Archivi del mese: luglio 2014

Days 84 – 85 – 86 – 87 – 88 – 89 – Happier.

Stamattina mi sembra un luogo lontanissimo.
Come se fossi tornata qui, a questa scrivania, da giorni e non solo da poche ore, tutto sommato.
Sento ancora il tepore delle mani strette, se chiudo gli occhi, ma devo riaprirli subito, per non lasciarmi andare alla stanchezza.

Venerdì è finito il Summer Term, così ci è voluto poco prima che la prof trascinasse me e le compagne di corso a prendere un drink al nuovo pub all’angolo, abbandonando l’aula e le scartoffie.
Ho avuto i risultati del primo esame, tra l’altro.
E insomma… un po’ mi si è gonfiato il petto d’orgoglio, quando la prof ha specificato “…il voto migliore di tutto il corso!”, lo confesso.
C’è ancora un bel margine su cui lavorare, ma è stato un buon inizio.
Dopo corse inutili dovute a malintesi lavorativi ed un pomeriggio di cui non si vedeva il fondo, ho preso lo zaino e mi sono trascinata fino ad Acton, di fretta, fregandomene del caldo e della pioggia.
M. era lì, col suo sorriso migliore e quegli abbracci rassicuranti che sanno di Casa, ovunque.
Avevamo prenotato una stanza al piano superiore di un pub e non è stato difficile trovare il posto giusto, così abbiamo lasciato lì le nostre cose e di nuovo fuori, in ritardo pazzesco per la festa d’addio della prima amica trovata qui.
Il luogo d’incontro era un locale cubano a Waterloo, pieno di gente come non mai, con brutta musica (secondo il mio gusto personale, ovviamente.), afa insopportabile e mojito fantastici.
L’atmosfera era allegra e rilassata, c’erano tutte le mie conoscenze degli ultimi mesi ed un sacco di altra gente inspiegabilmente socievole che ho potuto sopportare di buon grado solo perché l’umore era parecchio alto.
Salutare la festeggiata è stato strano, ancora non realizzo del tutto l’idea di non averla più come vicina di casa, nonostante ci siamo frequentate solo per poco tempo.
E’ che qualcosa mi dice che non la rivedrò mai più, alla fin fine, ed è triste.
Il notturno per tornare in albergo ha attraversato la città in lungo e in largo, costringendoci a starcene appollaiati sui sedili scomodi tra ubriachi e turisti per milioni di fermate, stanchi morti entrambi, ma felici.

IL MOMENTO FELICE: addormentarci insieme.

Per iniziare alla grande il lungo weekend da turisti, abbiamo dato fondo ad un gigantesco piatto di English breakfast e poi via verso Baker Street, per fare un saluto a Sherlock Holmes ed al vicino negozio dedicato ai Beatles (continuo a chiedermi dove io lo abbia portato, nel 2009, dato che non aveva visto una marea di cose classiche che si visitano come prima cosa quando si mette piede in questa città… mistero!), per poi dirigerci sotto la pioggia al Barbican Centre per la Digital Revolution che, ovviamente, era al completo e allora amen, abbiamo ripiegato sul Museum of London.
C’è stato anche un mezzo pensiero di andare a prendere un drink ad uno dei super posh locali all’interno dello Shard, ma abbiamo rinunciato quando ci siamo resi conto di avere l’aspetto di due barboni.Ci siamo “accontentati” della St Paul Cathedral, delle panchine a forma di rivista sparse per le strade, del Globe Theatre di Shakespeare, del tramonto affacciato sul Tamigi, passeggiando lentamente sul Tower Bridge e immaginando di essere a Gotham City.

IL MOMENTO FELICE: fermarci a metà del Millennium Bridge per raccogliere la Bellezza di entrambi i panorami.

Uno psicologo vuoi non portarlo a visitare l’ultima casa di Freud? (Nonostante M. sia un Analista Transazionale, quindi TUTT’ALTRA storia, ma non è questo il punto.)
L’abbiamo trovata in zona Finchley Road, in una bella strada residenziale, perfettamente tenuta come una volta, con il famoso divano e centinaia di interessanti oggetti appartenuti a lui ed alla figlia.
Avendo ancora ore di sonno arretrate, ho pensato di andare a ricaricare le batterie in un parco.
E pochi parchi possono raggiungere lo scopo come Hampstead Heath, con la vista spettacolare della città da Parliament Hill e gli aquiloni colorati a far da sfondo al paesaggio selvaggio.
Abbiamo rubato qualche raggio di sole indovinando i contorni dello skyline, fino a sera.
Poi dritti verso il Kopparberg Urban Forest a Dalston, un festival organizzato in un piccolo parcheggio, con cibo ed atmosfere svedesi ed un sacco di nomi interessanti in cartellone, fino a fine mese. (Per chi è da quelle parti: FATECI UN SALTO, ne vale davvero la pena. Atmosfera piacevole, buon sidro di ogni tipo, buon cibo a buon prezzo, bella struttura al coperto. Ci tornerei a sentire l’acustico di Billy dei Subways, ma quel giorno sarò fuori città, sigh.)
Giusto in tempo per evitare un temporale epico, tra l’altro.
Non avevo mai sentito i Cold Lake e me ne sono innamorata, mi hanno convinta dalle primissime note, la cantante-tastierista è UGUALE a Debra Morgan (un cesso immondo, per intenderci, certo. ❤ ) e il batterista-cantante è un gran personaggio, molto carismatico.
Si sono guadagnati una fan, senza dubbio.
Al secondo posto in scaletta, un duo acustico di ragazze dalle voci sognanti, ma che hanno un po’ abbassato il tono della serata, a mio avviso.
Ma un’altra occasione gliela darei lo stesso, magari in un contesto un po’ più adatto.
Infine, chi stavo davvero aspettando con ansia: LUCY ROSE!
Proprio lei, la biondina dalla voce magnifica che si è guadagnata un sacco di posti nella mia FALLing Playlist, era lì, di fronte a me, dopo tutti questi anni a guardare i suoi video Autunnosi su YouTube.
Bellissima e semplice, con un sorriso timido ed i movimenti nervosi, saltellava sul palco come un folletto ed io cantavo ogni canzone insieme a lei, ché le mie preferite me le ha regalate tutte.
Sono andata a parlarle, a fine concerto, ed un paio d’abbracci se li è meritati tutti, mentre M. provava a far funzionare il mio telefono per la foto-ricordo di rito.
Telefono che sto meditando di gettare all’inferno prossimamente, a proposito.

IL MOMENTO FELICE: Cantare “Night Bus” ad un metro da Lucy e sentire il magone che provo ogni volta che l’ascolto da sola per le vie della città.

Poiché non ci andava di ritentare la sorte al Barbican Centre, abbiamo optato per il Science Museum, dove M. ha potuto dar sfogo alla sua passione per lo spazio e le invenzioni, mentre io mi divertivo a premere pulsanti e girare manopole a caso, come il resto dei bambini presenti.
Una tappa a Covent Garden non poteva mancare, con spettacoli di artisti di strada e rituale treat alla Cupcake Bakehouse annessi, ovviamente.
Poi via tra i vicoli di Soho fino a Tottenham Court Road e la vicina Denmark Street, dove abbiamo esplorato ogni singolo negozio di strumenti musicali da cima a fondo.
Ecco, adesso lo dico così diventa reale: ho deciso di comprare un ukulele.
Sì, sono seria, voglio un ukulele.
Io che alla chitarra metto insieme due accordi in croce a stento e non prendo in mano un basso da due anni, se non per portarlo da una casa all’altra (maledizioneammè.), ho deciso di tentare la strada del più pratico e semplice ukulele.
Soprattutto perché ne ho visto uno rosa, sì, lo confesso, e allora??
Inutile che mi giudichiate, tirerò fuori pezzi talmente fighi che vi faranno rimpiangere queste risate che mi rivolgete adesso, maledetti!
Comunque no, non l’ho ancora comprato, anche se M. mi incitava in tutti i modi, assolutamente convinto che fosse una buona idea.
Mi sa che non è lui quello sano, tra i due.
Obbligatoria Guinness al 12 Bar con sottofondo di soundcheck di una ragazza che sembrava in gamba (e che abbiamo illuso, assicurandole che saremmo tornati per il concerto, quella sera. Mai più rivista, inutile dirlo.), poi cena insana da SubWay, non sia mai si perda qualche etto dopo le camminate, eh!

IL MOMENTO FELICE: rivederlo interessato a FARE musica, dopo tutto quello che è successo.

Svegliarsi ed avere all’improvviso 30 anni deve fare effetto.
Per cui, ho simpaticamente additato il povero birthday boy chiamandolo vecchio per tutto il giorno, giusto per dimostrare la mia solidarietà.
Un giro veloce al Natural History Museum (per me era la terza volta, eppure noto sempre qualcosa che mi era sfuggito in precedenza) e poi finalmente l’ho portato a Wandswarth, nella mia zona, dove gli ho mostrato casa mia ed ho tirato fuori i 30 regalini scelti apposta per lui negli ultimi due mesi.
Ci è rimasto secco, non finiva più di spacchettare e ridere per tutte le stupidaggini che ho trovato.
Gli ho anche presentato la capa ed i marmocchi che lo guardavano incuriositi, neanche fosse un alieno.
Siamo riusciti a far entrare il bottino in valigia ed abbiamo usato i pounds che il tizio dell’albergo ci ha scontato dal prezzo della stanza al momento del check out (così, gentilezze gratuite: God bless UK!) per una buona cena di compleanno da Ed’s Diner, un ristorante in stile anni ’50 che adoro.
L’ho costretto ad indossare una gigantesca spilla lampeggiante col numero 30 ed a farsi versare la sua bibita in un boccale che recita “30 is the new 21”, giusto perché fosse chiaro a tutti di avere davanti il festeggiato.
Avevamo anche la torta di compleanno e le candeline (anche quelle formavano la scritta “YOU’RE OLD”… quanto posso essere simpatica?!), ma non ci sembrava il caso di tirarli fuori in un ristorante, quindi ci siamo diretti in aeroporto.
Nel frattempo, sono riuscita a perdere il mio amato impermeabile, non so come, né quando, né dove, ma ho dei sospetti.
Stansted era affollato e vivo come al solito, noi un po’ di meno, considerando i giorni intensi che avevamo addosso.
Ci siamo guadagnati un pezzo di divano da Joes e le ore sono passate un po’ più veloci tra un massaggio alle spalle, un tè, discorsi serissimi (era palese che mi stesse usando come cavia per testare le sue capacità analitiche e nel giro di pochi minuti mi sono ritrovata ad incolpare mio padre per assurde del mio presente… non potevo trovarmi un idraulico?!), un flat white ed una chiacchierata con una sconosciuta.
Abbiamo scritto libri immaginari e conquistato il mondo con band magnifiche, mangiando una buonissima torta di compleanno fragola e cioccolato bianco.
Avevo anche delle finte bottigliette di champagne con dei festoni dentro, ben 30 ovviamente, ma quando abbiamo provato ad aprire la prima, ci siamo resi conto che il botto fortissimo e la conseguente puzza di polvere da sparo forse non erano proprio l’ideale in un aeroporto internazionale, quindi abbiamo lasciato perdere.
Alle 4, ho scoperto che la maledetta Terravision  non effettua collegamenti con la città prima delle 7.15 del mattino, per cui il mio biglietto del ritorno si è rivelato perfettamente inutile.
Dopo l’iniziale senso di panico e frustrazione, ho scovato un couch della National Express e mi ci sono fiondata sopra, lasciando M. ai controlli, a malincuore.
Il viaggio è stato lungo e confuso, pieno di musica e privo di sogni.
Sono arrivata a Victoria quando era ancora tutto chiuso ed ho preso il primissimo treno per casa, dove mi sono rifugiata tra le coperte alle 6.30, con il profumo di M. ancora tra i capelli.
Alle 11.30 è ricominciata la vita normale, il lavoro, Whatsapp.
Dopo 5 giorni che hanno lasciato l’impronta leggera eppure ben visibile che abbiamo imparato a riprodurre insieme, in questi 5 anni (e rotti) di distanze e convivenze.
Averlo qui, in quest’avventura che è solo mia, ha dato un colore diverso alle cose.
Gli ho mostrato quello che è il mio mondo quotidiano, dove lui è presente in modo impercettibile, dove si perderebbe se lasciasse la mia mano.
Londra non è mai stata tanto bella.
Mai.

IL MOMENTO FELICE: cantargli “tanti auguri” a letto, a mezzanotte.

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Day 83 – “…in the sun I feel as one…”

Gli stramaledetti due giorni più caldi dell’anno (almeno a quanto dice il meteo) sono giunti, infine.
Cioè, questo è stato il primo dei due, ecco.
Pare che domani possa essere anche peggio.
Domani che sarà una giornata INFINITA, senza un secondo di pausa, dalle 6.15 alle 19.45, se tutto va bene.
Domani che sarà l’ultimo giorno di scuola, almeno per questo term, e scoprirò che ho combinato al primo esame.
Domani che dovrò trascinarmi dietro un quintale di roba per mezza città, volente o nolente.

Ma non m’importa.

Perché domani è una parola bellissima.
Domani mi porterà M., qui, nella mia strana nuova vita in cui la sua assenza si nota di continuo.

IL MOMENTO FELICE: la chiacchierata serale con la piccola E., sul divano come vecchie amiche.

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Days 81 – 82 – Test the water.

Così il famoso esame è arrivato ed è passato.
Un pomeriggio lunghissimo a ripetere china sugli appunti, un paio d’ore di risposte fitte e via, tutto finito.
Come durante qualunque esame mai sostenuto nella mia vita, ho avuto momenti di “machediavoloèquesto??!”, alternati a leggere sensazioni passeggere di onnipotenza, quando la penna decideva di scorrere da sola, sicura del fatto suo.
Sono consapevole di aver scritto un paio di cavolate, ma il resto dovrebbe essere accettabile… fingers crossed!
In tutto ciò, negli ultimi giorni si parla di vacanze, spesso, e mi rendo conto di quanto tempo sia passato, di quanto siano scivolati questi mesi, più velocemente di quanto avrei mai potuto immaginare.
Ho idee contrastanti, riguardo le settimane di ferie che si avvicinano a grandi passi.
Resto in Inghilterra? A Londra o mi sposto? Vado in Francia? Torno in Italia? Ma in Italia DOVE?
And so on.
Ho tra le mani una serie di varianti impossibili da determinare con sicurezza, al momento, ma con cui mi piace giocare.
Ieri ho ricevuto messaggi interessanti dalla mia ex capa.
A quanto pare, la mia mancanza si avverte, in quel posto che ho tanto amato.
A quanto pare, certe porte potrebbero non essere del tutto chiuse.

I MOMENTI FELICI: la fine di un buon libro./Organizzare un itinerario mentale per l’arrivo di M.

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