Day 67 – “I know you think you know me better than that…”.

Lo so che suona antipatico, me ne rendo conto, ma è la verità… io non sono qui per fare nuove amicizie.
Non è il mio scopo principale, non muoio dalla voglia di socializzare con gente random e di organizzare uscite, feste ed incontri ogni volta che se ne presenti l’occasione.
Sarà che sono un po’ (tanto) misantropa, sarà che sono schizzinosa, ma non è così facile, per me, trovare interessante una persona, tanto da volerla conoscere a fondo e frequentarla in modo regolare.
La parte bambina di me è fermamente convinta che io NON abbia bisogno di altri Amici, ché quelli con la A maiuscola li ho già incontrati a suo tempo e sono sempre lì, presenza stabile in ogni fase della mia vita, e nessuno potrà mai reggere il confronto, quindi tanto vale evitare e basta, no?
La parte adulta, però, si presta volentieri alle nuove conoscenze e, negli anni, mi ha dato l’opportunità di scoprire persone stupende che, altrimenti, mi sarei persa per la strada.
Un buon compromesso tra le due parti, mi fa vivere piuttosto serenamente le relazioni col prossimo, tutto sommato.

Il problema sorge quando la gente si impone.
Quando incontro quei tipi di persone che vogliono essere BFF a prescindere, senza neppure sapere il mio cognome, prendendosi libertà che a malapena concedo a mia madre, figuriamoci a loro.
Il problema è che questi tipi di persone tendono a rivelarsi anche – ‘tacci loro – dei logorroici da manuale, sempre pronti ad elargire consigli non richiesti su questioni che proprio non li riguardano e che per me sono delicate e personali.
Il problema è che, di solito, non sono cattive persone, non lo fanno per dar fastidio, ma perché davvero pensano di essere utili, saggi, dei buoni amici.
Ma il problema più grosso di tutti è che, con queste persone, ogni più piccolo pretesto può diventare motivo di sermoni infiniti su quanto loro abbiano imparato dalla vita, su quanto tu stia sbagliando nelle tue scelte, su quanto l’amicizia sia la cosa più importante in assoluto e, quindi, loro si sentano in dovere di metterti in guardia per il tuo bene… ecc.

Ora, queste persone, converrete con me, sono OVUNQUE, giusto?
Uno dei miei talenti più sviluppati è quello di attirarle, solitamente nei momenti più delicati e fragili della mia vita.

Nel giro di un paio di giorni, mi sono ritrovata a dover sostenere una serie di discussioni ad armi impari (loro hanno il super potere dell’arroganza in buona fede, sono detentori della verità assoluta, non lo dimentichiamo.) con persone che mi “conoscono” da un paio di mesi e – beati loro! – hanno già capito tutto di me, ovviamente.
Gente che, se ti emozioni per una nuova scoperta, minimizza e sminuisce il tuo entusiasmo con frasi come: “Ah sì, ho fatto/visto/provato la tale cosa tot tempo fa, quando ero qui da poco. ORMAI HO FATTO/VISTO/PROVATO tutto!” (e capirete quanto sia poco credibile ed al limite del ridicolo una tale affermazione, riferita ad una città enorme ed in continua evoluzione come Londra, ma vabbè.)
Gente che, se organizzi un weekend in Italia (o qualunque altro tuo Paese di provenienza, non c’è razzismo, in questo.), ti sorride compassionevole e butta lì un: “Mah, proprio non ti capisco… io userei quei soldi per comprare nuovi vestiti, piuttosto!”.
Gente che, se fai il GRAVISSIMO errore (e qui è colpa mia, me ne rendo conto) di provare ad intavolare un discorso serio sul perché tu non sia del tutto convinto di voler trascorrere qui il resto della tua vita, alza gli occhi al cielo e con fare bonario afferma: “Ma tu sei qui da poco, NON TI SEI ANCORA AMBIENTATA, ecco perché lo dici!“.

Per quanto sia inutile e forse immaturo, da parte mia… a me, certe cose, fanno imbestialire, punto e basta.

Perché provengono da persone di 20 anni che non hanno mai lavorato nella propria vita, prima di approdare qui in situazioni comodissime (perché, parliamoci chiaro, noi live-in nannies siamo la categoria di expat più fortunata di tutta Londra, c’è poco da girarci attorno.).
Perché provengono da persone che sanno meno di niente di me, della mia storia personale, della mia vita, di quello che ho lasciato in Italia e di ciò che sono venuta a cercare qui.
Perché provengono da persone che si sono svegliate una mattina ed hanno deciso di cercare un lavoretto all’estero per imparare l’Inglese, così, dal nulla, cosa capita, dove capita.
E vengono a dire A ME cosa dovrei o non dovrei sentire nei confronti di questa città??
A ME che all’età di 8 anni sono andata da mio padre e gli ho annunciato solennemente “Papà, io da grande vado a vivere a Londra.” e, da allora, non ho MAI smesso di lavorare su questo progetto, in ogni modo possibile ed immaginabile?!
A ME che sono (tornata) qui da 3 mesi scarsi e do indicazioni stradali a loro che ci vivono, in media, da un anno?
A ME che ho studiato questa lingua e questa cultura per più di 10 anni, facendo su e giù dall’Italia per trascorrere più tempo possibile da queste parti, ogni volta che le finanze lo permettevano?

BITCH, PLEASE.

Il punto è che IO non ho più 20 anni, ne ho quasi 30, inutile far finta di no.
Ho necessità, desideri, progetti diversi da quelli di una ragazza appena uscita dalle scuole superiori, come è normale che sia.
Non sono qui per imparare una nuova lingua, andare in giro per locali e conoscere persone.
Sono qui per me stessa, per darmi la possibilità di vivere un sogno che ho coltivato per tutta la vita, per non avere rimpianti, per ottenere competenze utili a quello chè è il mio progetto di vita professionale.
Al mio Paese ho una vita reale, concreta, fatta di bollette, di sporte della spesa, di relazioni adulte, di contratti di lavoro, di amicizie che non hanno bisogno di tag su facebook per essere tali.
Pensare seriamente a cosa farne, di tutto questo, prima di fare ciaociao con la manina e passare il sabato sera a Camden Town perché è più figo che farlo ai Murazzi… non mi sembra che sia sintomo di “non essersi ambientati”, ma semplicemente un atteggiamento ragionevole, realistico.

Non mento quando dico di augurare ogni bene a queste persone, perché la loro unica colpa è di essere ingenue (ed inopportune, forse).
Solo che, in certi momenti, mi verrebbe spontaneo anche augurare loro una laringite fulminante, ecco.

IL MOMENTO FELICE: la calma della sera, il silenzio.

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Categorie: Imagine, io dico solo, Ordinary li(f)e, Somebody told me, TheLondonAdventures | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Day 67 – “I know you think you know me better than that…”.

  1. Luce

    “Il punto è che IO non ho più 20 anni, ne ho quasi 30, inutile far finta di no.
    Ho necessità, desideri, progetti diversi da quelli di una ragazza appena uscita dalle scuole superiori, come è normale che sia.
    Non sono qui per imparare una nuova lingua, andare in giro per locali e conoscere persone.
    Sono qui per me stessa, per darmi la possibilità di vivere un sogno che ho coltivato per tutta la vita, per non avere rimpianti, per ottenere competenze utili a quello chè è il mio progetto di vita professionale.
    Al mio Paese ho una vita reale, concreta, fatta di bollette, di sporte della spesa, di relazioni adulte, di contratti di lavoro, di amicizie che non hanno bisogno di tag su facebook per essere tali.
    Pensare seriamente a cosa farne, di tutto questo, prima di fare ciaociao con la manina e passare il sabato sera a Camden Town perché è più figo che farlo ai Murazzi… non mi sembra che sia sintomo di “non essersi ambientati”, ma semplicemente un atteggiamento ragionevole, realistico.”

    Come fai a trovare parole che dicano anche il mio cuore, sempre, che sia il 2001 o il 2014?

    [ps: quelle persone, io ho smesso anche di considerarle buone. Quando l’egocentrismo t’impedisce di Vedermi non sei buona, sei piena di te, per cui io ho il diritto di difendere me stessa con le unghie – e chissene se poi ti lamenti: lalala, io non ti sento già più. Oh.]

    Un abbraccio come fossimo Via.

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