Days 63 – 64 – 65 – 66 – Getaway.

Già vi sento sghignazzare pensando male di me, convinti che io abbia fallito e mi sia arresa alla mia proverbiale incostanza… malpensanti che non siete altro.
Invece no!
Sono qui, sono viva, sono pronta a recuperare i giorni di assenza e… non so neppure da dove cominciare, ma ci proverò.

Venerdì mi è scivolato tra le dita a fatica, come quelle protezioni solari che promettono di penetrare velocemente attraverso i pori della pelle e invece restano lì, lasciandoti una sensazione fastidiosa di unto dappertutto.
Ho preso un autobus sbagliato e sono scesa ad una fermata sbagliatissima, così ho perso un’ora di lezione e diverse tacche di pazienza, ma ho resistito solo perché indossavo un vestitino che amo e mi fa sentire leggera.
Dopo una serie interminabile di doveri che proprio non mi andava di svolgere, sono andata a cena da una delle tedesche, insieme ad altre due amiche, e mi sono esibita in una classica carbonara a grande richiesta.
In realtà le dosi erano sbagliate e la fretta ha avuto la meglio sul risultato, ma nessuna di loro è italiana, cosa vuoi che ne sappiano di come dovrebbe essere in realtà?! 😛
Avevo i minuti contati per prendere l’ultimo bus per Stansted prima della lunga pausa notturna, così ho salutato tutte con la bocca ancora piena di crepes alla nutella e mi sono lanciata a gran velocità verso la mia consueta notte in aeroporto.
Sembrava andare bene, avevo un buon libro a farmi compagnia ed avevo trovato l’angolino perfetto in cui lasciar scorrere le ore, ma il mio organismo non era d’accordo.
Ho iniziato a sentirmi male, con crampi fortissimi allo stomaco, testa pesante e brividi.
Va da sé che il resto della nottata non sia stato proprio piacevole, ma i bagni dell’aeroporto li conosco benissimo, ora. -.-”
Un incubo, ore ed ore di spasmi e nausea, maledicendo il creato.

Sabato mattina sembrava essere eterno, così come la coda per l’imbarco.
Dopo un decollo condito di ansiappalate immotivata (c’è proprio qualcosa che non va, in me, ultimamente.), ho deciso di provare a riempire il mio povero stomaco vuoto da ore con qualcosa di innocuo, così ho chiesto dei biscotti secchi alla hostess.
Due calcoli da parte mia, due calcoli da parte sua, giungiamo alla conclusione di non avere abbastanza monete per pagare il prezzo preciso e/o per restituire il resto preciso.
Proprio quando stavo per rinunciare mestamente alla mia unica fonte di sostentamento disponibile, il ragazzo seduto accanto a me ha tirato fuori il portafogli carico di pounds tintinnanti e si è offerto di comprarmi i biscotti.
Io insistevo per il no, lui insisteva per il sì, la hostess aveva già la ricevuta in mano.
Così, tra un biscotto ed una leggera turbolenza, abbiamo chiacchierato (in inglese, nonostante fosse italiano, perché voleva esercitarsi dopo aver fatto un corso di lingua, ndr) per tutto il viaggio, mentre il suo amico, al di là del corridoio, gli bisbigliava non troppo discretamente di chiedermi il numero, nonostante lui gli lanciasse occhiatacce rispondendo a mezza bocca che “there’s a boyfriend!”.
Come mi capita tutte le volte, vedere M. dopo tanto tempo è stato come incontrare un personaggio famoso che di solito vedi solo in TV, come se mi stupissi di scoprirlo reale.
Il viaggio dall’aeroporto a casa è sembrato eterno ed eravamo entrambi provati dalle rispettive settimane, ma poter parlare senza l’ausilio di un monitor e, soprattutto, senza interruzioni di connessione, ha un istantaneo effetto calmante in ogni circostanza.
Anche stavolta, ho rischiato di commuovermi quando ho rivisto i morbidini, soprattutto perché mi si sono letteralmente lanciati addosso ricoprendomi di fusa e coccoline di ogni tipo, rendendomi ancor più difficile pensare che sarei stata lì con loro solo un paio di giorni.
Tornare a casa, mi fa capire ogni volta di più quanto sia davvero Casa, quanto senta MIO quel posto, dopo averlo rimesso a nuovo con le mie mani, dopo averlo pensato, progettato, realizzato e vissuto come non ho mai fatto altrove.
E’ un appartamento minuscolo, pensato male, che avrebbe bisogno di una ristrutturazione come si deve, ma è Casa, cento volte di più di questa stanza bellissima, nuova, spaziosa e pratica in cui vivo qui.
E’ Casa perché è mia, è NOSTRA.
La serata non è stata proprio delle migliori, a causa di un imprevisto lavorativo di M., ma è filata via liscia ed ho avuto modo di recuperare un mese di telefonate con i miei.
Di ritorno a casa, abbiamo rispettato la tradizione e sintonizzato la TV sul match Italia-Inghilterra, anche se in realtà io ho ceduto alla stanchezza dopo pochi minuti, aprendo gli occhi di tanto in tanto, quando M. si lasciava trasportare dalle azioni.
Non nascondo che quel confronto diretto tra i miei due Paesi amatiodiati da tutta la vita mi sia sembrato piuttosto simbolico, in questo momento…

Domenica mattina ero ancora distrutta, con occhiaie profonde ed un mal di testa da manuale… ed in casa non c’era caffè!!!
Di corsa verso un pranzo con i parenti di M., senza caffeina in corpo, avrei giurato di essere in piena astinenza, a giudicare dai sintomi e dall’umore pessimo.
E siccome non c’è mai fine al peggio, dopo il pranzo mi è stato offerto un caffè che ho prontamente accettato, con le lacrime agli occhi dalla gioia… per poi vedermi servire un DECAFFEINATO!
A ME, un decaffeinato??
Un affronto che ha segnato il mio crollo definitivo.
Per fortuna ci ha pensato il tamarrissimo nuovo Robocop a tirarmi su, prima della serata che aspettavo da tempo.
Dopo un paio di mesi di profonda curiosità, sono finalmente andata a sentire la nuova formazione della mia vecchia band!
E’ stato… strano, ecco. Strano è la parola giusta.
E’ stato strano vedere come appaiono gli altri sul palco, dato che di solito ero lì insieme a loro e la prospettiva è decisamente diversa; è stato strano avvertire la mancanza della seconda chitarra; è stato strano sentire le mie parole cantate da un’altra voce.
Non intendo strano-brutto, solo strano, inusuale, insolito.
Stanno andando avanti nonostante le difficoltà, la gente (come me) che va e viene, i pezzi da riarrangiare… e questo mi fa sentire un po’ meno in colpa per aver mollato all’improvviso.
Mi hanno anche chiamata sul palco per fare insieme una delle mie canzoni preferite ed è stato talmente facile e bello essere di nuovo lì con loro… è una cosa che mi manca davvero tanto.
C’erano anche altri amici che non vedevo da un po’ e così la serata si è prolungata decisamente più del previsto.

Il risveglio del lunedì è stato doppiamente traumatico.
Vuoi per la sveglia puntata sul prestissimo, vuoi per la sensazione di aver passato appena un battito di ciglia insieme a chi amo.
M. ha preso la mattina libera per accompagnarmi in aeroporto e vederlo diventare un puntino piccolissimo mentre mi avviavo verso il gate è stato triste proprio come nei film.
Volo, autobus, treno, casa e lavoro, senza fermarmi fino a sera.

Londra mi ha accolta con una trapunta di nuvole perfette su cui appoggiarsi a fare pensieri importanti.
Dopo una vita a rincorrerci in modi e tempi sempre sbagliati, ci siamo incontrate e trovate nel momento peggiore, forse, per certi aspetti.
Mi sta travolgendo, mi mette in subbuglio i sogni, ma lo fa con dolcezza.
L’ho vista masticare annoiata decine di altri, prima di me, e per un po’ ho temuto potesse succedermi lo stesso.
Invece no.
Mi ha presa per mano in mezzo al suo caos e me ne mostra un pezzetto ogni giorno, dimostrandomi che non c’è da aver paura, che in fondo appartengo a questi colori da sempre, che so già come indossarli, se voglio.
Londra non è come l’avevo immaginata da bambina. E’ di più.
E’ più grande, più piena, più ricca di opportunità, capricci, porte socchiuse oltre le quali ci si scopre diversi.
Ho trascorso metà della mia vita a chiedermi come potesse essere, stare qui, e l’altra metà a chiedermi come sarebbe stato, dando per scontato che non l’avrei potuto (ri)fare mai più.
Adesso che lo sto facendo davvero, che lo sto affrontando da sola – nonostante sola non sia -, che è la realtà in cui mi sveglio e cammino ogni giorno… sto capendo.
Quello che sono, quello che vorrei essere, quello che posso fare per diventarlo.Nonostante e grazie a Lei, il mio Primo Vero Amore.

Forse inizio a vedere i contorni di cosa mi aspetta, dopo.

I MOMENTI FELICI: le luci della città/la sua pelle/urlare tutta me stessa al microfono/capire e decidere.

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Categorie: Beyond, Imagine, Ordinary li(f)e, TheLondonAdventures | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “Days 63 – 64 – 65 – 66 – Getaway.

  1. firesidechats21

    Ma sai che io mi sono da tempo appassionato a tutto questo come ad un romanzo? 🙂

  2. Una domanda: lo lascerai, questo Primo Vero Amore? Sono confusa. Sei sola e non sei sola. Sei fra i due amori, diciamo. 😀

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