassetto ho già controllato. E mi arrabbio e mi ostino e mi dico che deve esserci, deve.

Non so dove altro cercare, e allora scrivo e canto e sorrido. Per niente e per tutto, senza pubblico, né strade facili, né piani B.

Ché la B sta per Basta, e allora anche no.

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“…I’m not lonely, I am free. But if I let you in you may never wanna leave…”

Oggi ho realizzato che forse non riceverò più libri di fiabe in regalo. Perlomeno per molto tempo, ecco. Che pensiero stupido, vero? Già.

Ho riordinato la libreria accanto al letto per colore, qualche giorno fa, perché l’OCD latente dovrà pur trovare sfogo da qualche parte, no? Il problema è che intanto ho comprato altri libri e la lista di quelli che vorrei si allunga ogni volta che metto piede in una certa stazione di una certa città, dopo il lavoro, e mi accorgo di quanto sia presto per il mio treno, così entro in una certa libreria e mi perdo.

Non cerco mai niente, ma trovo sempre qualcosa. Mi chiamano loro, lo giuro, senza un criterio preciso, e vorrei portarmeli tutti a casa, sistemarmeli intorno in pile altissime, come faceva Alaska Young, ma sì, boh, insomma, meglio non tirare in ballo le altre cose che abbiamo in comune, io e lei.

Che poi i libri di fiabe me li posso benissimo regalare da sola, l’ho sempre fatto. Posso fare tutto, da sola, ma è diverso. Non ho detto peggiore. Diverso.

Proprio in quella certa libreria di quella certa stazione in quella certa città, ieri ho incontrato qualcuno di inaspettato e nuovo, eppure talmente familiare da non sentire il bisogno di fare troppe domande, va bene così, facciamoci compagnia e basta. Almeno fino a domani, poi chissà.

Non è una parola bellissima “domani“? Sa di speranza, a tratti profuma di promessa. Diciamolo più spesso, come un augurio, magari funziona. A domani. Non suona bene?

Io, domani, sarò di nuovo tra quegli scaffali, ad una certa ora, in una certa libreria di una certa stazione di una certa città. Forse mi regalerò un libro di fiabe e dovrò trovargli un posto nell’arcobaleno di carta che mi sonnecchia accanto, mentre sogno.

Ci vediamo lì, poi chissà.

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Let’s go.

L’ultima volta che ho scritto qui era il 2018. Che, solo di recente, con l’aiuto di quella cosa bellissima e un po’ stronza che è il senno di poi, ho scoperto essere stato un anno veramente ricco di passi fondamentali ed esperienze magnifiche.

Ci tornerei, nel 2018, tutto sommato. Se non altro per dar retta alla me stessa che aveva avuto il coraggio e la forza di prendere una certa decisione e dirle di non cedere, di portarla avanti fino in fondo, ché aveva proprio ragione.

E invece.

So che non ero pronta, che non era ancora il momento, forse.

Che poi è sempre il forse che ci frega, no? Ci tiene appesi per i capelli, doloranti, in bilico, a metà tra la voglia di scoprire fino a che punto possa resistere la pelle prima di strapparsi e il bisogno di lasciar andare quel dolore, per tornare a camminare sulle proprie gambe.

È quello il guaio, l’eterno conflitto tra voglia e bisogno, ci avete mai fatto caso? Non coincidono quasi mai e chi lo decide quale dei due sia più importante?

È successo che tutto quello che è successo in questi anni lontana dal mio pezzetto di WordPress sia stato raccontato perfettamente da Hayley Williams nella sua “Dead Horse”. Ma non lo dico per dire, è un riassunto fedele, parola per parola, dai sogni ricorrenti ai capelli blu, ai sensi di colpa, al numero di anni in cui è andata avanti la situazione, all’affannarsi nel tentativo di far funzionare cose irrimediabilmente rotte.

Quindi non ne parlerò, ché l’ha già fatto lei al posto mio ed è tutto piuttosto chiaro, fanculo le metafore.

È poi successo che questo anno da film post-apocalittico di terz’ordine ha spazzato via ogni singolo castello di carta io abbia costruito, dal primo giorno (letteralmente. Happy birthday to me.) e per tutti quelli successivi, almeno fino a qui. E capite bene che un po’ mi abbia fatto passare la voglia di provarci ancora, eh, ma (purtroppo o per fortuna, non mi è ancora chiaro) non riesco a far tacere quella vocina minuscola che, in una stanza ben protetta dentro la mia testa, ancora continua a cantare.

E se c’è una cosa che ho imparato su di me è che “when I got the music I got a place to go”, quindi… Let’s go, I guess.

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Ormai…

…torno qui solo ed esclusivamente per spammare le cose che faccio nella vita reale. Il che non è neppure così male, in fin dei conti.

Nuovo singolo e nuovo video per la mia band, gli ellis’!
Si intitola “Marcore” (che dovrebbe essere una fusione tra il nome Marco e la parola hardcore, ndr), è il secondo singolo estratto dall’EP “…thought it was longer!”, co-prodotto dalla Scatti Vorticosi Records (lo trovate qui: http://www.soundcloud.com/ellishc) ed è breve, conciso, folle e insensato, come è giusto che sia.

 

Piaciate, commentate, condividete, fatene quello che volete!

(Magari un giorno tornerò a scrivere anche altro, qui. Ma non è questo il giorno.)

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A volte ritornano (ma solo per spam).

Non farò neppure finta di voler scrivere un post sensato o di voler riprendere in mano questo povero blog abbandonato a se stesso, perché tanto è ormai chiaro a tutti che io stia attraversando un momento della vita in cui scrivere delle mie faccende su uno spazio virtuale non sia più nelle mie corde. Per un milione di motivi  e per nessuno, forse.
Semplicemente, sono proiettata verso orizzonti diversi.

Uno di questi è la musica, come da sempre.
Motivo che mi ha portata qui, oggi, per spammare senza vergogna anche su WordPress il primo video ufficiale della mia band di cui avevo già scritto tempo fa, gli ellis’.

Il video in sè è molto semplice, lo abbiamo girato in una sera caldissima di agosto e non racconta nessuna storia. Ci siamo noi che fingiamo serietà, un sacco di palloncini e tanto movimento. Punto.
Ci hanno un po’ costretti a farlo gli omini fantastici che stanno dietro a quella realtà ormai storica che è la Scatti Vorticosi Records, un’etichetta indipendente con base a Torino, che crede un sacco nella musica nuova e la sostiene come può.
Abbiamo registrato un piccolo EP di prossima uscita che avrà il loro marchio in copertina e insomma è una bella avventura e ci stiamo divertendo,

Eccolo qui, se ci piaciate/commentate/condividete ci fate un bel regalo!

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Appello.

Ricordo i bei (?) tempi in cui scrivevo continuamente su queste pagine virtuali, riversando sui vostri poveri monitor una valanga di lagne e cose di nessunissima importanza per alcuna specie vivente.
Eppure.
Eppure alcuni di voi mi volevano perfino bene, si complimentavano per la mia illimitata capacità di fingere talento in qualsivoglia disciplina (ci sono quelli che sanno fare un po’ di tutto, no? Ecco, io so fare un po’ di niente, per intenderci. Ma con sicurezza, ché l’apparenza è tutto nella vita.) e addirittura interagivano.
C’è stato perfino chi si è lanciato nella pericolosa impresa di collaborare attivamente ad un progetto con me (firesidechats, facciamo pure i nomi.), non so se mi spiego.
Insomma, cose di una certa levatura, via!

Bene, è proprio a voi incauti che mi appellerò oggi.
Se siete ancora lì, da qualche parte nel vasto webbe, nascosti nelle vostre stanze in penombra (è Inverno, la luce è ancora poca, thank God.) o in un luogo pubblico ma con gli occhi saggiamente incollati allo smartfòn per evitare ogni interazione umana… fate un bel gesto.

Cliccate qui:

http://www.soundcloud.com/ellishc

e andate ad ascoltare la demo (completamente autoprodotta, ndr) della mia band, i mirabolanti ellis’ (rigorosamente in minuscolo e con l’apostrofo DOPO la esse, diffidate dalle imitazioni.).
Almeno in onore dei vecchi tempi, dai.

E poi abbiamo un procione zombie in copertina, basterebbe già questo, no?
Ah, no?
Vabbé.

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