Archivi del mese: aprile 2016

Giorno 4.

Provo e riprovo un breve discorso tra me e me, nella speranza di trovare la formula giusta, concisa, inattaccabile, per raccontare agli altri quello che ancora non riesco a dire del tutto neppure a me stessa.

Con i bambini è stato facile, anche se non ho detto proprio tutta la verità. Ma, del resto, chi dice la verità ai bambini?

“Maestra, ma tu abiti da sola?”

[Colpo allo stomaco.] “Sì, col mio gatto.”

“E tuo marito?”

[Colpo al petto.] “Non ho un marito.”

“E come mai?”

[Colpo alla faccia.] “Perché non ne ho ancora trovato uno.”

“Ah, ma giusto, è perché sei ancora un po’ piccola!”

Dopo quindici anni, mi ritrovo ad affrontare questa parola che tanto mi dava fastidio.

Piccola.

Dev’essere questo il problema.

Sarà che sono troppo piccola, ecco perché, a tratti, mi sento soffocare sotto al peso di questo caos denso che ha inghiottito la mia intera vita in un istante.

Perché guardate che è tutto vero, è proprio come dicono: ci sono istanti uguali a tutti gli altri, non li riconoscereste mai in anticipo, eppure ve li ricorderete per sempre perché cambieranno tutto.

Dal basso della mia ingenuità, pensavo di avere basi solide a sostenermi, ma si è scoperto che erano tanto dolci perché erano fatte di biscotto, ed è bastato aggiungere il peso di un dubbio perché si sbriciolassero, lasciandomi inebetita col culo per terra, in mezzo alle macerie.

Da giorni, mi affanno a cercare un’alternativa plausibile al niente che adesso mi si stende di fronte. A volte quasi ci riesco, ma non dura che un attimo.

Ho centinaia di cose pesantissime e fragili da portarmi dietro in quest’ennesima fuga, e se provo a correre sul serio, per raggiungere la nuova me stessa, rischio di romperle o di rompermi.

Cose, cose, cose. È tutto quello che mi resta, dopo un sogno lunghissimo che mi ero illusa di poter abitare in eterno.

Sono sempre difficili, i risvegli.

Soprattutto in una casa vuota.

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You made me a monster cause you’re a monster.

Mi ero ripromessa di bere meno caffè, ma poi la Primavera ha deciso di fare la diva tardando ancora un po’ e mi sono ritrovata a galleggiare in questa settimana di grigi intensi e pioggia timida, e allora niente. Non si possono affrontare giornate così poetiche senza una tazza di caffè a scaldare le dita, si sa.
Ho trascorso gli ultimi sei mesi a lamentarmi della vita da pendolare e adesso che me ne sono liberata per qualche giorno inizio a sentirne la mancanza. Sarà che, da lontano, tutto sembra più semplice, meno definito, meno minaccioso.
Ho un sacco di storie colorate che mi ballano in testa, ma le dita sono ancora troppo pigre per sceglierne una e chiederle di insegnarmi i passi per buttarmi in pista.
Così me ne sto qui a guardarle volteggiare, mentre si intrecciano in racconti impossibili e diventano confuse, intangibili, fino a sparire.
Seduta a guardare il cielo che cade, mi aspetto.

original

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