La ragazza che tornava a casa scalza.

Mi sforzo.
Mi sforzo di essere femminile, lo giuro.
Scelgo il make up più adatto, sistemo i capelli al meglio, tiro fuori dall’armadio i miei vestiti più carini, da “adulta”, mica quelli per le bambole che uso di solito… e poi arriva il vero problema… le scarpe.
Lo so, LO SO che non posso definirmi una Vera Donna, a causa di questo gigantesco difetto di fabbrica che mi ritrovo, ma io non posso farci niente: odio le scarpe.
Non fraintendetemi, ho due ripiani di armadio a muro affollati di paia di scarpe più o meno utilizzate (più meno che più, direi.), ma temo che quelle non contino, in quanto appartengono a 3 macro-tipi, non propriamente adatti ad un’esponente del genere femminile che abbia superato i 10 anni:

  • Anfibi. Questo gruppo comprende: Doc Martens fasulle (di un numero in più rispetto al mio, in quanto ereditate da mia sorella maggiore, n.d.r.); stivali polverosi e molli alla Gatto Con Gli Stivali; stivaloni con molteplici lacci in stile “cièsonotroppogothic”; scarponcini con faccia di gatto stilizzata applicata sulla punta (queste qui , per intenderci.); Doc Martens originali (di un numero in meno rispetto al mio, in quanto ereditate da una mia ex coinquilina, n.d.r.).
  • Scarpe da ginnastica. Questo gruppo comprende: All Star (fasulle), ormai quasi completamente distrutte, in nero, rosso e viola; All Star (fasulle), appena comprate, a metà tra il grigio e il nero; scarpe da ginnastica ARANCIONI risalenti ai tempi delle medie, probabilmente, e che utilizzo solo in casa, lontana da sguardi indiscreti.
  • Scarpe da bambola. Questo gruppo comprende: MaryJane nere col tacchetto mezzo distrutto; MaryJane nere di velluto con la punta un po’ troppo squadrata per i miei gusti; ballerine rosse glitterate con fiocchetto alla Dorothy.

Fine dei giochi.
Sul serio, ho solo questi tipi di scarpe.
Non so camminare sui tacchi, lo confesso, non ne sono proprio capace.
E adesso fustigatemi, voi donne di mondo che andate a fare jogging col tacco 12!
A peggiorare il tutto, chiaramente, ci si mette anche la mia ridicola statura e le mie fattezze da bambina, che non aiutano affatto.
Soprattutto in caso di cerimonia.
In quelle occasioni, mi piace scegliere con cura l’outfit (come sono moderna e fashion, quando uso questi termini, non c’è che dire!), ma il tutto è reso vano, puntualmente, dalle stramaledettissime scarpe.
Riuscite ad immaginarmi, con un abito di chiffon svolazzante nella brezza primaverile, i capelli raccolti, il trucco abbinato al vestito, la borsetta assurdamente piccola… e le All Star ai piedi?! O gli anfibi?! O le ridicole MaryJane da bambina?!
Ecco, io no. Proprio no.
Eppure sono così comode, così pratiche, così facili da portare, sigh.
Faccio sempre una pessima figura, in questi casi, se non fosse ancora chiaro.
Una volta, anni fa, dopo un esame universitario ottimamente riuscito, ho deciso di farmi un regalone e sono entrata in un negozio in zona Termini (ai tempi vivevo ancora a Roma, n.d.r.) a dare un’occhiata.
Loro erano lì, tamarre ed invitanti più che mai, e allora le ho comprate, quasi senza provarle.
Già le immaginavo sotto minigonne e vestitini, pronte a rendere le mie gambe un po’ più slanciate… inutile dire che avrei investito meglio i miei soldi gettandoli in un tombino.
Le ho indossate un pomeriggio, per uscire con le coinquiline, fino al cancello. Poi sono tornata indietro, le ho riposte con cura nella scatola ed ho preso i fidati anfibi.
Ci ho riprovato a Capodanno, “tanto facciamo festa in casa!” Dopo 10 minuti, giuro, 10 minuti, ero in ciabatte.
Non le ho mai più indossate, stanno tuttora marcendo nella loro tamarrissima scatola nera a cuori rossi.
E’ per questo che, lo scorso Settembre, quando mi hanno invitata ad un matrimonio, ho optato per le ballerine alla Dorothy (inutile precisare che, ad un certo punto della serata, la mia ubriachezza si è manifestata sottoforma di “Somewhere over the rainbow” cantata a squarciagola mentre battevo 3 volte i tacchi sentenziando che “there’s no place like home”… Ma questa è un’altra storia.), rendendomi ridicola nella mia imbarazzante nanitudine male abbinata al vestito a palloncino indossato per l’occasione.
Le maledette ballerine, però, mi stavano larghe (cosa che non noti mai al momento dell’acquisto, ovviamente.) e continuavo a perdermele sulla pista da ballo, imprecando.
All’alba, quando mi sono decisa a tornare a casa senza l’ausilio di formule magiche, ho attraversato il centro della città con le scarpe in mano, distruggendo le mie belle calze ricamate.
Anche le ballerine alla Dorothy, indovinate un po’… riposano nella loro scatola da allora.
Ma non mi sono mica rassegnata, eh no!
Ho trovato un paio di décolleté semplici, nere, con quel finto tacco-zeppa che va molto adesso (tipo così, insomma.), non troppo alte ed apparentemente comode.
Le ho provate in negozio, camminando qua e là con naturalezza, e me ne sono innamorata!
Finalmente la soluzione a tutti i miei probbblemi serissimi di femmina!
In saldo, tra l’altro!
Prese al volo, portate a casa, riprovate mille volte e promosse a scarpe per il prossimo matrimonio, che sarà a Luglio.
Ieri sera, approfittando dell’addio al nubilato della sposa in questione, mi è venuta la brillante idea di battezzare le nuove arrivate, ma… Orrore! Tragedia! Disgrazia!
Le stronze mi stavano improvvisamente larghe!
Presa dal panico ed impossibilitata ad andare a comprare qualche cuscinetto per non far scivolare il piede o chissà quale altra diavoleria, ho deciso che un po’ di cotone in punta avrebbe risolto facilmente la questione.
Cotone piazzato, piede scalzo per aumentare l’attrito e via verso la serata!
Il tragitto dal portone di casa all’auto e quello dall’auto alla porta del ristorante sono stati imbarazzanti, eterni e pericolanti.
Le stronze continuavano a sfuggirmi e sembrava ci fosse uno spazio infinito ed impossibile da riempire, dietro al tallone.
Inoltre, la parte anteriore mi stava graffiando inesorabilmente il dorso del piede, troppo spinto in avanti.
Quando ho visto la mia vicina di sedia sfilarsi con nonchalance i sandali sotto al tavolo, ho deciso di imitarla, furtivamente.
Il resto della cena è filato liscio, con i miei poveri piedini al fresco e liberi da costrizioni… ma il peggio era in agguato.
Ora, tutti noi sappiamo che i piedi si gonfiano quando fa caldo, quando arriva la sera, quando si è sfigati, ecc., giusto?
Ecco, io non l’avevo considerato.
Al momento di andare via, le stronze non mi entravano più.
Un temporale con tuoni, fulmini e raffiche di vento si stava abbattendo sul dehor del ristorante, le altre invitate stavano correndo ai ripari, i camerieri volevano solo ripulire tutto e andarsene a dormire… ed io riuscivo soltanto a pensare: “Ma cazzo, prima le perdevo per strada e ora neppure mi entrano??!”
Così, presa dal panico e dalla fretta, ho gettato via il cotone e spinto con forza i piedi all’interno di quei piccoli strumenti di tortura da quattro soldi (almeno non le ho pagate un occhio della testa, a differenza di quelle tamarre.) e, fingendo di poter ignorare i dolori lancinanti, ho raggiunto l’auto, facendo passi piccoli e barcollanti, nemmeno fossi un elefante sui trampoli.
Ormai avrete intuito la fine di questa storia… a piedi nudi sull’asfalto bagnato di pioggia, tra la gente in tiro per il sabato sera, con le mie décolleté stronzissime in mano, sono tornata a casa dalle mie ciabatte, mestamente.

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Categorie: Imagine, Ordinary li(f)e | 1 commento

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