Di lunedì.

Quelle giornate in cui aspetti solo di tornare a casa per scoppiare finalmente a piangere senza nasconderti dietro ai capelli, con la rabbia dei fazzoletti che non sono mai in borsa quando dovrebbero e i pensieri che ronzano e ronzano e ronzano dentro alla scatola pesante che ti trascini sulle spalle.
Il quarto compleanno di questo blog che capita in un giorno così è un po’ il colmo, ché qui ci ho versato più risate che lacrime, negli anni.
Ma non oggi.
Oggi è un po’ più difficile e non voglio farci niente.
Me lo merito un giorno di riposo dalla consapevolezza di poter sopravvivere a tutto, di avere a portata di mano la forza e la capacità di essere felice, o tristissima, o arrabbiata, o serena.
Non ne parlo (quasi) mai perché non mi piace, mi annoia, mi fa sentire pesante, ma non sto bene.
Non ne parlo, ma non significa che vada meglio, o che sia meno reale.

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Di piccole magie dietro l’angolo.

Non sempre c’è bisogno di un aereo, per andare a scovare nuove emozioni, sapori insoliti, strappi di mondo.
Capita di inciampare per caso – puro caso come nelle commedie romantiche – in posti talmente magici, semplici, perfetti nella loro genuinità, da insegnarti che a volte, solo a volte, tornare sui propri passi può essere una sorpresa.
E’ il caso di una stradina che porta il nome della “mia” attuale città, ma che si trova in una città più grande, poco distante, in cui vado pochissimo (e mi chiedo spesso il perché).
Sono stata attirata dagli archi di luci discrete, sognanti, che già l’abbellivano ad Ottobre, rendendo un po’ più brillante il pezzetto di cielo incastrato tra gli edifici antichi.
Pochi metri, una manciata di passi, e mi si sono spalancate di fronte le porte-finestre di minuscole meraviglie: sparsi lungo il vialetto di pietra, quattro posti da batticuore.
Ho trascorso più di un’ora tra gli scaffali, le valigie, le scatole, i ripiani colmi di libri usati (a prezzi da sogno, ndr) di uno di quei posti che credevo esistessero solo nei romanzi i cui titoli includono il nome di una qualche spezia (solitamente la cannella o lo zenzero, che poi sono anche tra le mie preferite.), portandomi a casa un volumetto scelto senza pensare, senza indizi, privo di trama in quarta di copertina, infilato in un sacchetto di carta marrone con su impresso il timbro del negozio. Quanto invidio le commesse che possono trascorrere le giornate tra quelle parole di seconda mano!
Un po’ più in là, ho lasciato che l’enorme quantità di addobbi natalizi ammassati in un posto a tema aperto tutto l’anno (di cui nessuno mi aveva mai fatto parola, probabilmente per evitare che ci trascorressi ogni weekend.) portasse via l’ultimo briciolo di dignità che ancora mi penzolava da un angolo della bocca, seguito a ruota da piccoli strilli di gioia isterica alla vista del soffitto completamente ricoperto di rami di pino tempestati di lucine.
Aggiungete una commessa sulla cinquantina con i capelli azzurri ed un’altra, più giovane, che si aggirava per il negozio brandendo un cestino di vimini pieno di PENSIERI POSITIVI avvolti in minuscole pergamene incastrate in penne di pasta cruda… ed il quadro è completo.
Ma tante emozioni portano fame, così mi sono rifugiata alla porta accanto, quella di un forno francese arredato con gusto e semplicità, affollato di cose buone, fragranti, belle da mangiarle con gli occhi e buone da mangiarle e basta, con il magone di dover scegliere e non poter prendere tutto in blocco.
Avrei voluto concludere il mini tour delle meraviglie varcando la soglia del ristorante dall’atmosfera calda, la cui parete d’ingresso inghiottita dalle radici di un enorme albero ricordava il passaggio segreto per un mondo diverso, un po’ una Terabithia rivisitata, meno selvaggia.
Non l’ho ancora fatto, ché per certi regni è importante avere l’oro, ma è sulla lista delle cose da provare, da scoprire, da assaggiare non prima o poi, ma presto. Presto suona meglio, no?

La sensazione di segreto svelato mi ha accompagnata per giorni, per questo sono qui a raccontarla, e spero non mi abbandoni. Voglio tenerla addosso ancora un po’, fino alla prossima volta.
Fino alla prossima svolta.

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Quel certo periodo dell’anno…

Ogni anno, durante la famigerata notte di Halloween, mi accadono le seguenti cose:

  • Mi ritrovo addosso un’influenza epica che mi rovina la serata;
  • Attendo fremente la mezzanotte per sentirmi finalmente autorizzata a scatenare la mia più oscura mania…

E poiché i lettori di questo blog sono sempre i soliti da quando l’ho aperto (più o meno, dai), sapete tutti di cosa sto parlando…
Sì, proprio quello. Esattamente quella cosa lì… IL NATALE!

[Momento dedicato ai lettori nuovi.]
Perché io sono una di quelle persone che a luglio, alla prima casuale folata di venticello vagamente fresco, si mettono a fantasticare di maglioni con fiocchi di neve applicati;
una di quelle persone che nell’armadio hanno più decorazioni natalizie che vestiti;
una di quelle persone che conoscono a memoria le battute di “Mamma ho perso l’aereo” (ma anche di molti altri film a tema);
una di quelle persone che provano DAVVERO più gioia nel fare regali agli altri (cercarli, sceglierli, incartarli, consegnarli) che nel riceverli.
E sì, sottolineo “una di quelle persone”, perché non sono sola, cari miei, il mondo è pieno di piccoli Nonsochì sempre pronti a mettere bastoncini di zucchero nei cannoni del Grinch di turno.

Insomma è Novembre e l’unica cosa che ancora mi trattiene dal tirare fuori il mio enorme albero di Natale dallo scatolone sotto al letto (le cose importanti vanno tenute a portata di mano) è la grande quantità di lavori ancora da fare in casa.
Ultimamente sono stata colta da una furia creativa che ha fatto molte vittime: mi sono messa a dipingere qualunque cosa presente in casa, trasformando librerie, mobiletti, vecchie cassette della frutta, scaffali e cose random in elementi d’arredo coloratissimi, giusto per sottolineare ulteriormente l’atmosfera da “qui è esploso un arcobaleno” che già si respirava quando abbiamo messo piede stabilmente nell’appartamento.

E’ un Autunno pieno di malanni, questo. Pieno di idee e sogni ad occhi aperti, anche. Pieno di problemi quotidiani, pratici, fastidiosi, che tuttavia riesco a scacciare con una sola mano, ormai, ché ho imparato quanto io possa e voglia essere positiva, in questo anno quasi finito.
Quasi quasi torno rossa sul serio, per celebrare tutto il rosso che sta per arrivare.

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What goes around comes around.

Quando la verità resta nascosta sotto al tappeto per troppo tempo, inizia a puzzare.
Te la ritrovi di fronte in un pomeriggio piovoso d’Ottobre, dopo averla dimenticata volontariamente per anni, ché non fa bene rimuginare, e quasi stenti a riconoscerla.
Ma è proprio lei, è proprio l’unica cosa possibile, quella che in fondo hai sempre saputo, anche quando facevi finta di no, anche quando facevi la parte dell’ingenuo e le passavi accanto distrattamente, guardando altrove.
Te la raccontano degli occhi bellissimi che un tempo ti hanno guardato con odio, con rabbia, con un dolore grandissimo che non riuscivi a comprendere, allora.
C’era una coperta pesante di bugie fittissime e calde, accoglienti, ridicole, a tener lontano il gelo che quegli occhi tentavano di farti capire da lontano.
Ti ascolti ripercorrere giorni a cui ormai non pensavi più da un paio di vite, ti guardi a quei tempi e ridi soltanto, non c’è più tristezza, né amore. Non c’è nient’altro che amarezza, ma composta, senza strascichi.
Ti ritrovi ad abbracciare chi hai ferito enormemente, senza averlo mai voluto neppure per un minuto, ma sentendoti spinto a farlo da mani invisibili, fatte di intrecci complicati in cui sei rimasto incastrato per troppo tempo, provando a credere con ogni forza di essere nel giusto.
L’abbracci e sorridi perché l’avete superata, quella follia, anche se non insieme, anche se in posti diversi, in teste diverse, ma con mani simili e colori che insieme continuano a star bene.
C’è un equilibrio difficile da capire, nell’universo, e a volte riesci perfino a guardarlo in faccia da vicino.
Quello che lanci nell’orbita di chi incroci sul tuo cammino, torna sempre. Sempre.
Se sputi fuoco, faresti meglio ad essere preparato all’Inferno che verrà a cercarti.

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Step out of your comfort zone.

Ridendo e scherzando (ma anche no, proprio nemmeno per finta, ANZI.) ho infine iniziato sul serio il fatidico nuovo lavoro che mi ha fatto vivere con l’ansia negli ultimi mesi e che mi costringe a svegliarmi tutti i santi giorni (feriali) alle ore 5.30.
Inutile dire quanto io sia ancora nel bel mezzo del mood “ommioddiomaiononsofarenienteeseneaccorgerannotutti” e mi sa proprio che continuerò su questi toni per un altro bel po’ di tempo ancora.
Il primo impatto è stato più positivo ed “easy” di quanto mi aspettassi, ad essere onesta, ma la parte paranoica del mio cervello (ossia l’85% circa dello stesso) si diverte ad insinuare che forse sono tutti così gentili perché siamo agli inizi, ma presto si tramuteranno in bestie venute dall’Inferno per torturarmi ed umiliarmi su pubblica piazza.
Però sto lavorando molto sull’altra percentuale di me, quella che, pian piano, sta imparando a vedere il buono che ho e che sono e la magia che può essere il mondo fuori.

Sono sfinita, ma prenderò il ritmo, lo so, succede sempre.
Ci si abitua a tutto, prima o poi. All’assenza, al dolore, alla luce, ai cambiamenti.
E’ il primo passo, la parte difficile. Credere di poterlo fare, di poter sopravvivere al salto oltre la staccionata.

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TORNO SUBITO.

La verità è che non ho molta voglia di scrivere qui, ultimamente.
Non si tratta del classico “bloccodelloscrittore”, tutt’altro.
Altrove scrivo moltissimo, tutti i giorni, per me stessa e per gli altri, in pubblico e privatamente, per adesso e per il futuro. Soprattutto per il futuro, suppongo, in un certo senso.
Ma non sento la spinta necessaria a farlo qui, se non lontanissima, in sottofondo, coperta da altre priorità.
Immagino che stia tutto lì, alla fin fine: le priorità.
Ci sono cose che – in determinati momenti e contesti – inevitabilmente ne escludono altre, almeno temporaneamente.
Sono concentrata su altre stanze della mia vita, ora, e questa resta chiusa, in ombra, a prendere polvere.
Ho bisogno di uscire, di andare lontano, ma poi torno.
Lascio un cartello appeso alla porta, avvisate voi chi passa di qui, ok?

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“1001 modi di rovinarsi l’umore inutilmente”, edizioni Povera Italia.

La lista delle cose che dovrei fare invece di starmene qui a scrivere questo post si allunga ogni minuto di più e il male di vivere che avverto quando ci penso allarga la sua ombra minacciando di inghiottirmi.
Ad esempio dovrei studiare tre pezzi da provare con la nuova possibile-forse-chissà-vedremo-quasi-band, ma più che tenerli in sottofondo a ripetizione da una mezz’ora non ho fatto.
Che poi sono stata io a cercare loro, a sbattermi perché volevo ricominciare e blah blah blah, ma adesso che la cosa potrebbe diventare reale mi tiro indietro e me ne frego.
Story of my life.
Sta succedendo esattamente lo stesso con il famoso Nuovo Lavoro Serio che rincorro da quasi un anno, che ho sognato, desiderato ed immaginato fino a quando non mi hanno detto “Ok, sei assunta”, ossia il momento in cui la follia ha fatto capolino, gettandomi nel panico e suggerendomi che in realtà non me ne frega niente e nella vita voglio fare la kebabbara.
Per dirne una, ho già deciso che le mie nuove colleghe (viste una sola volta in vita mia, per un’ora circa.) non mi piacciono, che mi odiano, che non lavoreremo mai bene insieme e che scopriranno in tempo zero quanto io sia incompetente.
Lo so che la mia tendenza ad autosabotarmi è un’autodifesa, una resistenza al cambiamento e tutte quelle cose sensate che dicono tutti, LO SO.
Ma resta il fatto che continuo a farlo, sistematicamente, in ogni benedetto ambito della mia vita, dall’uscita con gli amici alla sfera professionale, e la cosa mi provoca ansie inutili, disturbi fisici di varia natura e un simpatico aspetto da malata terminale.
E pensare che c’è perfino chi mi crede una persona solare e spensierata…!

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Soltanto parole.

Il respiro freddo dell’Autunno è venuto a trovarmi senza chiedere il permesso. Si è fatto strada passando sotto alla porta pesante di questa casa minuscola, che a volte non mi piace per niente, ma che mi è piaciuta abbastanza da lasciarmi alle spalle tutto, a suo tempo.
Ho voglia di parole, continuamente, perché il bianco mi appare ostile, ultimamente.
Oscillo pericolosamente tra il bisogno di raccontare storie ed il blocco che avverto quando provo ad ascoltarle. Ne sento l’eco lontana tra le costole, provo ad appoggiarvi le dita per afferrarle, ma non riesco a farmi largo, non posso tenerle ferme abbastanza a lungo da renderle reali.
C’è una paura affamata che lentamente mi divora i pensieri, da qualche tempo. Mi avvolge materna promettendo che se resterò ferma, esattamente qui dove sono e come sono, non accadrà nulla. E se non accade nulla, non accade nulla di male.
Ci sono giorni in cui scrollarmela di dosso è più semplice, altri in cui sembra terribilmente faticoso, ed il continuo lottare mi stanca le braccia, mi appesantisce, mi rende brutta.
Ho conservato un pacchetto pieno di speranza nella tasca di un cappotto che non posso ancora indossare, perché l’aria non è abbastanza fredda e le ombre sono ancora troppo corte. Ma apro l’armadio, di tanto in tanto, e le concedo una carezza furtiva, per ricordare a me stessa che c’è ancora, che è al sicuro, che non aspetta altro che io abbia il coraggio necessario a mostrarla al mondo, rivelandomi bellissima.

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Ready to Fall.

Il fatto che Settembre sia già iniziato da ben quattro giorni ed io non abbia ancora scritto nulla (almeno qui) al riguardo, dovrebbe farvi comprendere l’entità del casino organizzativo-logistico-emozionale in cui mi trovo al momento.
Per dirne una, un paio di notti fa mi sono svegliata senza alcun motivo, trascinandomi in bagno per lavarmi e vestirmi, dopodiché, con la caraffa del caffè in mano, ho guardato fuori dalla finestra della cucina e, notando il l’assenza di luce, mi sono finalmente fermata e resa conto dell’ora: 1.30.
Credo che questo aneddoto sia la sintesi perfetta della follia che al momento mi pervade.
Sto lavorando in due posti diversi, facendo cose che mi piacciono anche e che, tutto sommato, non sarebbero neppure troppo stancanti, prese singolarmente.
Il problema sono i viaggi per arrivarci; ogni santo giorno devo prendere un treno e un autobus, con lunghe camminate nel mezzo, impiegando un’infinità di tempo e sprecando una quantità enorme di energia mentale e fisica, e tra un mesetto la cosa peggiorerà, perché inizierò finalmente a fare il lavoro che sogno da quasi un anno, per il quale mi avevano chiamata a fare un colloquio addirittura a febbraio, e che potrebbe essere una svolta importante (fingers crossed).
Il colmo è che nel posto in questione ho vissuto per due dannatissimi anni e mezzo senza mai, MAI, trovare niente di niente, e quindi viaggiando comunque per andare a lavorare altrove.
Ora che abito da tutt’altra parte, spunta questa opportunità, mi pare giusto.
“Isn’t it ironic?”, sì, Alanis, avevi ragione, niente da dire.
Insomma uscirò di casa tutti i giorni prima dell’alba e tornerò dopo il tramonto. C’è di positivo che finalmente non avrò più molto a che fare con il sole!
Forse mi abituerò a quei ritmi e pace, o forse cadrò in depressione e mi getterò sui binari, è tutto da vedere.
E no, non provate a suggerirmi di tornare a vivere in quel posto, perché sentir parlare di (altri) traslochi potrebbe causarmi una crisi isterica e l’istantanea caduta di tutti i capelli (che, tra l’altro, sono dunque arancione-Wesley, dato che io i vostri consigli li seguo!).

Però sono contenta e grata, eh, non fraintendetemi, è solo che vorrei anche dormire, ogni tanto. E magari vedere M. per più di dieci minuti in dormiveglia, o che ne so, mantenere una parvenza di vita sociale.
Ma va bene così, prenderò il giro.

E poi è Settembre, il mese in cui iniziano le prime avvisaglie d’Autunno, il vero inizio dell’anno nuovo.
Insomma, preparatevi, perché sta per tornare la FALLing Playlist, che lo vogliate o meno!

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Coseaccaso.

Il progetto iniziale (leggi: pensieri sparsi che mi tengono compagnia in bagno/al lavoro/alla fermata dell’autobus…) prevedeva la stesura di più posts, uno per ogni argomento: il racconto della mirabolante vacanza in camper; le risposte fantasiose ad uno dei giochini che girano su WP; gli aggiornamenti di dubbio interesse riguardo la mia vita quotidiana; riflessioni più o meno profonde sull’esistenza.
Ma questo era prima che mi arrendessi all’evidenza della mia innegabile pigrizia che, affiancata ad un invecchiamento precoce di cui mi sento vittima, mi impedisce ogni giorno di più di trasformare in atto pratico le mie già rare fantasticherie su attività diverse da lavoro-dormire-coccolare Anakin.
Quindi vi beccate un solo post, ma lungo e confuso (lo so già prima di scriverlo, sì.), che probabilmente mi farà perdere lettori.

Inizierò accogliendo la proposta dell’adorabile Emily di rispondere a qualche domanda che mi ricorda un po’ un gioco che facevo alle elementari, ossia il SE FOSSE.
Amo follemente queste cose, quindi vi invito a partecipare (non mi metto a nominarvi uno per uno, sentitevi pure chiamati in causa!) e soprattutto ad inviarmene altre!

1) Se tu fossi un romanzo?: “STARGIRL” di Jerry Spinelli.
2) Se tu fossi un film?: Elizabethtown.
3) Se tu fossi cattivo, dannatamente cattivo (da film, non personaggi reali)?: Gogo Yubari.
4) Se tu fossi musica?: Una volta mi è stato detto “Sei un pezzo rock ben riuscito.”, da qualcuno che poi ne ha scritti 2 su di me… molto ben riusciti! 🙂
5) Se tu fossi una fiaba?: “Nel paese dei mostri selvaggi” di Maurice Sendak.
6) Se tu fossi un’opera d’arte?: Sarei un’illustrazione di Mab Graves.
7) Se tu fossi un artista?: Sherri DuPree… magari!
8) Se tu fossi una poesia?: Non ricordo il titolo, ma sarei la poesia di Jim Carroll sulla pioggia.
9) Se tu fossi un colore?: Rosso e bianco.
10) Se tu fossi un profumo?: Il profumo della neve.
11) Se tu fossi un suono della natura?: Il suono di un temporale.
12) Se tu fossi un fiore?: Un fiore di campo.
13) Se tu fossi un animale?: Chiaramente un morbidino.
14) Se tu fossi una pianta?: Menta piperita.
15) Se tu fossi una pizza?: Una Margherita baby.
16) Se tu fossi un dolce?: Un cupcake coloratissimo!
17) Se tu fossi una bevanda?: Pumpkin Spice Latte.
18) Se tu fossi una salsa/un condimento per le patatine fritte?: Senape.

Speravo che le domande arrivassero almeno a 20, uff!
Ad ogni modo, andiamo avanti con gli sproloqui serali.

Pare che qualcosa di grosso si stia muovendo, lavorativamente parlando, ma non mi sbilancio ancora con i festeggiamenti, anche perché, in caso andasse tutto in porto, ci sarebbe di mezzo anche un’enorme e fastidiosissima grana da considerare… ‘nzomma meglio non pensarci ora, dai.
Continuo ad imbattermi in libri belli e difficilissimi da affrontare, ma che forse sono un piccolo aiuto in più in questo mio anno tremendo che ancora non riesce a scrollarsi di dosso le ombre.
A volte mi accorgo di colpo di quanto tempo sia passato, di quanto ancora ne stia passando, di quanto poco io riesca a sentirlo.
L’occhio cade sul calendario bruttino appeso in cucina e anche se legge “Agosto” la mente non lo registra, non se ne rende conto pienamente, nonostante il caldo, gli impegni, la fatica dei mesi accumulati sulle spalle.
Mi ritrovo a parlare di niente con chi mi passa accanto continuando a ripetere cose come “Sono qui da poco” o “Questo nuovo anno”, perché dentro di me sono ferma a Marzo.
Sono bloccata a quei mesi tremendi, come un orologio rotto, le mie lancette immobili al momento dell’impatto.

I 4000 km masticati dal camper malandato – metà scanditi dall’afa, metà inzuppati di gelo – mi hanno portata talmente lontano da farmi sentire l’odore di storie passate, finite, sepolte.
Non è stato facile come la volta precedente, ma è stato bello lo stesso, dopotutto.
Mi sono innamorata di Budapest, con quelle sue due anime ben distinte, eppure complementari; ho scoperto Praga in una lunga passeggiata costellata di guglie, dolci alla cannella e cattivi pensieri; Vienna è più grande e più ricca di quanto mi aspettassi, e mai avrei pensato di soffrire il caldo in Austria!; a Berlino darei un’altra chance, magari meno frettolosa, meno stanca, più pensata.
Sembra tutto già così lontano, eppure se chiudo gli occhi riesco quasi a toccare i bicchieri di ghiaccio dell’Ice Bar di Budapest, avverto il vuoto d’aria causato dalle giostre del Prater di Vienna, sento il sapore burroso dei croissant freschi di un piccolo forno sulle Alpi francesi, quasi posso accarezzare i gatti ciccioni del Cat Cafè di Praga, vedo l’immensa distesa di Berlino dal ventesimo piano di un palazzo universitario, mi si blocca un po’ lo stomaco all’idea delle porzioni XXXXXL del Waldgeist di Hofheim…
Invece sono qui dove l’Autunno è venuto a rassicurarmi per qualche giorno, avvolgendomi nel suo abbraccio umido di nebbia, per ricordarmi che presto tornerà, basta saper aspettare.

E in fondo io cos’altro ho da fare?
La sveglia alle 6.00, M. che parte, le fusa e i miagolii, due bimbe stupende, il caffè troppo caldo, i capelli impossibili, il telefono nuovo (*), le visite mediche, gli amici lontani, la musica sempre, i rifiuti e gli applausi, i vestiti più belli, i treni da prendere, i treni da perdere, prima o poi un idraulico, poche fotografie, i parenti in arrivo, i soldi che mancano, gli sguardi, l’inchiostro, la vita.

DSCF0834(*) Comunque sì, sono stata costretta a gettare all’Inferno il mio dannato telefono a causa di problemi di varia natura, quindi da ieri sono la timorosa proprietaria di un nuovo smartphone non troppo figo (ché qua mica si buttano i soldi!), ma apparentemente più fescion dell’altro e spero più duraturo.

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