Imagine

Appello.

Ricordo i bei (?) tempi in cui scrivevo continuamente su queste pagine virtuali, riversando sui vostri poveri monitor una valanga di lagne e cose di nessunissima importanza per alcuna specie vivente.
Eppure.
Eppure alcuni di voi mi volevano perfino bene, si complimentavano per la mia illimitata capacità di fingere talento in qualsivoglia disciplina (ci sono quelli che sanno fare un po’ di tutto, no? Ecco, io so fare un po’ di niente, per intenderci. Ma con sicurezza, ché l’apparenza è tutto nella vita.) e addirittura interagivano.
C’è stato perfino chi si è lanciato nella pericolosa impresa di collaborare attivamente ad un progetto con me (firesidechats, facciamo pure i nomi.), non so se mi spiego.
Insomma, cose di una certa levatura, via!

Bene, è proprio a voi incauti che mi appellerò oggi.
Se siete ancora lì, da qualche parte nel vasto webbe, nascosti nelle vostre stanze in penombra (è Inverno, la luce è ancora poca, thank God.) o in un luogo pubblico ma con gli occhi saggiamente incollati allo smartfòn per evitare ogni interazione umana… fate un bel gesto.

Cliccate qui:

http://www.soundcloud.com/ellishc

e andate ad ascoltare la demo (completamente autoprodotta, ndr) della mia band, i mirabolanti ellis’ (rigorosamente in minuscolo e con l’apostrofo DOPO la esse, diffidate dalle imitazioni.).
Almeno in onore dei vecchi tempi, dai.

E poi abbiamo un procione zombie in copertina, basterebbe già questo, no?
Ah, no?
Vabbé.

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Lo so che…

…questo post dovrebbe iniziare con una serie di improbabili scuse per giustificare la mia assenza degli ultimi millemila mesi, ma in realtà non me ne frega niente, quindi opterò per un atteggiamento vago e disinvolto, procedendo ad un semplice elenco di coseaccaso che serve più a me che a voi, ché ormai sono anziana e mi fa bene scrivermi le cose.

  • Sono in ferie dal lunedì prima di Pasqua e tornerò al lavoro solo il prossimo lunedì. Due settimane tonde tonde di nullafacenza (quasi) totale che, in parte, mi sono state imposte per questioni logistiche.
    Se vi state chiedendo se io stia impiegando questo tempo prezioso per portare a termine tutti i progetti a cui non posso dedicarmi quando lavoro… ah! Siete proprio degli ingenui! Naturalmente spreco buona parte delle mie giornate a recuperare i settecento episodi arretrati delle serie TV che seguo, bevendo litri di tè. In pigiama.
  • Ad essere onesta, ho iniziato il lungo periodo OFF con un doveroso quanto necessario ritorno nella mia amata, unica e sola London.
    Pochi giorni e molte emozioni contrastanti, ma alla fine non mi sono gettata nel Tamigi, come invece temevo andasse a finire, per cui posso considerarlo un successo.
    Ho avuto momenti di disperazione totale, lo ammetto, ché Londonsicklastsforevah, lo sappiamo tutti, ma mi sono consolata ingozzandomi con i magici rainbow bagels e la vista dal 32esimo piano dello Shard mi ha spento i pensieri per un bel po’ (nonostante le occhiatacce delle cameriere dell’Aqua che mi hanno sicuramente scambiata per una barbona, quando ho ordinato la cosa meno costosa di tutto il menu, quasi piangendo lo stesso per il prezzo.).
    Sono giunta alle ennesime conclusioni sulla mia benedetta vita, ho spinto via le lacrime sul sedile di un bus e sono tornata qui sana e salva, dopo diciottomila ore di viaggio a causa di vari imprevisti.
    Bene così, per ora.
  • Ho deciso che i miei capelli devono tornare arancioni. Ma potrei cambiare ancora idea, prima di quel giorno.
  • La prossima settimana inizierò a fare qualche presentazione di “Una specie di ragazza”, il che va un po’ contro le mie convinzioni. Un pittore espone i propri quadri, un musicista suona i propri pezzi… perché diavolo uno scrittore deve PARLARE dei suoi libri? E’ una cosa che mi infastidisce enormemente, mi chiedo perché alla gente debba fregare qualcosa di ciò che ho da dire. Leggete il libro, punto.
    Eppure è la sporca legge del marketing che me lo impone. Ossia, la gente è troppo pigra per cliccare su “aggiungi al carrello” su un qualunque store online e se non gli preparo un tavolino con su i libri e dietro la mia faccia imbarazzata non comprerà mai il romanzo ma continuerà a chiedermi imperterrita “Ma lo voglio leggereee! Come faccio??”.
  • La cosa positiva, in tutto ciò, è che ne farò anche una a Roma. Di presentazione, intendo. A fine maggio. Insomma, Nana e Debh (anche se ormai fai finta di non essere più romana), ESSETECI please, ché in realtà è tutta una scusa per (ri)vedere ggente!
  • A proposito di vedere ggente, dopo mirabolanti disavventure, tempeste di neve, epidemie mortali e sfighe di varia natura, HO INCONTRATO FIRESIDECHATS nella ridente Torino e lo posso dimostrare! Egli esiste, nonostante io non ci credessi molto. Ho le prove fotografiche (che userò per ricattarlo da qui all’eternità). Sono cose belle, anche se è un po’ snob col caffè. ma nessuno è perfetto.
  • Per la prima volta nella Storia delle Pasquette, ho trascorso una Pasquetta davvero figa. Nonostante la dirompente Primavera piemontese si sia manifestata in tutto il suo grigio splendore, minacciando di mandare tutto all’aria fino all’ultimo minuto. Insieme ad una decina di persone (mia band, band di M. e rispettivi consorti) ho messo su un palco improvvisato nel “giardino” (le virgolette sono d’obbligo, ve lo assicuro. E’ più un mezzo bosco.) della casetta di campagna dei genitori di M., in mezzo al nulla (un luogo che su google maps non esiste, per intenderci. Perfetto covo per un criminale.). Abbiamo montato una batteria, sparso qualche amplificatore, casse audio e microfoni e poi via al casino, per tutto il giorno, senza dar fastidio ad anima viva, essendo tra i campi.
    Poteva essere l’inizio di un brutto film horror, mi aspettavo che qualcuno andasse a fare pipì tra gli alberi per non tornare mai più, o che dei ghiri zombie ci facessero a pezzi, ma invece niente, solo tante cose buone da mangiare (che sto ancora pagando a caro prezzo, essendo marcia dentro.) e un sacco di musica, compresa una cover di Ricky Martin. Sì, avete letto bene.
  • Comunque la mia nuova band (r)esiste ancora, abbiamo qualche pezzo nostro e prima o poi spero di riuscire a suonare di nuovo in giro, perché è l’unico contesto in cui io riesca a divertirmi senza vergogna pur essendo al centro dell’attenzione e, insomma, non è roba da poco per una che si fa problemi anche a starnutire in pubblico.
  • Ho ricevuto 14 libri in regalo, tra Natale e compleanno, e gli unici 2 che mi siano piaciuti davvero sono quelli che non facevano parte della mia wishlist. Inizio a dubitare della mia stessa conoscenza dei miei gusti, a questo punto. M., in compenso, sembra conoscermi benissimo e non sbaglia un colpo. (Però dice anche che, forse, sono io il problema, e non i libri. Ché magari sono in un periodo NO, libristicamente – parola che esiste perché lo dico io – parlando e quindi qualunque libro mi sembra un po’ meh.)
  • Sono povera e la cosa mi disturba parecchio. Ho gusti costosi, io!

Voi come ve la passate? Leggerei volentieri i vostri elenchi!

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Una specie di notizia.

Un po’ di tempo fa avevo scritto proprio qui la parola FINE in riferimento ad un mio certo romanzo.
Era stata una piccola conquista personale, perché nel mio passato c’è una storia non simpatica che vede come protagonista la me adolescente alle prese con editori ambigui, parenti, paure e tutta un’altra serie di cose che mi sono portata dietro e dentro per anni.
Fino alla scorsa primavera, almeno.
Quando ho deciso di esorcizzare la cattiva esperienza con una uguale e contraria, lanciandomi di nuovo in una piccola avventura editoriale, non pensavo che sarebbe stato così semplice, per la “nuova me”.
Beh, a quanto pare lo è.

Ieri, quel romanzo è uscito ufficialmente, e poterne parlare a voi, qui, mi fa sorridere.
Questa è la copertina (bellissima, scattata da Clotilde Petrosino, una straordinaria fotografa che vi consiglio di seguire ovunque. Instagram, Facebook, Tumblr, sbizzarritevi!) e quella è la trama. Se vi incuriosisce, potete acquistarlo direttamente dal sito ufficiale di Eretica Edizioni, oppure andare ad ordinarlo in una qualunque libreria fisica, a seconda delle preferenze.
In ogni caso, se doveste farlo, spero di avere anche i vostri commenti, dopo, belli o brutti che siano, ché io SUL SERIO non mi offendo per nulla, in queste cose.

Miao.

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Quel certo periodo dell’anno…

Ogni anno, durante la famigerata notte di Halloween, mi accadono le seguenti cose:

  • Mi ritrovo addosso un’influenza epica che mi rovina la serata;
  • Attendo fremente la mezzanotte per sentirmi finalmente autorizzata a scatenare la mia più oscura mania…

E poiché i lettori di questo blog sono sempre i soliti da quando l’ho aperto (più o meno, dai), sapete tutti di cosa sto parlando…
Sì, proprio quello. Esattamente quella cosa lì… IL NATALE!

[Momento dedicato ai lettori nuovi.]
Perché io sono una di quelle persone che a luglio, alla prima casuale folata di venticello vagamente fresco, si mettono a fantasticare di maglioni con fiocchi di neve applicati;
una di quelle persone che nell’armadio hanno più decorazioni natalizie che vestiti;
una di quelle persone che conoscono a memoria le battute di “Mamma ho perso l’aereo” (ma anche di molti altri film a tema);
una di quelle persone che provano DAVVERO più gioia nel fare regali agli altri (cercarli, sceglierli, incartarli, consegnarli) che nel riceverli.
E sì, sottolineo “una di quelle persone”, perché non sono sola, cari miei, il mondo è pieno di piccoli Nonsochì sempre pronti a mettere bastoncini di zucchero nei cannoni del Grinch di turno.

Insomma è Novembre e l’unica cosa che ancora mi trattiene dal tirare fuori il mio enorme albero di Natale dallo scatolone sotto al letto (le cose importanti vanno tenute a portata di mano) è la grande quantità di lavori ancora da fare in casa.
Ultimamente sono stata colta da una furia creativa che ha fatto molte vittime: mi sono messa a dipingere qualunque cosa presente in casa, trasformando librerie, mobiletti, vecchie cassette della frutta, scaffali e cose random in elementi d’arredo coloratissimi, giusto per sottolineare ulteriormente l’atmosfera da “qui è esploso un arcobaleno” che già si respirava quando abbiamo messo piede stabilmente nell’appartamento.

E’ un Autunno pieno di malanni, questo. Pieno di idee e sogni ad occhi aperti, anche. Pieno di problemi quotidiani, pratici, fastidiosi, che tuttavia riesco a scacciare con una sola mano, ormai, ché ho imparato quanto io possa e voglia essere positiva, in questo anno quasi finito.
Quasi quasi torno rossa sul serio, per celebrare tutto il rosso che sta per arrivare.

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Soltanto parole.

Il respiro freddo dell’Autunno è venuto a trovarmi senza chiedere il permesso. Si è fatto strada passando sotto alla porta pesante di questa casa minuscola, che a volte non mi piace per niente, ma che mi è piaciuta abbastanza da lasciarmi alle spalle tutto, a suo tempo.
Ho voglia di parole, continuamente, perché il bianco mi appare ostile, ultimamente.
Oscillo pericolosamente tra il bisogno di raccontare storie ed il blocco che avverto quando provo ad ascoltarle. Ne sento l’eco lontana tra le costole, provo ad appoggiarvi le dita per afferrarle, ma non riesco a farmi largo, non posso tenerle ferme abbastanza a lungo da renderle reali.
C’è una paura affamata che lentamente mi divora i pensieri, da qualche tempo. Mi avvolge materna promettendo che se resterò ferma, esattamente qui dove sono e come sono, non accadrà nulla. E se non accade nulla, non accade nulla di male.
Ci sono giorni in cui scrollarmela di dosso è più semplice, altri in cui sembra terribilmente faticoso, ed il continuo lottare mi stanca le braccia, mi appesantisce, mi rende brutta.
Ho conservato un pacchetto pieno di speranza nella tasca di un cappotto che non posso ancora indossare, perché l’aria non è abbastanza fredda e le ombre sono ancora troppo corte. Ma apro l’armadio, di tanto in tanto, e le concedo una carezza furtiva, per ricordare a me stessa che c’è ancora, che è al sicuro, che non aspetta altro che io abbia il coraggio necessario a mostrarla al mondo, rivelandomi bellissima.

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Coseaccaso.

Il progetto iniziale (leggi: pensieri sparsi che mi tengono compagnia in bagno/al lavoro/alla fermata dell’autobus…) prevedeva la stesura di più posts, uno per ogni argomento: il racconto della mirabolante vacanza in camper; le risposte fantasiose ad uno dei giochini che girano su WP; gli aggiornamenti di dubbio interesse riguardo la mia vita quotidiana; riflessioni più o meno profonde sull’esistenza.
Ma questo era prima che mi arrendessi all’evidenza della mia innegabile pigrizia che, affiancata ad un invecchiamento precoce di cui mi sento vittima, mi impedisce ogni giorno di più di trasformare in atto pratico le mie già rare fantasticherie su attività diverse da lavoro-dormire-coccolare Anakin.
Quindi vi beccate un solo post, ma lungo e confuso (lo so già prima di scriverlo, sì.), che probabilmente mi farà perdere lettori.

Inizierò accogliendo la proposta dell’adorabile Emily di rispondere a qualche domanda che mi ricorda un po’ un gioco che facevo alle elementari, ossia il SE FOSSE.
Amo follemente queste cose, quindi vi invito a partecipare (non mi metto a nominarvi uno per uno, sentitevi pure chiamati in causa!) e soprattutto ad inviarmene altre!

1) Se tu fossi un romanzo?: “STARGIRL” di Jerry Spinelli.
2) Se tu fossi un film?: Elizabethtown.
3) Se tu fossi cattivo, dannatamente cattivo (da film, non personaggi reali)?: Gogo Yubari.
4) Se tu fossi musica?: Una volta mi è stato detto “Sei un pezzo rock ben riuscito.”, da qualcuno che poi ne ha scritti 2 su di me… molto ben riusciti! 🙂
5) Se tu fossi una fiaba?: “Nel paese dei mostri selvaggi” di Maurice Sendak.
6) Se tu fossi un’opera d’arte?: Sarei un’illustrazione di Mab Graves.
7) Se tu fossi un artista?: Sherri DuPree… magari!
8) Se tu fossi una poesia?: Non ricordo il titolo, ma sarei la poesia di Jim Carroll sulla pioggia.
9) Se tu fossi un colore?: Rosso e bianco.
10) Se tu fossi un profumo?: Il profumo della neve.
11) Se tu fossi un suono della natura?: Il suono di un temporale.
12) Se tu fossi un fiore?: Un fiore di campo.
13) Se tu fossi un animale?: Chiaramente un morbidino.
14) Se tu fossi una pianta?: Menta piperita.
15) Se tu fossi una pizza?: Una Margherita baby.
16) Se tu fossi un dolce?: Un cupcake coloratissimo!
17) Se tu fossi una bevanda?: Pumpkin Spice Latte.
18) Se tu fossi una salsa/un condimento per le patatine fritte?: Senape.

Speravo che le domande arrivassero almeno a 20, uff!
Ad ogni modo, andiamo avanti con gli sproloqui serali.

Pare che qualcosa di grosso si stia muovendo, lavorativamente parlando, ma non mi sbilancio ancora con i festeggiamenti, anche perché, in caso andasse tutto in porto, ci sarebbe di mezzo anche un’enorme e fastidiosissima grana da considerare… ‘nzomma meglio non pensarci ora, dai.
Continuo ad imbattermi in libri belli e difficilissimi da affrontare, ma che forse sono un piccolo aiuto in più in questo mio anno tremendo che ancora non riesce a scrollarsi di dosso le ombre.
A volte mi accorgo di colpo di quanto tempo sia passato, di quanto ancora ne stia passando, di quanto poco io riesca a sentirlo.
L’occhio cade sul calendario bruttino appeso in cucina e anche se legge “Agosto” la mente non lo registra, non se ne rende conto pienamente, nonostante il caldo, gli impegni, la fatica dei mesi accumulati sulle spalle.
Mi ritrovo a parlare di niente con chi mi passa accanto continuando a ripetere cose come “Sono qui da poco” o “Questo nuovo anno”, perché dentro di me sono ferma a Marzo.
Sono bloccata a quei mesi tremendi, come un orologio rotto, le mie lancette immobili al momento dell’impatto.

I 4000 km masticati dal camper malandato – metà scanditi dall’afa, metà inzuppati di gelo – mi hanno portata talmente lontano da farmi sentire l’odore di storie passate, finite, sepolte.
Non è stato facile come la volta precedente, ma è stato bello lo stesso, dopotutto.
Mi sono innamorata di Budapest, con quelle sue due anime ben distinte, eppure complementari; ho scoperto Praga in una lunga passeggiata costellata di guglie, dolci alla cannella e cattivi pensieri; Vienna è più grande e più ricca di quanto mi aspettassi, e mai avrei pensato di soffrire il caldo in Austria!; a Berlino darei un’altra chance, magari meno frettolosa, meno stanca, più pensata.
Sembra tutto già così lontano, eppure se chiudo gli occhi riesco quasi a toccare i bicchieri di ghiaccio dell’Ice Bar di Budapest, avverto il vuoto d’aria causato dalle giostre del Prater di Vienna, sento il sapore burroso dei croissant freschi di un piccolo forno sulle Alpi francesi, quasi posso accarezzare i gatti ciccioni del Cat Cafè di Praga, vedo l’immensa distesa di Berlino dal ventesimo piano di un palazzo universitario, mi si blocca un po’ lo stomaco all’idea delle porzioni XXXXXL del Waldgeist di Hofheim…
Invece sono qui dove l’Autunno è venuto a rassicurarmi per qualche giorno, avvolgendomi nel suo abbraccio umido di nebbia, per ricordarmi che presto tornerà, basta saper aspettare.

E in fondo io cos’altro ho da fare?
La sveglia alle 6.00, M. che parte, le fusa e i miagolii, due bimbe stupende, il caffè troppo caldo, i capelli impossibili, il telefono nuovo (*), le visite mediche, gli amici lontani, la musica sempre, i rifiuti e gli applausi, i vestiti più belli, i treni da prendere, i treni da perdere, prima o poi un idraulico, poche fotografie, i parenti in arrivo, i soldi che mancano, gli sguardi, l’inchiostro, la vita.

DSCF0834(*) Comunque sì, sono stata costretta a gettare all’Inferno il mio dannato telefono a causa di problemi di varia natura, quindi da ieri sono la timorosa proprietaria di un nuovo smartphone non troppo figo (ché qua mica si buttano i soldi!), ma apparentemente più fescion dell’altro e spero più duraturo.

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Montage of heck. (N.B.: Post lungo e sentimentale.)

Nel 1987, io nascevo e Kurt Cobain iniziava a farsi di eroina.
O almeno, è quello che raccontava lui, ma non so quanto fossero attendibili i suoi racconti.
Nell’Aprile del 1994, io frequentavo la seconda elementare, Kurt Cobain decideva di lasciare questo mondo alle sue condizioni.
Nel 2000, il mio cugino preferito infilava nell’autoradio una MUSICASSETTA (ché qua si parla di tempi andatissimi, capiamoci.) che avrebbe cambiato tutto.
La musica era sporca, distorta, rumorosa; sopra, qualcuno cantava con tutta la forza che aveva in corpo. Quel qualcuno, neanche a dirlo, era Kurt Cobain. La musicassetta in questione si intitolava “INCESTICIDE” e tornò a casa con me quel giorno stesso.
Lo stesso cugino mi aveva già passato sottobanco “LIVE THROUGH THIS” delle Hole, l’album che ancora oggi figura tra i primissimi nella mia classifica personale di quelli che, in qualche modo, mi hanno cambiato la vita.
Non erano tempi di internet veloce, quelli, né di internet OVUNQUE. In casa avevamo un computer fisso che prometteva prestazioni futuristiche e che, invece, per connettersi impiegava un’eternità, emettendo suoni sinistri da 56k che i miei coetanei ricorderanno senza fatica. Inoltre, costava, e parecchio. Io e mia sorella avevamo il permesso di connetterci ad internet per un’ora al massimo e, di solito, non sapevamo neppure cosa farcene, di quell’ora.
Va da sé che non avessi mai cercato grosse informazioni sulle band che ascoltavo in quel periodo. Non in quel modo, almeno. C’erano le riviste, molte delle quali ora neppure esistono più. Le compravo con gli spiccioli che riuscivo a raccattare faticosamente in casa (non ho mai avuto una paghetta fissa, ndr) e le conservavo come reliquie preziosissime, ri-sfogliandole a distanza di qualche mese, nella speranza di trovare qualcosa di interessante su gruppi che, alla prima lettura, mi erano sfuggiti perché non li conoscevo ancora.
Eppure, la rivelazione che questa Courtney Love che tanto mi piaceva fosse stata la moglie di questo Kurt Cobain appena scoperto, mi incuriosiva talmente tanto che decisi di chiedere proprio a lui, ad internet. E poi questo Cobain era morto. Suicida. Ventisettenne. Voglio dire, sono cose che colpiscono, soprattutto a quell’età.
Fu amore. Profondissimo. All’istante.
Lessi talmente tanto, a riguardo, da diventare uno dei massimi esperti mondiali su Hole, Nirvana e movimento Grunge in generale, nel giro di pochissimo tempo.
C’è da dire che da due anni circa ero la ragazzina in nero che adorava Marilyn Manson come fosse una divinità, eh, quindi da lì ad identificarmi con la sottocultura grunge dei “denials” il passo fu corto ed estremamente facile.
Approdai ad una comunità online dedicata ai Nirvana (in cui, in realtà, si parlava principalmente di tutt’altro), dove incontrai decine di altri adolescenti con jeans strappati e capelli nodosi con una disperata voglia di condividere la propria inadeguatezza e profonda sensibilità. Eravamo tutti un po’ lamentosi, convinti di essere soli al mondo ed incompresi, e dediti ad attività pseudoartistiche quali la scrittura (le poesie andavano per la maggiore, all’epoca), la musica e il disegno.
Che fossero disagi reali o immaginari, o “solo” turbe adolescenziali, non ha veramente importanza. Noi ci sentivamo così e quello era un posto sicuro in cui cercare rifugio.
[SPOILER: negli anni, ho poi incontrato di persona molti di loro, ci sentiamo ancora adesso e siamo un po’ come i personaggi di LOST, indissolubilmente legati da qualcosa di inspiegabile che resta in sottofondo anche adesso che è finita.]

Insomma ieri sera sono stata al cinema a regalare 12 euro alla cara vecchia Courtney (sulla quale NON AMMETTO commenti negativi di alcun tipo, pena l’esilio eterno da questo blog, VI AVVISO!) per vedere questo benedetto ennesimo documentario sul buon Kurzio (per gli amici).
Come ho già scritto, ho passato una fase di ossessione pura, per cui non mi sono trovata di fronte a grandi novità, in generale. Alcuni filmati di famiglia erano inediti, ok, e anche molto carini da vedere (anche se queste cose mi fanno sentire sempre un po’ voyeur, un po’ spettatrice di POMERIGGIO CINQUE.), ma la storia in sé, i racconti (pochi) di parenti e amici… cose trite e ritrite, reperibili in qualsivoglia biografia.
Eppure.
Eppure il punto di vista è molto diverso dal solito. Si parla dei Nirvana, ovvio, ma mai in modo centrale. E’ tutto visto e raccontato in base a ciò che Kurt (dicono e diceva) pensava e viveva al riguardo, nei diversi periodi della sua vita.
Si mette molto l’accento sull’infanzia instabile, sulla sua convinzione di essere solo al mondo, rifiutato dagli altri, insalvabile.
Ci sono la musica e l’arte in generale, naturalmente, ma sono un po’ sullo sfondo rispetto alle sue paure, battute e visioni di semplice persona.
Le scelte grafiche mi sono piaciute moltissimo, trovo che rendano perfettamente la confusione di una mente che ci è sempre stata raccontata come complessa ed immensa.
Della colonna sonora non si può dire niente di brutto, ma questo è ovvio. Risentire i pezzi che hanno fatto parte della mia adolescenza a quei volumi, con la musica che sfuma per lasciar spazio alle urla (NOTA: la gente che critica Cobain e simili sostenendo che quello non è cantare, è invitata a provarci. Urlare così è difficile quanto cantare in stile Beyonce, ve lo assicuro.), o riarrangiate in stile carillon, o con cori gospel… se restate impassibili, non avete un cuore.
Della tossicodipendenza si parla, è inevitabile, ma meno di quanto si possa pensare. Immagino sia stata una scelta, ma dal mio punto di vista è un aspetto impossibile da trascurare, in una storia di vita come la sua.

La cosa che più mi ha colpito, però, è stata la MIA visione di cose che conoscevo già perfettamente.
Negli anni, l’ascolto dei Nirvana è diminuito progressivamente, nelle mie giornate. Ho scoperto altra musica, ne ho fatta di mia, ho privilegiato le novità, come è normale che sia.
Ieri sera sono partite le prime note e mi sono ritrovata istantaneamente quattordicenne, cosa che mi aspettavo.
Voglio dire, io sono andata a comprare la mia prima tinta rossa per capelli mostrando alla commessa questa foto: https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/236x/08/53/40/085340a103f85067db94e6e76972fc34.jpg . Alti livelli di legame emotivo, insomma.
Eppure sono passati tanti, tantissimi anni da allora. Ho visto quelle cose trite e ritrite in modo completamente diverso perché sono diversa io.
Ho 28 anni, uno in più di lui quando se n’è andato. La cosa mi ha fatto riflettere parecchio.
Da ragazzina leggevo le interviste, guardavo i documentari, e pensavo “Era un uomo sposato, un padre, un adulto fatto e finito. Eppure faceva casino, distruggeva attrezzature costosissime (SE CI PENSO ORAAAARGH!), faceva il cretino in pubblico, prendeva in giro i giornalisti. Aveva un atteggiamento Punk!”.
Lo guardavo ieri e pensavo “Atteggiamento Punk un cazzo.”. Non faceva il ragazzino, ERA un ragazzino.
I Nirvana sono arrivati al successo mondiale giovanissimi, partendo da realtà di provincia alla Edward Mani di Forbice, capiamoci. Erano ragazzini e si comportavano di conseguenza.
E pensare di arrivare a 27 anni e sentirsi finiti, sentire di averle tentate tutte, di non avere più alternative… è una cosa proprio grossa.
Non che a 50 anni sia meno terribile, eh, ma è proprio diverso, per come la vedo io.
Se ci aggiungiamo che sto con uno psicoterapeuta da 6 anni (OEMMEGGì), il quale mi parla delle tecniche per individuare e cercare di ridimensionare certi problemi, capirete che rivedere quel bambino (poi ragazzino, poi giovane uomo) che si ostinava ad affrontare da solo e nel modo più sbagliato possibile problemi che lo hanno portato addirittura a togliersi la vita… mi ha fatto tanta rabbia.
Ho perfino proposto ad M. di tornare indietro nel tempo per fare due parole con mamma Wendy e papà Don, tanto per cominciare. Ma questa è un’altra storia.
La cosa curiosa è leggere il nome di Frances Bean Cobain tra i produttori del documentario.
Mi domando che effetto le faccia vedere suo padre che la tiene in braccio ed è chiaramente strafatto di eroina, per esempio. O come sia crescere con gli occhi del mondo (una parte, almeno) puntati su di te perché tuo padre era un’icona e intanto vivere con una madre costantemente in bilico tra rehab e tribunale. Madre che alcuni addirittura additano come responsabile della morte di tuo padre. E per finire, la tua faccia è la PERFETTA sovrapposizione delle loro. Porca miseria, insomma. Se non è una tosta lei, non so chi lo sia.

In mezzo a questa giostra inarrestabile di vecchie emozioni e nuove riflessioni, il documentario è finito in modo brusco, quando proprio non me l’aspettavo.
Ci sono rimasta male, ho sbuffato, mi sono lamentata. Ho trascorso il viaggio in macchina verso casa a lagnarmi perché non aveva senso, non c’era stata una bella chiusura… poi ho pensato che, in effetti, è un po’ così che lo stesso Kurt ha lasciato tutti.
In modo brusco, senza un senso (almeno non uno facile da capire).
E allora forse era la scelta più onesta, anche in questo caso.

In sala saremmo stati una ventina, molti di meno rispetto a quelli presenti lo scorso sabato per il secondo film sugli Avengers.
Eravamo quasi tutti sulla trentina (poco meno, poco più), a parte un paio di ragazze più giovani, vestite in tema. (Tenere, loro!)
Ho pensato a quanto sia cambiata la percezione degli adolescenti di tutta questa storia, di ciò che Cobain rappresenta/va (volente o nolente) e del movimento Grunge in generale.
La mia generazione è arrivata in ritardo per vivere quelle cose in diretta, ma eravamo comunque molto vicini, era appena successo, eravamo gli eredi diretti, tutto sommato. Ricordo tanti, ma proprio tanti, ragazzi legati a quella musica, a quel modo di vedere le cose, a quello stile.
Forse ora frequento di meno gli ambienti gggiovani, ok, ma mi pare che il numero di adepti sia sensibilmente diminuito.
Forse è dovuto al tempo che passa (in fondo parliamo di anni ’90, di roba successa VENTI anni fa.), forse è dovuto alla facilità con cui ci si può procurare musica adesso ed alla libertà di esprimere pubblicamente chi siamo, allo sdoganamento della “CONDIVISIONE” di qualsivoglia pensiero/immagine/cagataimmane grazie a social networks e smartphones.
Però, ragazzi, se ci siete, andate al cinema stasera, è l’ultima possibilità. Lo so che tra un paio di giorni lo troverete piratato, ma non è la stessa cosa, ve lo assicuro.
Una delle sensazioni più forti provate in vita mia è stata il primo ascolto di “You know you’re right”, con tanto di videoclip ufficiale. Era una cosa nuova, un’opportunità unica di assistere, in diretta, ad un pezzetto della storia di una band che significava (e significa) tanto per me e che non esisteva più ormai.
E’ il vostro turno, non lasciatevelo sfuggire!

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Gonna make it work.

La casa profuma di torta alle mele appena sfornata e mezza giornata mi è già sfuggita sotto al naso. La lista delle cose da fare stamattina prevedeva punti più noiosi e dall’aria urgente, ma poi le mani hanno raggiunto da sole gli ingredienti e non mi andava di contraddirle.
Ho fatto pochissimo e scritto moltissimo, ieri. Avrei voluto prendermi un giorno per me, fatto di bolle profumate tra cui sguazzare, buone pagine tra le mani e finestre con panorami grigissimi appiccicati sul retro. Ma invece le mani, ancora le mani, avevano da dire, da creare, e mi è sembrato giusto assecondarle.
Non scrivevo così tanto da anni, dai tempi delle urla dalle casse e dei capelli pettinati solo dal vento.
Forse sto regredendo a malumori antichi, col rischio vivissimo di inciampare in rancori mai risolti.
Ma sai cosa? Se funziona, non m’importa.

Non voglio seguire un piano, lascerò che sia l’ispirazione del momento a farmi procedere in una direzione piuttosto che in un’altra.
Mi sento indispettita e allora divento dispettosa, faccio solo quello che “mi va”, come dite voi. Quanto vi detesto quando lo dite…
Voglio fare la musica che mi capita tra le dita; voglio mangiare solo se ho fame; voglio camminare a zonzo sulla stessa minuscola collina per tutto il pomeriggio, fino a vederla bellissima.

Con o senza di voi.

How can someone who wants to be loved
hate it when they’re loved at all?
Does guilt really feel that bad?
Every time I take a breath, honey
I feel the weight fall back on me
Somebody tell me it’s not so bad

Collected thoughts drown in sleep
I had forgotten what you mean to me
I forgot a lot of things

What happens to the old girl, what happens to the boy?
I see their eyelids moving
What happens to the old boy, will he be destroyed?
Is this what I’m losing?
But I feel, feel
But I feel something, oh it’s better than nothing

I’ve been sleeping in his bed
I’m digging in my head
He pulls the cash from under the table
Take that breath and hold it in
Oh it’s sidling in, he says
It’s not so bad

Collected thoughts drown in sleep
I had forgotten what you mean to me
I forgot a lot of things

What happens to the old girl, what happens to the boy?
I see their eyelids moving
What happens to the old boy, will he be destroyed?
Is this what I’m losing?
But I feel, feel
But I feel something, oh it’s better than nothing.”

Categorie: Beyond, Imagine, Somebody told me | 2 commenti

(Good) Mood Music Tag.

Questo nuovo giochino che gira ultimamente su WordPress mi piace, perché punta tutto sulla buona musica e sul buon umore, quindi ho battuto freneticamente le mani lanciando gridolini quando ho letto il mio nome tra le nominations della bella Emily! (Non è vero, sto romanzando, avevo le mani impegnate, ma dentro festeggiavo!).

Incollo le regole di seguito.

1) Per partecipare bisogna essere stati taggati almeno una volta.
2) Si devono scegliere almeno 5 tracce musicali (o più) che rispecchino alcune emozioni o stati d’animo positivi.
3) Bisogna taggare almeno 5 blogger (o più ) e avvisarli di averli taggati.
4) Si deve citare il blog da cui è partita l’idea e cioè: GHB Memories – https://ghbmemories.wordpress.com.
5) Se si vuole, si può anche spiegare brevemente perché sono state scelte alcune tracce piuttosto che altre.

Senza ulteriori indugi, ecco le mie scelte:

Questa canzone mi farà sempre pensare a mia sorella maggiore che balla in modo (volutamente) scemissimo in piedi sul suo letto, nella stanza della nostra infanzia. Un’immagine che da sola vale un milione di risate, ve lo assicuro. 😀


Estate 2008, il giorno del primissimo live con la mia primissima band, da qualche parte nella ridente Ciampino. I finestrini abbassati per contrastare l’afa impossibile, questa canzone urlata dall’autoradio e da noi tre, giovanissime, felici, emozionate. La chiamavamo “il pezzo da viaggio” ed effettivamente l’abbiamo portata con noi nella lunga traversata fino al Piemonte, qualche mese dopo.
E non importa se per anni ci siamo viste tutti i giorni e adesso, da anni, quasi non ci sentiamo più, perché le distanze contano, e le nazioni cambiano, e le esperienze allontanano. Quando l’ascolto, noi torniamo lì, tutte e tre, proprio in quella macchina affollata di strumenti e sogni comuni.


Chi ha vissuto una storia a distanza, può capire quanto sia gloriosa questa canzone. 🙂


Questo pezzo parte e io inizio automaticamente a ballare, è più forte di me!
E’ una canzone che sa di rivincita, ma senza rancore, senza bisogno di confonderla con la vendetta. Parla di chi è stato spinto per terra ed ha capito di poter contare su pochi, pochissimi, ma ora sta mille volte meglio di prima. E stavolta vuole divertirsi.
“…we’ve got our riot gear on but we just want to have fun!…”, per intenderci.


Una delle band più fighe di sempre (con cui ho anche avuto l’onore di trascorrere una serata esilarante e molto alcolica, ndr), uno dei concerti più divertenti a cui sia mai stata, una delle canzoni a cui sono più affezionata. Quando l’hanno suonata live a Roma, ho saltato così tanto e cantato così forte, mentre Juliette ballava come una matta lanciandosi sulla batteria, che mi farà sempre sentire quell’energia incredibile, ascoltandola.


A parte che il riff è “fuckin tasty” (cit.), ascoltando questa canzone non posso fare a meno di pensare, ogni volta, ad M. che si esalta per il primo colpo di batteria e si offende per la risata di scherno che il buon Jack Black si permette di dedicare al Grunge. 🙂
E poi è epica, dai, non può non mettere di buon umore!

In realtà ne avrei un altro paio da aggiungere, ma mi tratterrò, per questa volta.
I blog sui quali mi piacerebbe continuare a leggere cose positive ascoltando buona musica sono i seguenti:
– Uova di gatto;
– Down but not out;
– The girl with the sun in her eyes;
– quelledellapausapranzo;
– Una stanza tutta per sé.

Good vibes everyone. (Ché servono proprio a tutti, di questi tempi.)

Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e, Somebody told me | 1 commento

Anyone else…

A me non frega veramente di niente altro al mondo quando ho la sua voce intorno, addosso, dentro.
E se succede – sempre – così da quasi 20 anni, un motivo profondo ci sarà.
Lui inizia a fare quello che sa fare e si sciolgono le tensioni tossiche che m’infettano il mondo interiore. Dice le cose come stanno ed è come se parlasse proprio a me, non a milioni di persone indefinite e poi a nessuno. A ME.
E allora non importa se quel colloquio in cui spero tantissimo, veramente tantissimo, arriverò mai a farlo; non importa se ho un grumo di parole che raschia la gola e non trova una via d’uscita nonostante io tenda le dita più forte che posso; non importa se quel regno di ghiaccio che è la Norvegia a Febbraio sia già lontanissimo dopo questo viaggio in cui tutto è stato un po’ una sorpresa; non importa se i giorni a venire odorano già di muffa ancora prima di essere scartati.
Lui apre bocca e mi tiene al sicuro tra quei denti strani, lì dove c’è solo battito, baci impliciti, la sua voce perfetta amplificata in un loop infinito di respiri che cancellano il mondo.

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Categorie: Beyond, Imagine | 1 commento

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